Idee Aree interne
Dalle frane di Niscemi ai borghi vuoti: l’Italia riparta dai gemellaggi climatici
In queste ore in cui nel comune siciliano il terreno sta franando, secondo i dati Enea e Ispra ampie aree italiane sono già considerate “indifendibili”. Il presidente di Wonder Grottole, impresa sociale che ha trasformato un paese in provincia di Matera in un esempio di rigenerazione a partire da oltre 600 edifici abbandonati, lancia la proposta di un gemellaggio climatico. «Abbiamo 10 milioni di case inabitate nel cuore del Paese: creiamo corridoi preferenziali tra centri in pericolo e paesi sicuri»
Mentre scriviamo, le cronache si rincorrono tra i decreti della Presidenza del Consiglio e i detriti che il ciclone Harry ha lasciato sulle coste di Sicilia, Sardegna e Calabria. Il Consiglio dei Ministri del 26 gennaio 2026 ha finalmente deliberato lo stato di emergenza, stanziando i primi 100 milioni di euro per far fronte a un disastro che, secondo le prime stime, ne richiederà almeno 1 miliardo e mezzo.
Eppure, a colpire non è solo la sproporzione economica – quel divario di 1 a 15 che rivela come lo stato di emergenza sia ormai ridotto a un cerotto su una ferita profonda – ma il ritardo sistemico di una macchina politica che arriva sempre a tragedia consumata.

L’esempio più drammatico di queste ore è Niscemi, dove il terreno sta letteralmente scivolando via, minacciando case e vite. Niscemi non è un evento isolato, ma il sintomo di un Paese che si sta sbriciolando sotto i nostri occhi mentre la politica discute di tempi tecnici. Nonostante oggi possediamo una capacità predittiva senza precedenti, lo Stato continua a comportarsi come un soccorritore col fiato corto. Il paradosso del nostro 2026 è racchiuso nel rapporto tra ciò che spendiamo per riparare e ciò che investiamo per evitare il danno: per ogni euro messo in prevenzione, ne spendiamo dieci per spalare il fango. È un’economia che preferisce la soluzione tampone alla pianificazione, mentre l’attenzione resta ipnotizzata dai 13,5 miliardi di euro destinati al ponte sullo Stretto, un’opera monumentale destinata a poggiare su sponde che – come Niscemi insegna – sono sempre più fragili.
Il cuore del problema risiede in un Mediterraneo trasformato in un serbatoio di energia esplosiva. Con temperature registrate a +2,5°C sopra la media in questo gennaio 2026, alimentiamo i cosiddetti Medicane, i cicloni mediterranei. Non subiamo solo alluvioni, ma rischi a catena: il vento abbatte le reti elettriche e le mareggiate distruggono le infrastrutture costiere come porti e lidi, che sono il motore del turismo al Sud. La comunità scientifica è categorica: la “resilienza” non basta più. Innalzare moli spesso sposta solo il problema; la vera sfida è accettare scelte urbanistiche drastiche, come il depauperamento delle coste o la “ritirata gestita” per quei centri edificati in aree di esondazione naturale che andranno, nel lungo periodo, delocalizzati.
Niscemi non è un evento isolato, ma il sintomo di un Paese che si sta sbriciolando sotto i nostri occhi mentre la politica discute di tempi tecnici
Andrea Paoletti, architetto e presidente dell’impresa sociale Wonder Grottole
Secondo i dati Enea e Ispra, ampie aree italiane sono già considerate “indifendibili”. Al nord, Venezia e il Delta del Po combattono contro la subsidenza e l’innalzamento del mare, mentre la costa romagnola vede le sue strutture balneari regolarmente sommerse. Al centro, quartieri come Ostia e Fiumicino o le pinete della Maremma richiedono già oggi piani di spostamento forzato. Al sud, l’attuale ciclone ha messo a nudo la fragilità della piana di Catania, le zone sature di Olbia e i piccoli comuni della costa ionica calabrese, dove il costo per ricostruire i lungomare ogni anno supera ormai il valore degli immobili stessi.
Di fronte a questo scenario, le immagini di Niscemi richiamano inevitabilmente il fantasma di Craco o la memoria del piano olivettiano per i Sassi di Matera. Quell’esperimento visionario cercò di unire architettura e sociologia, ma rimase zoppo proprio perché lo Stato non seppe facilitare quella costruzione di legami sociali necessaria a rendere un luogo “casa”. Spostare persone senza una comunità, come rischiamo di fare oggi con gli sfollati delle aree interne e costiere, è solo un altro modo di gestire l’abbandono.
Spostare persone senza una comunità, come rischiamo di fare oggi con gli sfollati delle aree interne e costiere, è solo un altro modo di gestire l’abbandono
Andrea Paoletti
La proposta che emerge con forza è allora un “Fondo nazionale per la residenza climatica e la rigenerazione dei borghi”. Uno strumento sistemico per indennizzare chi perde la casa sulla costa o nelle aree franose e finanziare il recupero di immobili nei borghi dell’entroterra. Abbiamo 10 milioni di case inabitate nel cuore del Paese: a differenza dell’Indonesia, che sta costruendo dal nulla la nuova capitale Nusantara per fuggire dall’affondamento di Giakarta, l’Italia ha già i suoi borghi pronti. Deve solo decidere di ristrutturarli.
Wonder Grottole con il suo omonimo paese in provincia di Matera può diventare il progetto pilota di questa trasformazione. Già modello di rigenerazione internazionale, può farsi capofila di un’urbanistica predittiva basata su “Gemellaggi
climatici”: creare corridoi preferenziali tra centri in pericolo – come Metaponto o la stessa Niscemi – e borghi sicuri, permettendo alle comunità di spostarsi
mantenendo legami sociali e vicinato. In questo scenario, il Terzo settore deve prendersi la responsabilità di sedersi al tavolo decisionale e disegnare insieme alle amministrazioni soluzioni che non siano solo edilizie, ma umane. Serve una visione che trasformi il borgo in un ecosistema produttivo attraverso il turismo di comunità e nuove economie rigenerative. Il futuro dell’Italia non è un ponte solitario gettato sul fango, ma una rete di comunità che riabita l’ossatura stabile e sicura del Paese.
Andrea Paoletti è architetto e presidente dell’impresa sociale Wonder Grottole
In apertura, una immagine aerea della frana che sta interessando il paese di Niscemi, in provincia di Caltanissetta. Il cedimento del terreno è iniziato domenica 25 gennaio a seguito della violenta ondata di maltempo che ha interessato l’isola, e lo scorrimento ha trascinato via terreni, strade e abitazioni per oltre 25 metri. Sono circa 1500 gli abitanti sfollati. 27 Gennaio 2026 (foto Alberto Lo Bianco/LaPresse)
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