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Grazie alle donne la vita ha fatto irruzione nelle Olimpiadi di Milano Cortina 2026
I Giochi 2026 hanno registrato la partecipazione femminile più alta di sempre: il 47% degli atleti erano donne, contro il 4% delle prime Olimpiadi Invernali di Chamonix nel 1924. Una presenza che ha cambiato la narrazione di cosa significa essere un'atleta
Che cosa succede quando la diversità aumenta? Vale la pena chiederselo oggi, mentre le politiche di diversità e inclusione aziendali vengono smantellate come se si fosse trattato di vent’anni di etichette e non di tentativi – imperfetti, parziali, spesso timidi, ma reali – di correggere un sistema che fallisce sistematicamente nel selezionare le donne e che quindi, per definizione, ha qualcosa che non va. I Giochi Olimpici Invernali appena conclusi offrono un osservatorio utile per vedere quel che succede, invece, quando le voci si moltiplicano: il buono, ma soprattutto il difficile che viene fuori. Perché non c’è dubbio che aumentare la diversità metta in luce la complessità, considerata il mostro da combattere del nostro tempo.
Milano Cortina 2026 ha registrato la partecipazione femminile più alta di sempre: il 47% degli atleti erano donne, contro il 4% delle prime Olimpiadi Invernali di Chamonix nel 1924. Quasi tutti gli sport sono stati aperti a entrambi i generi; sul Nordic combined, ultimo bastione maschile, le polemiche sono ancora accese. Una presenza record che ha arricchito il medagliere di molte nazioni, ma che ha fatto anche qualcos’altro: ha portato in campo una parte della vita che, un po’ alla volta, sta uscendo dall’invisibilità.

Maternità e sport possono andare d’accordo, e anche molto di più
Se qualcuno ha protestato che non sia corretto mettere la parola “mamme” nei titoli degli articoli che celebrano queste atlete, le sportive stesse hanno detto l’opposto. Vogliono essere modelli visibili: vogliono che la complessità si veda e che le si faccia spazio. La pattinatrice Francesca Lollobrigida, prima delle gare: «A Pechino 2022 dissi al direttore tecnico Marchetto: ho intenzione di fare un figlio. Sentendomi supportata dalla Federghiaccio, mi sono tranquillizzata. Spero di essere d’ispirazione per altre atlete».
La bobista statunitense Elana Meyers Taylor, che ha portato con sé i due figli piccoli e ha conquistato la prima medaglia d’oro della sua carriera: «Non mi sono mai sentita davvero tornata alla normalità», ha detto, spiegando che le conseguenze dell’epidurale ricevuta cinque anni fa continuano ad avere ripercussioni sulla sua schiena. Non so se il mio corpo tornerà mai più come prima, ma va bene così: posso ancora fare quello che devo fare. Voglio che i miei figli sappiano che i miei sogni, le mie speranze e le mie opportunità non sono stati limitati a causa loro».
Kaillie Humphries, campionessa olimpica di bob, quest’anno è tornata alle Olimpiadi per la prima volta come madre e ha dichiarato di avere un “corpo molto diverso”, ma anche che la maternità le ha dato una nuova forza. Ha aggiunto che, come mamma, si sente “più forte e più sicura” che mai. La giocatrice di hockey Kendall Coyne Schofield: «Avevo una visione e un obiettivo: che mio figlio non invecchiasse e guardasse indietro e vedesse quando la mia carriera nell’hockey sarebbe finita, ovvero nel 2023, lo stesso anno in cui è nato. Voglio che sappia che la mamma ha continuato ad andare avanti, e che lui era la ragione per cui ho continuato ad andare avanti».
Le sorelle curler Tara e Tabitha Peterson hanno parlato apertamente delle complessità del recupero post-parto in allenamento; Tabitha è tornata in pista cinque settimane dopo il parto: «Gli ormoni continuano a circolare nel tuo corpo. In un certo senso fai semplicemente quello che devi fare». Sono narrazioni che incrinano la leggenda dello sport come dimensione separata dalla vita. Ed è una crepa è preziosa.
Per molte di queste donne il percorso non è stato semplice. Nel 2019, in occasione della Festa della Mamma, la medaglia olimpica Alysia Montaño pubblicò sul New York Times un editoriale diventato virale, raccontando come Nike l’avesse penalizzata economicamente dopo la gravidanza. Quell’articolo accese il movimento #DreamMaternity, aprendo la strada ad altre atlete. Tra queste, Allyson Felix, anche lei medaglia olimpica, che denunciò come lo stesso sponsor le avesse proposto un rinnovo al 70% in meno dopo la nascita di sua figlia. La pressione pubblica costrinse Nike a rivedere la propria politica sulla maternità. Ma il settore ha subito un’altra battuta d’arresto. In vista delle Olimpiadi di Tokyo 2021, il Comitato Olimpico Internazionale vietò alle famiglie di seguire gli atleti, inclusi i neonati ancora in allattamento, a causa delle restrizioni pandemiche. A Parigi 2024 era stato allestito un asilo nido nel Villaggio Olimpico: un passo avanti. Quest’anno, però, non c’era: una regressione silenziosa, tanto più significativa perché arriva dopo che le atlete avevano chiesto esplicitamente supporto.
Le atlete e gli ormoni: “oscillazioni” che nemmeno la tecnologia prevede
Ma la vita che entra in campo non porta solo figli, porta anche corpi. Il secondo tema emerso con forza da più voci è stato quello delle mestruazioni e del loro impatto sulla performance. Amber Glenn, pattinatrice statunitense, lo ha detto senza giri di parole: «In questo momento ho il ciclo. È davvero difficile, soprattutto quando devi indossare questi costumi ed esibirti davanti al mondo intero». La biatleta Dorothea Wierer: «Purtroppo per noi donne una volta al mese è così, bisogna soffrire e basta». La nuotatrice campionessa del mondo Benedetta Pilato, dopo i Mondiali di Budapest 2022, aveva già detto che il ciclo «condiziona le gare» e che «non c’è soluzione».
Non è solo una questione di tabù culturale, ma di design: come si progetta una tecnologia sportiva che rifletta le esperienze umane reali invece delle medie maschili? Armağan Karahanoğlu, professore associato di Interaction Design all’Università di Twente, spiega: «I cicli mestruali sono molto più complessi da monitorare rispetto ai passi o alla frequenza cardiaca. Sono multidimensionali, variano da persona a persona e fluttuano di mese in mese». Esistono app di monitoraggio, ma nessuno standard condiviso per integrare questi dati in modo significativo per la performance. «Poiché i dati sono disordinati e difficili da standardizzare, gli sviluppatori spesso evitano di integrarli. È più facile progettare sistemi basati su metriche stabili». Quando la massa critica di diversità cresce, però – ed è proprio su questo principio che si basano le cosiddette quote rosa– anche i “dati disordinati” e le “vite complesse” smettono di essere un’anomalia: diventano parte del gioco e devono essere trattati come tali.
Il re è nudo: quando la diversità dà coraggio
C’è un momento di queste Olimpiadi che vale come sintesi, quando un giornalista chiede alla free-skier Eileen Gu se consideri i due argenti appena vinti «due ori persi». L’atleta cino-americana, che ha fatto della rottura degli stereotipi una scelta consapevole sin da bambina, sapendo di dover rappresentare molto per molte persone, gli risponde con una risata: «Non ti sembra una domanda ridicola?».
Più diversità significa anche questo: più coraggio per alzare il dito e far vedere quando il re è nudo. Significa nuove domande che entrano in campo e non ne escono più. Significa che il 47% non è solo un numero di rappresentanza, ma una soglia oltre la quale le regole del gioco cambiano davvero. Non per tutti e non subito, certo. Ma indietro (speriamo) non si torna.
Nella foto La Presse: Francesca Lollobrigida medaglia d’oro nella gara di pattinaggio di velocità femminile sui 3mila metri alle Olimpiadi invernali del 2026
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