Idee Educazione sentimentale

Dal pensiero magico al principio di realtà: l’impegno collettivo a cui la violenza degli adolescenti ci chiama

Un ragazzo ha ucciso un altro ragazzo, a scuola, davanti a tutti. Facile chiudere la questione rifugiandosi negli stereotipi culturali sugli stranieri (“sono loro che usano i coltelli”). Il punto vero è un altro: abbiamo lasciato i nostri ragazzi, tutti i nostri ragazzi, intrappolati nel principio di piacere, senza accompagnarli verso il principio di realtà. Un compito che non possiamo lasciare solo agli insegnanti e agli educatori, ma ci riguarda tutti

di Dafne Guida

Accoltellato da coetanei uno studente dell'Istituto Enrico De Nicola di Sesto San Giovanni, Milano

Stamattina alle otto, in un breve meeting al telefono con gli educatori del centro di aggregazione giovanile, ci confrontiamo su come affronteremo oggi pomeriggio al Cag l’ennesima storia che ci turba e ci interroga: un ragazzo ha ucciso un altro ragazzo. Lo ha fatto a scuola. Davanti a tutti. E mentre cerchiamo spiegazioni, mentre temiamo che anche qualcuno dei ragazzi del Cag si rifugerà nel cercare spiegazioni in quei tristemente famosi stereotipi culturali sugli stranieri (come se per chiudere la questione bastasse dire “sono loro che usano i coltelli”) noi educatori, insegnanti, genitori restiamo spesso soli a gestire una fragilità che ci travolge.

Perché il punto vero è un altro: abbiamo lasciato i nostri ragazzi, tutti i nostri ragazzi, intrappolati nel principio di piacere, senza accompagnarli verso il principio di realtà. Questa non è benevolenza: è abbandono.

Il principio di piacere funziona così: voglio qualcosa, la ottengo immediatamente, il mondo si piega ai miei desideri. È il pensiero magico dell’infanzia, quello per cui basta desiderare perché le cose accadano, quello del gioco dove tutto è reversibile, dove si può morire e rinascere, dove non esistono conseguenze definitive. Questo va benissimo per una parte della vita, quella ludica, quella dell’immaginazione. Ma non può governare l’esistenza di cittadini in formazione a cui non possiamo impedire l’acquisizione della realtà.


Il principio di realtà, invece, è quella cosa faticosa che ci dice: i desideri vanno mediati, le altre persone esistono davvero e hanno una loro volontà, le azioni hanno conseguenze irreversibili, il mondo non ruota intorno a me. Arrivare a questa consapevolezza non è automatico, non succede da sé. Serve accompagnamento, tanto tempo a disposizione ed educazione continua.

Quando il pensiero magico diventa mortale

Quando quel ragazzo ha ucciso, forse viveva ancora dentro un mondo magico dove la ragazza era un’estensione dei suoi desideri, dove l’idea di perderla era intollerabile come lo è per un bambino perdere il giocattolo preferito. Dove l’altro ragazzo era solo un ostacolo da rimuovere, non una persona con una vita irripetibile. Pensiero magico applicato alla realtà. Micidiale.

E qui entra l’educazione sentimentale, sessuale, emotiva, affettiva. Non quella formale, fatta solo a parole o quella dei corsi spot. Quella vera. Quella che insegna concretamente a riconoscere la gelosia quando sale, a chiamarla per nome, a non confonderla con l’amore. Quella che fa lavorare insieme ragazzi e ragazze per capire cosa significa davvero il consenso, non come concetto astratto ma come pratica quotidiana: chiedere prima di toccare, accettare un no, capire che l’altra persona non è mai tua proprietà. Quella che mette in scena situazioni reali: cosa fai quando ti senti escluso? Quando qualcuno che ti piace sceglie un altro? Quando la rabbia ti brucia dentro? Quella che ti fa scrivere, disegnare, recitare le tue emozioni invece di agirle sui corpi altrui.

Educazione sentimentale significa aiutare i ragazzi a tollerare la frustrazione, ad attraversare il dolore della perdita senza distruggere, a capire che non tutto ciò che desideri ti appartiene, che le altre persone hanno una loro traiettoria che tu non puoi controllare

Educazione sentimentale significa anche questo: aiutare i ragazzi a tollerare la frustrazione, ad attraversare il dolore della perdita senza distruggere, a capire che non tutto ciò che desideri ti appartiene, che le altre persone hanno una loro traiettoria che tu non puoi controllare. Significa parlare di relazioni vere, non di possesso mascherato da amore.

Stiamo abbandonando la scuola?

Ma per fare questo non possiamo lasciare soli gli insegnanti, gli educatori, tutti coloro che ogni giorno affrontano nei contesti scolastici e parascolastici il disagio, la violenza, la fragilità dei più giovani. Devono diventare comunità educante, devono essere sostenuti, formati, accompagnati. Non è possibile chiedergli di gestire emergenze esistenziali senza dargli strumenti, tempo, riconoscimento. Senza creare reti tra scuola, famiglia, territorio. Senza ammettere che questo tema della violenza giovanile ci riguarda tutti e richiede un impegno collettivo, non eroico e solitario.

Il tema della violenza giovanile ci riguarda tutti e richiede un impegno collettivo, non eroico e solitario. Non possiamo lasciare soli gli insegnanti e gli educatori

Perché il cervello adolescente non è ancora maturo per gestire certe tempeste da solo. La corteccia prefrontale, quella che dovrebbe dire “fermati, pensa, non farlo”, matura lentamente, ci vogliono anni. Fino ai 25. E nel frattempo? Nel frattempo servono adulti presenti, capaci di fare da corteccia prefrontale esterna, di offrire contenimento quando quello interno non basta ancora.

Abbiamo ragazzi che vivono immersi in una realtà virtuale dove tutto è modificabile, cancellabile, dove le conseguenze non esistono. E poi pretendiamo che capiscano da soli che nella vita vera la morte è definitiva, che il dolore inflitto non si cancella con un tasto, che l’altro è reale quanto te. Non funziona così.

Altrimenti continueremo a seppellire i nostri figli e a cercare la colpa nelle “usanze di quelli lì”, invece di guardare in faccia il nostro fallimento educativo collettivo.​​​​​​​​​​​​​​​​

La telefonata delle otto si è conclusa lasciando ad ognuno di noi quell’illusione generativa di poter mettere argini e costruire ponti affinché la comunità educante che abitiamo non ceda per stanchezza. Sembra poco, ma non è poco.

Dafne Guida, imprenditrice sociale, filosofa e pedagogista esperta in competenze cliniche, è presidente e direttrice generale di Stripes. In foto, l’esterno dell’istituto nell’hinterland milanese in cui già nel 2025 uno studente era stato ferito con un coltello da un compagno. Foto Claudio Furlan/LaPresse

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