Idee Vocabolari

Askatasuna, Torino sospesa fra due voci incompatibili

Da un lato i movimenti, dall'altro le istituzioni. Dopo gli scontri di sabato al corteo contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna, le reazioni si moltiplicano. Il sociologo Fabrizio Floris le mette a confronto in un dialogo ideale: «Non sono due versioni degli stessi fatti, sono due cornici interpretative inconciliabili»

di Fabrizio Floris

Voce istituzionale. Torino si sveglia ferita. Le immagini parlano da sole: vetrine sfondate, cassonetti bruciati, agenti in ospedale. La città non può permettersi questo. Non è dissenso, è violenza. Askatasuna è diventata il simbolo di qualcosa che sfugge al controllo: una rete antagonista che non riconosce regole, che rifiuta il dialogo, che trasforma ogni piazza in un rischio per l’ordine pubblico. Non è più tempo di ambiguità. Lo Stato deve farsi rispettare.

Voce di movimento. Torino si sveglia sotto assedio. I blindati erano già lì prima che il corteo partisse. I caschi, i manganelli, i lacrimogeni: la scenografia era pronta. Parlano di violenza, ma non parlano degli sgomberi, dei divieti, della città resa inaccessibile a chi protesta. Askatasuna non è un covo, non è un’emergenza: è uno spazio politico, una storia collettiva. La violenza non nasce in piazza, arriva prima, nelle decisioni prese altrove.

Voce istituzionale. Non si può sempre trovare una giustificazione. C’è un limite oltre il quale il conflitto diventa eversivo. Ci sono collegamenti, regie, una ripetizione che non è casuale. Da anni si parla di Askatasuna come di un problema irrisolto, coperto da una certa indulgenza politica e culturale. Ora i nodi vengono al pettine. La sicurezza dei cittadini viene prima.

Voce di movimento. Da anni si parla di Askatasuna come di un problema perché da anni è un’esperienza che resiste. Ogni volta la stessa storia: dossier, etichette, allarmi. “Eversione”, “terrorismo”, “regia”. Parole grandi per non dire la cosa più semplice: c’è un conflitto sociale che non si riesce a governare, e allora lo si reprime. La sicurezza di chi? Di chi può permettersi di non scendere in piazza.

Voce istituzionale. I fatti sono chiari: ci sono feriti, ci sono danni, ci sono indagini. Lo Stato non criminalizza il dissenso, ma non può tollerare chi usa la forza. Chi non prende le distanze è complice. Serve una risposta ferma, normativa, definitiva. Chi governa deve scegliere da che parte stare.

Voce di movimento. I fatti sono chiari anche per noi: cariche, arresti, denunce, processi che tornano ciclicamente. Lo Stato dice di non criminalizzare il dissenso, ma colpisce sempre gli stessi corpi, gli stessi spazi, le stesse pratiche. Chiede di prendere le distanze, ma da cosa? Dal conflitto stesso. E noi non possiamo farlo.

Voce istituzionale. Torino non può diventare la capitale dell’antagonismo. Serve chiudere una stagione. Ristabilire l’ordine. Voltare pagina.

Voce di movimento. Torino non è una vetrina da proteggere. È un territorio vivo, attraversato da disuguaglianze, guerre lontane che arrivano qui, precarietà quotidiana. Non è una stagione da chiudere. È un percorso che continua. Askatasuna non è solo un luogo: è una possibilità.

Epilogo. Le due voci non si incontrano. Usano le stesse parole – violenza, sicurezza, responsabilità – ma parlano di cose diverse. Non sono due versioni degli stessi fatti: sono due cornici interpretative incompatibili. E Torino resta lì, nel mezzo.

In apertura, scontri al corteo nazionale in solidarietà al centro sociale Askatasuna. (Photo by Marco Alpozzi/Lapresse)

Abbonarsi a VITA con la carta docenti?

Certo che sì! Basta emettere un buono sulla piattaforma del ministero del valore dell’abbonamento annuale che si intende acquistare (1 anno carta+digital a 80€ o 1 anno digital a 60€) e inviarci il codice del buono a abbonamenti@vita.it


La rivista dell’innovazione sociale.

Abbònati a VITA per leggere il magazine e accedere a contenuti
e funzionalità esclusive