Culle vuote

L’idea di Usa e Francia: meno scuola, più figli

Nel 2024 in Italia sono nati 10mila bambini in meno rispetto all’anno precedente. I dati Istat confermano che la fertilità ha raggiunto un altro minimo storico: 1,18 è il numero medio di figli per donna. Per rilanciare la natalità, negli Stati Uniti e in Francia c’è chi propone di accorciare la durata degli studi per non ritardare la decisione di formare una famiglia. «Mi sembra un approccio semplicistico», riflette Riccarda Zezza, imprenditrice e autrice di Maam, la maternità è un master: «Se crescere un figlio è un master, studiare è il primo esame»

di Daria Capitani

Studiare è diventato un problema? È l’interrogativo da cui prende le mosse un articolo pubblicato pochi giorni fa su The Conversation, piattaforma di informazione a cui collaborano accademici e ricercatori da tutto il mondo. L’analisi parte da «un think thank conservatore vicino a Trump che negli Stati Uniti accusa l’università di ritardare la formazione delle famiglie», e approda in Francia, «dove c’è chi propone di accorciare la durata degli studi per rilanciare la natalità». Nel mezzo ci siamo noi, che dall’Italia contiamo le culle vuote e l’ennesimo minimo storico di nascite.

«Meno scuola, più figli», ha scritto provocatoriamente Sara De Carli nella newsletter Dire, fare baciare (se non siete ancora iscritti, trovate tutte le informazioni qui), raccontando di queste nuove prospettive che oltreoceano e oltralpe stanno trovando credito e spazio nel dibattito pubblico e mettendo in relazione queste critiche alla durata degli studi con i dati appena pubblicati dall’Istat. 10mila neonati in meno nel 2024 rispetto all’anno prima e record al ribasso del numero medio di figli per donna, fermo a quota 1,18. A stimolare ulteriormente la riflessione, la sottolineatura dell’Istat a corredo dei dati. «I fattori che contribuiscono alla contrazione della natalità sono molteplici», si legge nel comunicato: «l’allungarsi dei tempi di formazione, le condizioni di precarietà del lavoro giovanile e la difficoltà di accedere al mercato delle abitazioni, che tendono a posticipare l’uscita dal nucleo familiare di origine, a cui si può affiancare la scelta di rinunciare alla genitorialità o di posticiparla».

«Quando le donne non andavano proprio per niente a scuola, facevano molti più figli. Perché non toglierla del tutto?», sbotta Riccarda Zezza, imprenditrice, docente sui temi della leadership e della rottura degli stereotipi, autrice insieme ad Andrea Vitullo del libro Maam, la maternità è un master da cui è nato anche un progetto di formazione per i lavoratori e le aziende. Poi però aggiunge: «Ironia a parte, le provocazioni sono sempre utili per aprire il dibattito. Non ci offrono risposte, generano domande: sarà vero che se finisco prima gli studi faccio più figli? E perché dovrei fare più figli se finisco prima gli studi? È una questione di fertilità o c’è altro? È un diagramma di pensiero interessante, ci ricorda il punto di partenza: a quale domanda stiamo rispondendo? E quante altre risposte possibili possiamo dare alla stessa domanda?»


10mila nati in meno sono all’incirca la metà dei posti a sedere all’Arena di Verona. Quali sono le altre domande che dovremmo porci di fronte a questi numeri?

La prima domanda è: facciamo sempre meno figli soltanto perché abbiamo a disposizione uno spettro di fertilità più breve? Se la risposta è sì, allora quali sono le cause per cui iniziamo a fare figli così tardi? Una può essere la lunghezza degli studi, certo, ma ce ne sono anche altre: le prime che mi vengono in mente sono l’incertezza economica e la paura di perdere il lavoro. Ho incontrato centinaia di ragazze che sostengono di non volere figli in giovane età perché prima desiderano misurarsi con la professione, essere indipendenti economicamente, mettere a frutto i propri studi. Non è legittimo? Provare a trovare un collegamento tra i due mondi, quello della formazione e quello della natalità, mi sembra un approccio semplicistico per affrontare due temi complessi.

Ci sono altri motivi per cui facciamo pochi figli?

Sì, ci sono e la decisione di fare figli in età più avanzata in realtà è una conseguenza. Oltre alla precarietà economica e occupazionale, pesano i messaggi culturali che associamo alla genitorialità. Se la comunicazione sull’avere figli è sempre più ridotta a un’idea di sacrificio, perché iniziare a sacrificarsi prima dell’ultima scadenza possibile?

È vero che essere genitore è un master per lavorare, ma è anche vero che lavorare (e studiare) è un master per essere genitori

Riccarda Zezza, imprenditrice e autrice di Maam, la maternità è un master

È un fardello che continua a pesare soprattutto sulle donne?

L’ultima delle regole del Covid a cadere è stata quella che impediva ai padri di stare in stanza in ospedale con le neomamme. Che cosa significa? Che i figli sono ancora solo delle madri. E questo pesa tantissimo. Le donne sanno bene che ancora oggi in Italia devono fare delle scelte tra carriera e figli. Se ci stiamo dicendo che un’educazione di livello superiore le ha rese più consapevoli, non mi sembra che ridimensionare la formazione possa essere una soluzione. Il tema vero è che le donne, meglio sarebbe parlare di coppie, non dovrebbero essere costrette a scegliere tra istruzione e famiglia o tra lavoro e famiglia. Non dovrebbe essere un gioco a somma zero, ma un gioco in cui vincono tutti e tutti insieme. Anticipare l’ingresso nel mondo del lavoro per non ritardare il progetto di una famiglia oltre l’età più fertile non significa risolvere ma soltanto anticipare la criticità maggiore, ovvero l’occupabilità di una donna dopo la maternità. Se alla visione dicotomica lavoro vs maternità, stiamo aggiungendo il terzo elemento dello studio, anziché raggiungere l’obiettivo di fare tutte e tre le cose, stiamo abdicando all’evoluzione. È disarmante.

Riccarda Zezza.

Perché ridurre il tempo da dedicare alla formazione è una scelta miope?

Oggi non è pensabile ridurre la formazione a un percorso che inizia e finisce. Oggi la formazione è continua perché le condizioni cambiano così velocemente da costringerci ad apprendere lungo tutto l’arco della vita. La distinzione tra una fase di vita in in cui ci si forma, una fase in cui si lavora e una fase in cui ci si ritira, non esiste più da dieci anni almeno. Pensare di accorciare la fase iniziale per allungare o anticipare quella intermedia è anacronistico: nella realtà che viviamo ci si forma, si entra e si esce dal mercato del lavoro continuamente e quelle che un tempo venivano considerate interruzioni diventano passaggi di crescita utili per continuare a contribuire alla società.

Quanto influisce la narrazione sulla genitorialità nelle scelte che compiono i giovani adulti?

Qualche mese fa ho lanciato un sondaggio tra genitori di figli adolescenti, a dieci anni dall’uscita di Maam, la maternità è un master. Quando è uscito il libro, in molti mi avevano detto che l’adolescenza dei figli sarebbe stato un dottorato. Allora mi sembrava una prospettiva desiderabile e remota, oggi eccomi qui. Ho chiesto: «Come state? Come siete cambiati, come persone, come coppie, come genitori, per fronteggiare l’adolescenza dei vostri figli? Come siete diventati, a vostra volta, grandi?». Hanno risposto in 300, 80% circa mamme e poco meno del 20% papà. Sono emerse narrazioni sorprendenti e bellissime sulla genitorialità. In Italia, quando fai un figlio hai l’impressione di diventare soltanto più il genitore di tuo figlio. Il focus è tutto su di lui o lei. Invece, l’adulto continua a crescere, a svilupparsi e a cambiare, e in questo cambiamento si modifica la relazione. Per questo dico che l’adolescenza, il diventare grandi, è un dottorato anche per il genitore, non soltanto per il figlio. C’è chi ha incominciato a fare più sport, chi si è dato al volontariato, chi ha cambiato lavoro. La genitorialità, la formazione, il mestiere che facciamo si evolvono e ci accompagnano per tutta la vita. I figli sono scuole di gestione delle relazioni, di autoconsapevolezza e di problem solving, ci permettono di acquisire competenze utilissime nel mondo del lavoro. Ma dobbiamo ricordarci che vale anche il contrario: lo studio e il lavoro ci allenano ad affrontare le sfide di crescere un figlio. È vero che essere genitore è un master per lavorare, ma è anche vero che lavorare (e studiare) è un master per essere genitori.

Al Perché non vogliamo figli è dedicato il numero di novembre 2024 di VITA magazine. Se sei abbonato leggilo subito qui (e grazie per il tuo sostegno), se vuoi abbonarti trovi tutte le informazioni qui.

La fotografia in apertura è di Tim Bish su Unsplash

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