Idee Terzo settore che cambia

Duemilaventisei, l’anno dell’impresa sociale

Uno storico imprenditore sociale guarda all'anno alle porte e prevede uno sviluppo di questa forma giuridica che, fino a oggi, soffriva la "concorrenza" di onlus e cooperative sociale. Il definitivo compimento della Riforma del Terzo settore rimuoverà le differenze fiscali che la penalizzavano

di Felice Scalvini

Fine anno è tempo di previsioni. E anche chi si interessa di Terzo settore non può sottrarsi alla domanda posta dal passeggere al leopardiano venditore di almanacchi, che tutti abbiamo conosciuto sui banchi di scuola: cosa porterà il nuovo anno?

Personalmente accetto scommesse: il 2026 vedrà un fiorire senza precedenti di imprese sociali!

Il motivo è molto semplice: la fiscalità tanto diretta (Irap), quanto indiretta (Iva) non le penalizzerà più nel confronto da un lato con le cooperative, in particolare sociali, e dall’altro con le onlus, definitivamente mandate in soffitta. Ci sono voluti vent’anni, ma il disegno legislativo avviatosi nel 2005 con la prima legge delega, e rimasto zoppo per la mancata definizione di un coerente profilo fiscale, si è finalmente compiuto.

Felice Scalvini

La fioritura che immagino deriverà solo in parte dalla nascita di nuove imprese. Certo anche su questo fronte è prevedibile un incremento, ma credo che saranno soprattutto realtà già operanti che procederanno, attraverso operazioni straordinarie di trasformazione e/o scissione, ad arricchire le file dell’imprenditoria sociale. Penso a tutti gli enti operanti come associazioni o fondazioni nell’ambito socioassistenziale, della formazione, non solo professionale, della sanità, della protezione civile e in tutti gli altri campi di attività indicati all’et 2 del d.leg. 112 (quello che, nel 2017, attuava la legge delega sull’impresa sociale dell’anno prima ndr). Credo che la valutazione dell’eventuale adozione dello status di impresa sociale si porrà anche per le grandi università private, così come oggi è oggetto di approfondimento da parte di molti enti religiosi, riguardo all’esercizio delle attività secolari. Per questi ultimi esistono due percorsi per approdare all’imprenditoria sociale: la costituzione di un “ramo impresa sociale” o in alternativa lo scorporo di attività in un ente controllato e giuridicamente distinto. Ed anche il mondo delle associazioni di promozione sociale -aps credo sia destinato a qualche evoluzione. Si tratta di una forma giuridica utilizzata negli ultimi anni, in modo non del tutto appropriato, per avviare attività economiche, soprattutto in ambito sociale e culturale, senza una reale base associativa alla quale fornire servizi e senza la maggioritaria partecipazione del volontariato. Anche per queste realtà l’approdo all’impresa sociale potrà costituire un naturale e corretto assestamento.

Un processo che favorirà identità, chiarezza, sviluppo

Dunque saranno molte le “imprese sociali di fatto”, per anni celatesi sotto la confortevole coperta degli enti decommercializzati, che giungeranno a ingrossare le fila delle imprese sociali, iscritte tanto alla sezione speciale delle Camere di commercio quanto al Runts. Un fenomeno che, nell’ambito del Terzo settore, favorirà il corretto dislocarsi delle diverse organizzazioni secondo due polarità: da un lato le realtà aventi principalmente e in molti casi esclusivamente, funzioni redistributive – organizzazioni di volontariato – odv, enti filantropici e aps – e dall’altra i soggetti impegnati in funzioni produttive a carattere commerciale – cooperative, mutue e imprese sociali nelle forme di società, associazioni e fondazioni –. Un processo che favorirà chiarezza, identità e sviluppo, con buona pace dei cultori degli “ibridi”, spesso presentati come innovazione, ma nella maggioranza dei casi soluzioni volte a sfruttare opportunisticamente le pieghe dell’ordinamento, eludendo la reale priorità sociale rispetto a quella economica. 

È poi auspicabile che una simile dinamica possa produrre negli anni a venire una maggiore consapevolezza sia all’interno che all’intorno, del ruolo economico e sociale che l’imprenditoria sociale può svolgere. Soprattutto se i grandi enti universitari, sanitari e sociosanitari giungeranno alla conclusione che questo è per loro il profilo istituzionale più appropriato, apparirà chiaro come l’esercizio di attività economiche per finalità sociali possa rappresentare sempre di più un robusto pilastro per lo sviluppo identitario e operativo nell’ambito dell’Economia sociale e al servizio della società tutta.

Ma questo tema lo lasciamo agli almanacchi degli anni a venire.

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