Idee Ricchi & Poveri
Così la disuguaglianza produce società violente
Quando le persone si trovano di fronte a un muro insormontabile, quando la disuguaglianza si trasmette tra le generazioni e la mobilità si ferma, la violenza smette di sembrare una follia e diventa una delle opzioni sul tavolo. Più alto è il sentimento di ingiustizia più alta è la tolleranza al rischio nelle azioni per combatterla
Guerre, rivoluzioni e radicalizzazioni politiche sono eventi che producono ingiustizia, disuguaglianza, anomia e crudeltà: la guerra distrugge ricchezza, annulla diritti e nega la libertà. Il legame tra violenza e disuguaglianza potrebbe però essere circolare. La solidificazione della disuguaglianza e il blocco della mobilità sociale spalancano le porte a soluzioni radicali. In altre parole, quando le persone si trovano di fronte a un muro insormontabile, quando la disuguaglianza si trasmette tra le generazioni e la mobilità si ferma, la violenza smette di sembrare una follia e diventa una delle opzioni sul tavolo. Più alto è il sentimento di ingiustizia più alta è la tolleranza al rischio nelle azioni per combatterla.
La teoria della “deprivazione relativa” di Ted Robert Gurr (Why man rebel, 1970) ha mostrato già negli anni settanta che il potenziale di violenza collettiva cresce con l’intensità dello scarto percepito tra ciò che le persone ritengono di meritare e ciò che vedono effettivamente possibile. Non è la povertà assoluta a spiegare le esplosioni di conflitto, ma la combinazione di aspettative crescenti e blocco delle opportunità. Gurr distingue tre tipi di deprivazione relativa: quando le aspettative sono più alte delle possibilità, si parla di “deprivazione decrementale”; la “deprivazione aspettata” deriva da un confronto con il passato, quando una situazione peggiora dopo un periodo di miglioramento. Infine, la “deprivazione ingiusta” è esplosiva: è l’emozione che si percepisce quando altri ottengono più di quanto la persona stessa o il proprio gruppo ritiene giusto. Ebbene la contemporaneità sta sperimentando tutte e tre le forme di deprivazione: la teoria evidenzia che essa genera insoddisfazione e emozioni negative come rabbia e risentimento, che possono motivare azioni collettive o comportamenti di protesta per ristabilire un equilibrio psicologico o sociale. Il concetto è quindi centrale per spiegare fenomeni di conflitto e mobilitazione.
Questa intuizione è stata ripresa e aggiornata in una vasta letteratura successiva, fino a formulazioni recenti che utilizzano la deprivazione relativa come chiave per leggere radicalizzazione e violenza estremista, a partire dal fondamentalismo islamico fino alla polarizzazione esasperata dell’elettorato nei paesi occidentali. Parallelamente, una serie di studi empirici ha documentato il legame tra disuguaglianza economica, insicurezza e conflittualità politica: l’aumento dell’ineguaglianza si associa a una crescita del sostegno per partiti e piattaforme radicali che ammettono la violenza, come strumento di lotta o soluzione dei problemi, in particolare dopo crisi economiche e fasi di forte insicurezza. Il World Social Report 2025 descrive un mondo in cui livelli sbalorditivi di disuguaglianza, frammentazione sociale e crollo della fiducia stanno destabilizzando le società e alimentando sostegno ad opzioni eversive. L’Undp, nel Trends Report 2024, segnala esplicitamente “l’aumento della disuguaglianza che alimenta il malcontento” e collega tale malcontento a una crescita dei rischi di scontro in molte aree del mondo. Un’ulteriore conferma arriva dal rapporto globale G20 sulle disuguaglianze: la concentrazione estrema di ricchezza, amplificata dai grandi passaggi generazionali di patrimonio, aumenta la percezione di ingiustizia, alimenta risentimento e rappresenta un rischio sistemico per la stabilità democratica. Esiste dunque una correlazione tra diversi fenomeni: risentimento derivante da percezione di deprivazione relativa; blocco della mobilità sociale e aggravamento delle diseguaglianze; radicalizzazione politica, anche con l’apertura nel dibattito pubblico del ricorso alla violenza.
Nel caso russo, la traiettoria di transizione post-sovietica è stata segnata da un aumento rapido della disuguaglianza e dalla concentrazione del potere economico e politico in un blocco oligarchico. L’appoggio ad autocrati, che ricorrono alla violenza, auspicando mutamenti geopolitici radicali è associato ad una volontà di cambiamento sistemico generale e diffusa. L’appoggio al governo potrebbe non solo essere motivato dal successo della propaganda e al tentativo di esternalizzare il potenziale conflitto interno, ma alla speranza di un cambiamento costi quel che costi. Quando l’ascensore sociale è fermo, l’idea di un salto nel buio – un azzardo geopolitico che ridisegni gli equilibri – entra nel campo delle possibilità politiche praticabili.

La letteratura sulle conseguenze delle crisi finanziarie mostra come, storicamente, gli shock economici abbiano aumentato il sostegno a partiti estremisti. Gu e Wang hanno argomentato che crescere in contesti di forte insicurezza rende più probabile aderire a narrazioni che promettono rotture nette e “soluzioni eversive” rispetto allo status quo (Income Inequality and Global Political Polarization: The Economic Origin of Political Polarization in the World, Journal of Chinese Political Science, 2022 27:375–398). Un rapporto presentato all’assemblea generale dell’Onu dal relatore speciale sulla povertà estrema, Olivier De Schutter, correla esplicitamente decenni di tagli al welfare e di politiche di austerità alla crescita di movimenti populisti e di estrema destra in Europa e negli Stati Uniti. La riduzione delle protezioni sociali alimenta percezioni di scarsità, rafforza narrazioni “noi contro loro” e fornisce terreno fertile a forze che capitalizzano il risentimento verso élite percepite come distanti. In parallelo, i dati riportati da grandi sondaggi globali sulla fiducia documentano un passaggio verso una “società del risentimento”: una quota crescente di cittadini ritiene che il sistema sia truccato, che istituzioni e mercati lavorino contro di loro e che la ricchezza sia concentrata in poche mani con un’influenza politica eccessiva. In questo quadro, il sostegno a opzioni politiche di rottura appare meno un incidente o una protesta momentanea e più l’esito di una strategia: quando i meccanismi ordinari di redistribuzione e mobilità non funzionano, la promessa di chi “rovescerà il tavolo” acquista una razionalità di breve periodo, anche a costo di corrodere istituzioni democratiche e diritti.
Il caso dei territori palestinesi è emblematico. Da decenni la Striscia e la Cisgiordania vivono sotto blocco, con livelli di disoccupazione giovanile, distruzione infrastrutturale e dipendenza dagli aiuti che hanno progressivamente demolito l’idea stessa di futuro. Organismi internazionali come Unrwa hanno documentato come la combinazione di assedio, ripetute guerre e restrizioni alla circolazione di persone e merci abbia portato alla “de-sviluppo” dell’economia dei territori, con una compressione estrema delle opportunità di lavoro qualificato e di mobilità sociale. Ricerche recenti sulle cause della radicalizzazione giovanile nell’area sottolineano proprio questo punto: giovani relativamente istruiti, privi di lavoro o confinati in impieghi che non corrispondono alle loro capacità, sviluppano un senso di ingiustizia e di chiusura del futuro che rende più probabile la scelta di percorsi radicali. In un contesto in cui l’orizzonte percepito è “senza via d’uscita”, la violenza appare come l’unico strumento rimasto per alterare la configurazione di potere. Le scelte individuali restano responsabilità di chi le compie, ma il campo delle possibilità socialmente plausibili è profondamente modellato da decenni di prevaricazioni, umiliazione e blocco sistematico della mobilità economica e geografica. La narrazione dominante tende a descrivere la radicalizzazione come effetto di ideologie devianti, estremismo religioso o manipolazioni di piccoli gruppi organizzati. Questa dimensione esiste, ma è solo una parte e neppure centrale del problema, come dimostra il fatto che la questione palestinese abbia attraversato ideologie anche molto lontane tra loro (dall’approccio laico e socialista dell’Olp al fondamentalismo di Hamas ed Hezbollah).
Le soluzioni violente diventano pensabili e plausibili (se non proprio auspicabili per chi ha meno da perdere) quando l’ordine sociale congela l’accesso a percorsi di miglioramento e sviluppo per sé e per la propria famiglia. Il senso di ingiustizia accumulato alimenta risentimento e sfiducia: in questo clima, proposte di rottura – fino alla guerra o alla violenza politica – smettono di essere inaccettabili e diventano “una possibilità fra le altre”. Una volta cristallizzato un regime di disuguaglianza senza vie di uscita, le società entrano in una zona di rischio strutturale in cui la deriva violenta è continuamente disponibile, pronta a essere attivata da crisi, shock o avventurieri politici senza scrupoli.
Se prendiamo sul serio il legame tra disuguaglianza solidificata, blocco della mobilità e apertura alle soluzioni violente, la prevenzione dei conflitti cambia fuoco. Non si limita al contrasto delle ideologie estremiste o alla gestione repressiva dei sintomi. Diventa capacità di garantire, in modo riconoscibile e verificabile, che per la maggior parte delle persone esistano ancora percorsi di miglioramento possibili dentro l’ordine istituzionale esistente.
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