Giornata mondiale dell'infanzia
I social, il bullismo, la guerra: Telefono azzurro, l’ascolto per davvero
Cronaca della mattinata romana organizzata dalla storica realtà per la tutela e la promozione di infanzia e adolescenza, fondata da Ernesto Caffo. In un teatro del centro, tanti studenti delle medie inferiori, insieme ai loro insegnanti, impegnati a seguire rappresentanti delle istituzioni, docenti ed esperti, e dialogando con loro. VITA c'era
I ragazzini sciamano incuriositi verso il tavolo del welcome coffee, agguantano il cornetto, fanno due chiacchiere e poi proseguono versolo la sala: siamo al Teatro Rossini, in piazza S.Chiara, a due passi dal Pantheon e dal Senato.
Arrivano dall’Istituto Comprensivo di Via dell’Aeroporto e i loro insegnanti hanno pensato bene di festeggiare insieme a loro il giorno che dovrebbe ricordare l’adolescenza e il suo valore – dovrebbe, ché tolto Avvenire e VITA (vedi sotto, ndr), la ricorrenza stamane non sembra pervenuta sui giornali: certo non ha l’appeal di quella “senza auto” o, vuoi mettere?, del Blue Monday, il giorno più triste dell’anno ecc ecc. ecc.
Eppure la Giornata mondiale dell’infanzia e dell’adolescenza, che ricorda la l’adozione da parte dell’Onu della prima Dichiarazione dei diritti del fanciullo nel 1959, esiste e, per celebrarla, i professori di questo istituto capitolino pensano che occorra farlo ascoltando persone competenti, come quelle raccolte da Telefono Azzurro in quel teatrino, un tempo riservato alla commedia vernacolare.

Oltretutto, la storica fondazione, di promuovere i diritti dell’infanzia e dell’adolescenti, si occupa da quasi 40 anni, quando cioè quegli insegnanti accompagnatori erano poco più che bimbetti o forse, a vederne alcuni, neppure nati.
Accantoniamo il presente storico, ricordando che quella romana di stamane – il vostro cronista c’era come moderatore – era una Giornata diversa dalle altre: non analisi, niente idee, nessuna prassi “sui” bambini ma “con” i bambini.
Una giornata di ascolto e che proprio dal “diritto all’ascolto” è partita – si intitolava “Voce ai Diritti. L’ascolto come strumento di protezione dei più piccoli” – mettendo al tavolo AgCom (la commissaria Laura Aria), Corecom Lazio (Eleonora Zazza, presidente) e Ordine dei giornalisti (il vicepresidente del consiglio nazionale, Francesco Caroprese).
Con loro il vicequestore Giancarlo Gennaro, che dirige il Centro nazionale per il contrasto alla pedopornografia, e Giovanni Scala, che in Telefono Azzurro si occupa dei programmi digital.
Gli impegni delle istituzioni
«Abbiamo messo in campo strumenti concreti per proteggere i più giovani online», ha ricordato la commissaria Aria, «come la nuova “sim” dedicata ai minori che consente di bloccare automaticamente i contenuti nocivi. È fondamentale che le famiglie conoscano e utilizzino queste opportunità, perché la tutela digitale parte proprio dalle scelte quotidiane dei genitori. Solo con una piena consapevolezza condivisa tra adulti e ragazzi possiamo garantire un ambiente digitale realmente sicuro».
E Zazza le ha fatto eco: «Oggi è una Giornata in cui possiamo e dobbiamo davvero confrontarci sul diritto all’ascolto. Anche noi, che operiamo ogni giorno nel settore, non siamo infallibili: spesso, presi dalla fretta, gli adulti finiscono per non ascoltare davvero i ragazzi. Dobbiamo imparare a lavorare insieme a loro, non per loro. Il nostro impegno attraverso il Corecom e l’Osservatorio infanzia e minori è quello di essere una rete di prossimità per garantire ai ragazzi uno spazio di ascolto autentico, accessibile e capace di trasformarsi in interventi concreti».
Caroprese ha ricordato che «i giornalisti hanno una grande responsabilità perché le parole possono informare, orientare e perfino proteggere. È essenziale raccontare la realtà con rigore e sensibilità, soprattutto quando riguarda i giovani. Il nostro impegno deve essere un’informazione consapevole e rispettosa, capace di fare davvero la differenza».
La sintesi del professore
A fare la sintesi, come capita spesso, è stato lo stesso Caffo: «È urgente ricostruire un ponte tra adulti, bambini e adolescenti, oggi spesso separati da mondi che non si incontrano», ha detto il professore, «mentre i giovani vivono in ambienti digitali complessi, gli adulti faticano a comprenderli, lasciando che siano le tecnologie a colmare vuoti di dialogo e presenza. L’intelligenza artificiale e le piattaforme digitali influenzano profondamente identità e relazioni dei ragazzi: per questo famiglia, scuola e comunità devono tornare a essere guide affidabili. Riconoscere precocemente i segnali di disagio, spesso minimi e silenziosi», ha concluso, «è fondamentale, e servono adulti formati e una rete integrata di istituzioni, scuola e servizi per intervenire tempestivamente. Una società che non ascolta bambini e adolescenti rinuncia al proprio futuro: l’ascolto deve diventare una pratica quotidiana e condivisa».

Ascoltare gli adolescenti
Già ma l’ascolto degli adolescenti, con cui questo racconto era cominciato? Non è mancato. Dal palco, si poteva vedere una sorta di urna di plastica trasparente scorrere veloce fra le file dei giovanissimi spettatori e osservare, ogni tanto, qualche ragazzino deporre bigliettini bianchi.
Le domande, appunto. Su quale età sarebbe giusta per stare sui social, su come fare se qualcuno bullizza «inviando messaggi da un profilo anonimo» ma anche, con la legittima impudenza della prima adolescenza e rivolgendosi direttamente agli adulti “ragionatori” sul palco, se poi loro, coi figli a casa, fanno davvero quanto promesso: dialogo, condivisione, confronto.
Non hanno l’aria di messaggi maieuticamente indotti dagli insegnanti: la sintassi è talvolta arrangiata, lo stampatello incerto, sono proprio le domande della platea.
«Può capitare», legge il moderatore su un biglietto scritto in una grafia molto femminile e con pennarello rosa, «che socializziamo troppo sui social. È come se avessimo una maschera per non vedere tutto il resto?».
Il diritto al futuro e le domande dei giovanissimi
Ma è quando si parla di “diritto al futuro”, dopo aver toccato il tema di quello alla salute e al benessere col direttore del Dipartimento di Neuroscienze de La Sapienza, Francesco Pisani, che le domande si fanno pressanti.
Dopo che un video ha mostrato la scuola “sotterranea” di Kharkiv, dove tante classi di pari età ucraini studiano per sfuggire ai droni russi; dopo che il professor Caffo ha ricordato l’impegno per Gaza e la speranza di riuscire a operare in Sudan; dopo aver ascoltato Eduardo Garcia Rolland, di Unicef, dire che «sono davvero troppi 520 milioni di bambini che vivono in zone di guerra», ecco che, dalla platea del Teatro Rossini, le missive hanno portato domande amare, «perché la guerra non finisce?», o considerazioni saggissime, «penso che i bambini che stanno subendo la guerra siano forti».
Frasi brevi, vergate su bigliettini poco più grandi di una figurina (loro che forse le figurine non le usano più), prove di ascolto, prove di dialogo.
Appuntamento al 9 aprile 2026
Ce n’è abbastanza per far lanciare a Telefono Azzurro l’invito «a promuovere una riflessione volta a dare concretezza a questo principio lanciando un appello a genitori, istituzioni, scuola, educatori, professionisti della salute e del mondo dello sport e dei media affinché tutti si assumano la responsabilità di creare ambienti favorevoli a una partecipazione reale e incisiva dei bambini». Telefono Azzurro lo farà al Cnel e in Parlamento.
Una chiamata alla responsabilità.

Nella foto di apertura, dell’autore dell’articolo, alcuni dei biglietti attraverso i quali i giovani spettatori dell’evento di Telefono Azzurro a Roma, hanno posto domande ai relatori. Le altre foto sono dell’ufficio stampa della Fondazione.
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