Mondo
Iain Chambers: «Quello che accade a Gaza non è solo guerra, è anche colonialismo»
Il sociologo e antropologo britannico è intervenuto a Cagliari, alla Conferenza euromediterranea per la pace organizzata dall'Arci. «Criticare il governo di Israele è antifascismo, non antisemitismo, che pure esiste ed è un prodotto della cultura occidentale» ha detto durante la sua applauditissima lectio magistralis
«Sono fermamente convinto che la Palestina costituisca il classico granello di sabbia in grado di inceppare quel complesso meccanismo politico, sociale ed economico che sta distruggendo il mondo». Parole e pensiero sono di Iain Chambers, antropologo e sociologo britannico di fama mondiale, che nei giorni scorsi è stato uno dei relatori più seguiti nel corso della Conferenza euromediterranea per la pace, che Arci nazionale e Arci Sardegna hanno organizzato all’ex Manifattura Tabacchi di Cagliari. E il pensiero di Chambers è profondo, almeno quanto quel Mar Mediterraneo che si è inghiottito migliaia di migranti e speranze. Il mare di mezzo, crocevia di culture e scambi commerciali nel corso dei millenni, ma che ora allontana l’Occidente dall’Africa e dai Paesi del Medio Oriente. Queste, per lo meno, nelle intenzioni di molti politici e di una parte della finanza mondiale.

Chambers, inglese di nascita e italiano d’adozione (vive a Napoli dal 1976), si definisce anglo-scozzese d’origine (lui è nato vicino a Manchester ma la madre era di Glasgow) e napoletano d’adozione. È stato membro del celebre gruppo di studi della cultura contemporanea guidato da Stuart Hall all’Università di Birmingham. È un esperto di studi postcoloniali.
Professore, ci parli di questo granello che può inceppare la macchina da guerra.
Nonostante ciò che è accaduto e sta accadendo da anni, quella piccola striscia di terra e la vicenda che si trascina da tanto tempo è un laboratorio della modernità. Lì sono esposti i limiti del nostro modo di concepire il mondo attuale. Spetta a noi modificare i linguaggi, perché ci consentano di andare oltre questi limiti e pensare a un altro senso della modernità e del Mediterraneo. Gaza incide enormemente su di noi e sui nostri linguaggi: non è un fenomeno di geopolitica del Mediterraneo orientale, bensì un condensato di storia della modernità occidentale.
Durante la sua lectio magistralis, a Cagliari, ha detto testualmente che «criticare il governo di Israele non è antisemitismo ma antifascismo»…
Ciò che vediamo a Gaza non è guerra ma colonialismo. E tutto è cominciato ben prima del 7 ottobre 2023. Ho parlato di fascismo perché in molti Paesi, Italia compresa, è in atto una criminalizzazione della voce critica: ormai è permessa un’unica narrazione, non c’è spazio per un dibattito democratico. I governi occidentali, in buona parte, garantiscono a Israele un appoggio incondizionato e vogliono far credere alla gente che non sia in atto una guerra etnica. Così facendo, però, non si arriverà a una soluzione reale. Così come non ci sarà una pace reale finché i palestinesi non avranno giustizia.

La politica va in una certa direzione ma i cittadini di tutto il mondo sono scesi in piazza per manifestare apertamente il loro dissenso.
È vero, c’è stata la mobilitazione di massa, però nel dibattito in tv e sui giornali manca la voce palestinese. Anche qui, in Italia. Si continua a invitare i rappresentanti della comunità ebraica, nel tentativo di avviare un dibattito, ma i palestinesi dove sono? Vi sembra democrazia, questa? È in atto un’occupazione del linguaggio. E le soluzioni di pace portate avanti sino a questo momento propongono ancora un assetto di politica coloniale.
Tantissimi adolescenti e giovani sono scesi in piazza per la pace.
Un segnale importante. Lo dice anche la pedagogia: per crescere, bisogna uccidere i genitori. Metaforicamente parlando, s’intende. Spetta alle nuove generazioni portare idee nuove che conducano verso la giustizia e la pace.

«Quello che resta è il linguaggio», scrisse Hannah Arendt, storica e filosofa tedesca naturalizzata statunitense.
Concordo con lei. Dico di più: il linguaggio non è mai neutrale. Ora è giunto il momento di passare dalla politica della televisione, cioè dell’apparire, alla politica dell’ascolto.
Ma il problema dell’antisemitismo esiste o no?
Certo che esiste, e da molti secoli. È un prodotto della cultura occidentale. Pensate alle Crociate: molti dei soldati che vi presero parte cominciarono in Europa, uccidendo parecchi ebrei prima di partire per la Terra Santa. In tempi più recenti, la Shoah fu portata a compimenti dai tedeschi, ma ciò non significa che l’antisemitismo appartenesse soltanto alla Germania nazista. La verità è che l’antisemitismo, come componente della nostra formazione di occidentali, non è mai stato affrontato.
In quali termini il razzismo è strutturale in Occidente?
Per capirlo, basta vedere come vengono trattati i palestinesi e i migranti.

C’è chi dice che i tempi sono cambiati, dopo i due mandati presidenziali di Barack Obama.
Se si resta in superficie, l’elezione del primo presidente afroamericano è stata certamente importante. Tuttavia, anche i neri possono far parte di una logica di riproducibilità del capitale e dell’egemonia dell’impero Usa. Perciò, non direi che la sua elezione abbia creato un’interruzione profonda: è stata importante più che altro a livello simbolico.
L’Europa e l’Italia hanno perso una grande occasione di inserirsi nel processo di pace?
Sì, non c’è dubbio. Abbiamo seguito gli Stati uniti su tutti i fronti. Dovremmo porci una domanda: perché la Nato è rimasta in piedi dopo la caduta del Muro di Berlino, nel 1989? La Nato doveva proteggere l’Europa dalla minaccia dell’Unione Sovietica e dei suoi Paesi satelliti. Ma l’Urss non esiste più: quella era l’occasione, per il nostro continente, di creare un’organizzazione interna per la sicurezza al di fuori dell’ombrello americano. Tutto sommato, ci è andata abbastanza bene sino all’arrivo di Donald Trump, ma ci è mancato il coraggio di lavorare al senso dell’essere europei. Abbiamo seguito le logiche del capitale, che è totalmente indifferente alle questioni culturali e politiche.
Anche i Paesi del Brics, un gruppo in forte espansione da un paio d’anni a questa parte, non hanno svolto un ruolo di veri pacificatori nella questione palestinese. Si aspettava un atteggiamento diverso da parte loro?
È in atto un cambiamento epocale, un nuovo assetto del potere mondiale. Soprattutto la Cina, ha preferito la linea del “potere dolce”. Eppure, è evidente che quel Paese sia cresciuto in maniera esponenziale sotto il profilo tecnologico ed economico. È difficile capire che cosa accadrà nel prossimo futuro, la pentola è in ebollizione.

C’è chi sostiene che gli Stati Uniti, e non il solo Trump, siano nelle mani di Israele. Concorda?
È vero soltanto in parte. Anche all’interno del Partito Repubblicano, ormai sono in tanti a porsi delle domande sul presente e sul futuro. La verità è che i tempi della storia sono profondi ma spesso lenti. Però è chiaro che si sta andando verso un nuovo assetto di potere rispetto al passato. I processi storici non si fermano mai. La Cina è vicina… dobbiamo iniziare a imparare il cinese. (ride di gusto)
Significa che ci sarà un ribaltamento dei ruoli, secondo lei?
Secondo me, l’Occidente perderà progressivamente il suo peso mostrato sinora. Credo che ci sia un forte senso di minaccia per quella che possiamo chiamare egemonia bianca sul pianeta. Per tanti secoli, il colonialismo ha fatto credere all’Occidente che il mondo ci appartiene e che la storia la scriviamo noi. Ma non funziona così. Quanto meno, non può funzionare a lungo. Chi ha il diritto di narrare, mappare e spiegare il Mediterraneo?
Lei parla spesso di egemonia. Secondo Antonio Gramsci, l’egemonia è la direzione intellettuale e morale di una classe dominante su altre classi, ottenuta tramite la coercizione ma anche attraverso il consenso, la persuasione e la costruzione di un blocco storico-sociale.
Per me il pensiero di Gramsci è centrale. Durante i lavori che abbiamo svolto negli anni Settanta al Centro studi della cultura contemporanea, abbiamo introdotto nel mondo anglofono il suo concetto di centralità della cultura: nulla passa, se non attraverso gli strumenti culturali. Neppure la politica e l’economia.

Lei ha detto che ci sono altri Mediterranei…
Sì, perché i conflitti in atto sono tanti. Ma il genocidio in atto in Palestina è molto vicino a noi. Per questo dobbiamo chiederci che cosa accade nel momento in cui vogliamo introdurre le altre culture delle varie sponde del Mediterraneo. Oggi viviamo soltanto l’ultimo capitolo delle migrazioni della modernità. Ma domandiamoci chi sta raccogliendo buona parte dei pomodori che produciamo.

Nel corso della lectio magistralis ha detto anche che «la storia degli Stati Uniti racconta la logica dello sterminio, giustificato dagli interessi economici».
Basti pensare a cosa è accaduto ai nativi americani. Da lì si origina il razzismo come struttura di potere. Una logica che resiste al tempo e giustifica tutto. Però questo periodo storico ci offre tutti gli strumenti per ripensare la modernità. Dico spesso che il passato è sempre ora.
Il presente intanto parla di una pace posticcia, in Palestina.
Vero. Ma non si possono eliminare i palestinesi. È impossibile, nonostante le atrocità cui stiamo assistendo.
Credits: le foto sono dell’autore del servizio
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