Idee Società

Caro Terzo settore hai un compito storico: generare democrazia, le “buone pratiche” non bastano più

Il Terzo settore non può più essere raccontato come la rete di sicurezza del Paese: sarebbe riduttivo, quasi offensivo. Le organizzazioni della società civile oggi hanno un ruolo più grande, più coraggioso, più necessario: sono l’antidoto alla demofobia. Sono il luogo in cui la cooperazione torna a essere esperienza, relazione, responsabilità reciproca. Sono il punto in cui la società può ancora imparare a fidarsi. L'intervento del direttore di Aiccon

di Paolo Venturi

L’anno che verrà chiama per nome una moltitudine. Non un settore, non una categoria, ma l’arcipelago vivo di persone, organizzazioni civili, cooperative, fondazioni, reti informali e professionisti che ogni giorno rammendano legami, proteggono fragilità, coltivano possibilità dove altri vedono solo costi. Questa moltitudine non è un capitolo di spesa: è l’infrastruttura democratica del Paese. E oggi questo ruolo va detto con più forza, perché la democrazia stessa mostra crepe profonde. Il nuovo rapporto Censis lo certifica: il 30% degli italiani ritiene che le autocrazie siano più efficaci nell’interpretare lo spirito del tempo. Una società che fatica a riconoscersi, che perde fiducia, che scambia il disincanto per saggezza, oggi guarda con simpatia a scorciatoie autoritarie. E non è un caso se la spesa culturale delle famiglie crolla del 34,6% mentre quella digitale esplode: meno cultura condivisa, più solitudini iperconnesse. Sullo sfondo, il 72% non crede più nella politica, né nella partecipazione civica. È in questo vuoto che cresce la patologia del nostro tempo: la polarizzazione emotiva. Non un fenomeno marginale, ma un ecosistema tossico alimentato da contenuti progettati per dividere. Non stupisce che l’Oxford Dictionary abbia scelto come parola dell’anno rage bait: la rabbia come moneta di scambio dell’attenzione. La rabbia genera paura. E la paura, quando diventa sistema, isola.

Ecco perché il Terzo settore non può più essere raccontato come la rete di sicurezza del Paese: sarebbe riduttivo, quasi offensivo. Le organizzazioni della società civile oggi hanno un ruolo più grande, più coraggioso, più necessario: sono l’antidoto alla demofobia. Sono il luogo in cui la cooperazione torna a essere esperienza, relazione, responsabilità reciproca. Sono il punto in cui la società può ancora imparare a fidarsi.

Ma riconoscere questo valore non basta. Negli ultimi anni abbiamo celebrato in ambito sociale la figura del changemaker, spesso senza veder cambiare davvero il contesto in cui opera. Abbiamo scambiato la sperimentazione per trasformazione, la “buona pratica” per politica pubblica, la ciliegina per la torta. Non è più sufficiente. L’anno che verrà deve inaugurare una fase nuova: il Terzo Settore come game changer. Non per ambizione retorica, ma perché nessuno come questo universo è immerso nei bisogni reali, nelle relazioni, nella cura, nel mutualismo, nei meccanismi intimi attraverso cui una comunità si tiene in piedi. È l’unico attore che oggi può cambiare le regole del gioco dall’interno della società, non dall’alto né da fuori.

Uscire dalla sindrome delle basse aspettative è un’urgenza politica e culturale. Se una società si convince che “non si può fare di più”, si condanna a un eterno ritorno del passato. È la retrotopia che abitiamo: il migliore dei mondi non è più davanti, ma dietro. Il Terzo Settore non può permettersi questa resa: la sua esistenza stessa dimostra che il futuro si genera sfidando inerzie, non custodendo nostalgie.

Il primo augurio allora è chiaro: cambiare la narrazione. In un’epoca in cui la rabbia è progettata, la sfiducia è strutturale e la solitudine diventa comportamento collettivo, la società civile è uno dei pochi anticorpi narrativi rimasti. Deve proporre un immaginario alternativo: realistico, desiderabile, faticoso, ma autentico. Perché ciò che vale davvero richiede fatica — e dà senso alla fatica.

Il secondo augurio riguarda le organizzazioni dell’economia sociale: serve una stagione di rischio, non di amministrazione. L’inerzia è diventata una trappola culturale. Senza investimento sociale non c’è impresa sociale. E senza comunità non c’è investimento. Le comunità non sono utenti: sono la vera infrastruttura del valore — e oggi rischiano una desertificazione silenziosa, una perdita di senso prima ancora che di risorse. Servono comunità di investimento che sostengano comunità di cura, comunità educative, comunità d’innovazione, comunità di welfare. Altrimenti i territori non perderanno solo i giovani più qualificati: perderanno valore civico. Non solo “brain drain” ( fuga di cervelli) , ma “civicness drain” ( desertificazione dei valori). È questo il vero rischio: economie che crescono senza valori, territori che mantengono il PIL ma smarriscono la coesione, sistemi che performano mentre la loro anima collettiva si assottiglia.

Il terzo augurio riguarda la pubblica amministrazione: il soggetto più necessario e, paradossalmente, il più distante dalle proprie promesse. Non bastano tavoli e dichiarazioni: servono scelte, posizionamenti, alleanze reali. Le Pa devono imparare co-programmare e co-progettare sapendo distinguere tra associazioni, fondazioni, imprese sociali; devono scegliere le vulnerabilità prioritarie e devono aprirsi ad un mondo imprenditoriale che è disposto ad investire in welfare territoriale al fine di competere in un mondo in cui il capitale umano non è più garantito. E tutto questo deve avvenire dentro una logica di sussidiarietà circolare: non più verticale o orizzontale soltanto, ma integrata, corresponsabile, evolutiva. Una sussidiarietà che crea valore non distribuendo compiti, ma condividendo responsabilità. Una sussidiarietà che non somma attori, ma li connette.

Il tempo accelera. I bisogni aumentano. La fiducia si assottiglia. Ma ci sono segnali che indicano possibilità: reti che innovano, territori che sperimentano, comunità che resistono e rilanciano. Non basta testimoniarle: occorre moltiplicarle. Perché il futuro non arriva da solo. Inizia quando qualcuno decide che cambiare è possibile — e necessario. Inizia quando il Terzo settore smette di essere il “cuscinetto” del Paese e torna a essere ciò che è sempre stato nei suoi momenti migliori: un generatore di democrazia e sviluppo umano, un produttore di immaginazione, un atto di generosità verso ciò che ancora non c’è.

Foto di Timon Studler su Unsplash

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