Idee All'inizio del nuovo anno

Buoni propositi per il 2026: tutto ciò che dobbiamo smettere di fare quando parliamo di disabilità

Nel 2026 mi impegno a smettere di trattare la disabilità come un tema sociale. Non lo è: invece è un test della qualità della nostra società. Se continuiamo a fallirlo, non è per mancanza di risorse, né per assenza di leggi: è perché preferiamo sentirci buoni piuttosto che diventare giusti

di Giovanni Ferrero

Corteo Disability pride a Torino, giugno 2025

La disabilità non è un tema. È una lente che mostra quanto una società è ipocrita, quanto è pigra, quanto è capace di raccontarsi bene mentre continua a escludere. Per questo i miei buoni propositi per il nuovo anno non sono promesse rassicuranti. Sono rinunce. Sono cose che smetto di fare. Perché molto spesso l’esclusione nasce esattamente da lì.

Se fossi (o sono) uno studente

Mi impegno a smettere di usare la disabilità come insulto, come battuta, come linguaggio innocuo. Mi impegno a smettere di ridere quando qualcuno viene deriso perché è “strano”, “lento”, “diverso”. Mi impegno a smettere di pensare che l’esclusione sia inevitabile, naturale, colpa di chi non sta al passo.
Perché quasi mai è così. Quasi sempre è comodità mascherata da normalità.

Se fossi un insegnante

Mi impegno a smettere di pensare che l’alunno con disabilità sia una competenza esclusiva dell’insegnante di sostegno. Mi impegno a smettere di considerarlo un problema da gestire invece che un’occasione per mettere in discussione il mio modo di insegnare. Mi impegno a smettere di dire “non sono formato” quando in realtà sto difendendo una didattica che funziona solo per alcuni.
Perché ogni volta che delego l’inclusione, sto insegnando che non riguarda tutti.

Se fossi un genitore

Mi impegno a smettere di parcheggiare nei posti riservati alle persone con disabilità “solo per due minuti”. Mi impegno a smettere di farmi il segno della croce quando vedo una persona in carrozzina. Mi impegno a smettere di commuovermi, applaudire, versare la lacrimuccia ogni volta che la disabilità viene raccontata in televisione. Mi impegno soprattutto a smettere di dire a una persona con disabilità che ha fatto la spesa da sola che “è stata grande”.
Ha fatto la spesa. Non ha vinto una medaglia. E il pietismo, anche quando è gentile, resta una forma di disuguaglianza.

Se fossi un politico o un amministratore pubblico

Mi impegno a smettere di trattare tutte le persone con disabilità come se fossero automaticamente esperte. Mi impegno a smettere di confondere vissuto personale, rappresentanza e competenza tecnica. Mi impegno a smettere di organizzare seminari con l’interprete della lingua dei segni senza una sola persona sorda segnante in platea, salvo poi applaudirli come esempi di accessibilità.
Questa non è inclusione. È una messinscena ben fatta. E produce più danni che diritti.

Se fossi un lavoratore

Mi impegno a smettere di dire “non dipende da me”. Mi impegno a smettere di accettare luoghi, processi e strumenti progettati male. Mi impegno a smettere di adattare le persone a sistemi che escludono per costruzione.
Perché la disabilità non è il problema. Il problema è chi continua a progettare come se certi corpi non esistessero.

Se fossi un commerciante

Mi impegno a smettere di dire “è solo un gradino”. Mi impegno a smettere di minimizzare una barriera che non vivo. Un gradino non è un dettaglio. È una selezione all’ingresso. È una forma di apartheid quotidiana, educata, normalizzata, socialmente accettata.
E proprio per questo è ancora più grave.

Se fossi un imprenditore

Mi impegno a smettere di pensare che il rapporto tra azienda e disabilità si esaurisca nell’inserimento lavorativo. Mi impegno a smettere di progettare prodotti e servizi per un’umanità standard che non esiste. Mi impegno a chiedermi chi resta fuori da ciò che produco, vendo, comunico.
Perché l’inclusione non è solo chi assumo. È che mondo contribuisco a costruire.

Nel 2026 mi impegno a smettere di trattare la disabilità come un tema sociale. È un test di qualità della nostra società. Se continuiamo a fallirlo, non è per mancanza di risorse, né per assenza di leggi: è perché preferiamo sentirci buoni piuttosto che diventare giusti.

In apertura, corteo del Disability Pride a Torino, 28 giugno 2025: foto di Giulio Lapone/LaPresse

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