Idee Milano
Cinturrino non è il male imprevisto, è il figlio tragico di un luogo chiamato Rogoredo
Il poliziotto e la sua vittima, lo spacciatore Abderrahim Mansouri, si erano già incontrati prima di quella notte. Si erano incontrati nel bosco della droga. È lì che le loro storie si sono intrecciate e fatte tragedia, ed è solo lì che si trova il senso di quello che è successo. Eppure nel racconto pubblico e politico quel contesto manca. E senza di esso non si comprende nulla. E non si cambia niente. Eppure proprio a Rogoredo c'è chi scegli di tenere accesa la luce che lo Stato ha spento da anni
Il posto dove la storia di Carmelo Cinturrino e quella di Abderrahim Mansouri si erano già legate indissolubilmente prima di quella notte del 26 gennaio si chiama Rogoredo. È quello il contesto e il filo rosso che cuce insieme questa tragedia. È questo il posto che va raccontato. Il posto che conta. Le polemiche politiche invece non pesano nulla. La visita a sorpresa a Rogoredo della presidente del Consiglio Giorgia Meloni e l’orrenda e schizofrenica bulimia giustizialista di Matteo Salvini (prima contro Mansouri, poi contro Cinturrino) sono fumo negli occhi. Contano i luoghi e chi quei luoghi conosce. Il resto, a Rogoredo, più che altrove è fuffa.
Due uomini, un luogo. E quel luogo è la chiave di tutto.
Cinturrino non è arrivato per caso in quel bosco. Ci lavorava da anni. Era, dicono i colleghi del commissariato Mecenate, il più presente, il più operativo, quello che conosceva pusher e tossicodipendenti per nome. Aveva fatto decine di arresti. Per alcuni era il poliziotto che “ripuliva” il boschetto. Per altri — emerge adesso dalle testimonianze — era l’uomo che lì dentro dettava le regole a modo suo, con richieste di denaro e droga, con violenze che gli avevano fatto guadagnare il soprannome di “Thor”. Mansouri, 28 anni, conosciuto nel giro come “Zack”, era uno dei volti di quel mercato. Anche lui conosceva Cinturrino. Quanto si conoscessero, e come, è quello che la Procura sta cercando di capire.
Dal 2015, l’anno dell’Expo, il bosco di Rogoredo è conosciuto come “il bosco della droga”, un mercato dello spaccio a cielo aperto. Da allora Milano ha vissuto due stagioni che ha raccontato al mondo come prove della propria rinascita: l’Expo appunto, e poi le Olimpiadi invernali. Grandi eventi, luci, cerimonie, rendering di una città che ce l’ha fatta. E nel frattempo, a pochi chilometri dai padiglioni e dalle piste di ghiaccio, il bosco continuava a inghiottire persone. Silenziosamente, senza conferenze stampa.
Cos’è Rogoredo lo sanno tutti da anni: uno spazio protetto dagli alberi, anonimato, disponibilità di droga 24 ore su 24, e prezzi bassissimi. Microdosi di eroina a pochi euro. Molti tossicodipendenti si stanziarono con accampamenti di fortuna, trasformandolo in un vero e proprio camping di miserabili. Poi arrivarono gli sgomberi, le “bonifiche”, i discorsi dei sindaci. Un’importante opera di riqualificazione ha restituito il parco ai cittadini, ma il popolo dei “dimenticati” si è spostato al di là della strada, a ridosso dei binari, nella terra di nessuno che da Rogoredo va verso San Donato. Come ha detto Simone Feder, lo psicologo che da nove anni coordina il Team Rogoredo: l’acqua in discesa non la fermi. Puoi costruire una barriera, ma troverà sempre una fessura da cui passare.
Il viavai dei “fantasmi” a caccia di dosi si è spostato nello sterrato di via Orwell, sotto i piloni che sorreggono le corsie della tangenziale, con il pericolosissimo sconfinamento sui binari dell’Alta velocità in caso di visite indesiderate. E a Rogoredo si continua a morire. Lo scorso gennaio, un uomo di 34 anni è stato trovato in via Impastato — la stessa via dove Mansouri è stato ucciso — ed è morto di freddo e di stenti. Si chiamava Andrea Colombo.
Tutto questo Cinturrino lo conosceva. Lo respirava ogni giorno. Lo aveva dentro. E non è un’attenuante: è una domanda. Cosa produce, su chi ci lavora e su chi ci vive, un luogo abbandonato a se stesso per dieci anni? Cosa succede quando Stato e istituzioni scelgono di presidiare senza mai sanare, di contenere senza mai risolvere? Il male non nasce dal niente. Nasce da un contesto. E il contesto si chiama Rogoredo.
Quelli che a Rogoredo ci stanno per davvero
Eppure c’è chi in quel bosco ci va ancora, la notte, con le mani piene di coperte e panini e tè caldo. La rete del Team Rogoredo — Casa del Giovane di Pavia, La Centralina di Morbegno, il Corpo italiano di soccorso dell’Ordine di Malta, Volontari italiani solidarietà Paesi emergenti, Milano sospesa e Fondazione Eris — da anni porta sollievo e speranza nei tunnel che corrono sotto i binari. Ragazzi e ragazze che non portano solo assistenza: portano presenza. Chiamano le persone per nome. Le guardano negli occhi. Dicono, con un gesto: ti vedo, sei ancora qualcuno.
Il Bosco non è solo degrado. È pericolo, paura, dolore. È trasformazione continua. Eppure, nonostante tutto, il Bosco di Rogoredo respira. Respira a modo suo: ruvido, spezzato, ferito. Ma respira. Lo sento in quelle sere che passo là. Lo sento nei passi stanchi di chi lotta per non arrendersi. Nei volontari del Team Rogoredo: ragazzi e ragazze che da anni scelgono di scendere con me, di camminare nel buio con le mani piene di speranza. Portano coperte, vestiti, scarpe, panini, un tè caldo. Ma soprattutto portano presenza. Umanità
Simone Feder (volontario)
Vivere in un “non luogo” significa abitare uno spazio che esiste, ma non viene contato, non viene visto. Significa essere invisibili in mezzo a milioni di occhi. Essere dimenticati, portarsi addosso un nome che nessuno chiama più. I volontari del Team Rogoredo quei nomi li imparano a memoria. Perché sanno quello che le istituzioni sembrano aver dimenticato: la disperazione non è un concetto astratto, né una diagnosi su un foglio. È un volto scavato. Uno sguardo vuoto. Una ferita aperta. Si tocca. Ci guarda negli occhi. E ci chiede qualcosa.
Allora la domanda va fatta ad alta voce, a chi amministra questa città e questo Paese: cosa volete che diventi Rogoredo? Non il quartiere attorno, non i nuovi cantieri di Santa Giulia, non gli studentati. Quel pezzo di terra. Quelle persone. Quel disagio che da dieci anni ne genera altro. Qual è il progetto? Quando si comincia a farlo?
Continuare a leggere casi come quello di Cinturrino come anomalie individuali, come mostri da catalogare e archiviare, significa rifiutarsi di fare questa domanda. Significa scegliere ancora una volta di non vedere. Finché non ci sarà una risposta, ci sarà sempre un bosco che inghiotte vite. E ci sarà sempre qualcuno che paga — con il corpo, con la libertà, con l’anima — il prezzo di una scelta che nessuno vuole fare.
Nel frattempo, non lasciamo soli quelli che ci vanno. Il Team Rogoredo e le altre associazioni che presidiano il bosco ha bisogno di noi: di volontari, di risorse, di attenzione. Andate a conoscerli. Seguiteli. Supportateli. Perché loro non aspettano che le istituzioni si sveglino: scendono nel buio adesso, ogni settimana, e tengono accesa una luce che lo Stato ha smesso di tenere. Non hanno tutto. Ma hanno qualcosa di raro: ci sono per davvero. Loro sì.
Credit foto: La Presse, un agente nel bosco di Rogoredo
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