Idee Impact investing
Housing sociale, abbiamo bisogno di capitali pazienti. E di investitori convinti
Sulle politiche e gli interventi, pubblici e privati, per far fronte alla emergenza abitativa, si sta sviluppando, su VITA, un dibattito molto ricco. Oggi Davide Dal Maso, partner di Avanzi, risponde puntualmente all'intervento, sapido e provocatorio, di Filippo Addarii, ieri. Una discussione aperta
Come rispondere all’emergenza abitativa? Un’interessante sessione dedicata al social housing nel corso del recente Urbanpromo a Firenze ha innescato un confronto sulle vie da percorrere cui VITA s’è aperta subito. Lunedì è intervenuto Flaviano Zandonai, responsabile Innovation di Cgm. Si legge qui. Ieri è stata la volta di un altro commentatore che i lettori di questo giornale conoscono, Filippo Addarii, founder di Plus Value. Oggi, ne ragiona Davide Dal Maso, partner di Avanzi, storica realtà di analisi e progettazione sulla sostenibilità. Il dibattito continua a essere aperto. Scriveteci (G.Cerri)
Dopo un convegno sulle questioni dell’affordable housing a Urbanpromo, Filippo Addarii attraverso un intervento su VITA, ha affrontato una questione molto importante – cioè quello del ruolo dei capitali privati nel processo di realizzazione di politiche pubbliche. Il caso su cui si concentra è quello delle politiche abitative, ma potremmo estendere il ragionamento alla sanità, alla scuola e ad altri ambiti. La tesi di Filippo (mi permetto di semplificarla) è la seguente: le finanze pubbliche sono esauste; le istituzioni pubbliche sono inadeguate, sia in termini di capacità di visione che di strumenti; quindi, è inutile continuare a invocare la mano pubblica nella soluzione di tutti i problemi sociali; occorre mobilitare i capitali privati e per farlo serve inserire la dimensione sociale nelle funzioni di convenienza degli investitori. L’argomento è elaborato con grande intelligenza e attraversato da una sottile vena di cinismo, il che lo rende ancora più intrigante.

Premetto che sull’analisi di Filippo sono in gran parte d’accordo. È sulla soluzione che ho delle riserve. Cerco di motivarle, sviluppando un paio di considerazioni.
Capitalismo sostenibile?
La trappola del business case
La prima è che quest’idea di rendere il tema della sostenibilità compatibile con la logica capitalistica è già stata sperimentata. Ed è andata male. Parlo evidentemente della vicenda Esg. Se ci pensiamo bene, guardando alla storia degli ultimi vent’anni con un minimo di distacco, fin dai primi passaggi (penso al famoso Libro Verde della Commissione Ue sulla Csr del 2001), per arrivare ai più recenti (il Green Deal, il Piano d’azione sulla finanza sostenibile, la Csrd e via legiferando) il messaggio è sempre stato lo stesso: la sostenibilità conviene; riduce i rischi e aumenta le opportunità, quindi produce esiti coerenti con il modello capitalistico, che richiede di massimizzare il ritorno per i fornitori dei capitali. Io stesso, per anni, ho raccontato questa storia (che ha certamente un fondo di verità, peraltro ampiamente dimostrata sul piano teorico e su quello empirico), ma, col passare del tempo, mi sono convinto che enfatizzare solo questo aspetto ci stava facendo cadere in una trappola – la trappola del business case. La chiamo così perché espone ad un paradosso, cioè che, quando non è del tutto evidente la convenienza economica del “fare cose sostenibili”, viene meno ogni motivazione per farle. E infatti, non appena l’agenda pubblica ha dato priorità ad altri temi, facendo diminuire [la percezione del] l’importanza delle questioni ambientali e sociali, gli attori economici capitalistici (imprese e istituzioni finanziarie) si sono immediatamente riposizionate, dimenticando i propri proclami e riducendo le proprie pratiche a mera burocrazia. In parole povere, se il mio obiettivo è far soldi, nel preciso momento in cui la sostenibilità non fa più far soldi, non rileva. La fase di riflusso che stiamo vivendo da un anno a questa parte è la plastica evidenza di questo approccio.
Perché abbiamo bisogno di capitali pazienti.
E investitori convinti
Quindi, per tornare alla provocazione di Filippo, è vero che quando si riesce ad hackerare il modello capitalistico, inserendo il “virus” dell’impatto sociale (cit.), si possono mobilitare risorse finanziarie gigantesche; ma è altrettanto vero che si tratta di risorse estremamente volatili, perché le motivazioni che le hanno portate verso la logica dell’impatto sono fragili, estemporanee, opportunistiche. Noi, invece, abbiamo bisogno di capitali pazienti e “convinti”, espressione di una motivazione intrinseca. Una motivazione è intrinseca quando è intimamente legata all’essenza stessa di un soggetto; viene “da dentro”; non richiede una giustificazione di altra natura. Io penso che perseguire obiettivi di sostenibilità sia la cosa giusta da fare. Non mi interessa che, così facendo, diminuiscano i miei rischi o aumentino le mie opportunità di business. Mi può far piacere, mi può aiutare, ma non è questa la ragione per cui lo faccio. Intendiamoci, non do un giudizio morale su chi la pensa diversamente: che ci siano persone o organizzazioni orientate esclusivamente o prevalentemente al profitto è del tutto normale e legittimo. Non sono così ingenuo da pensare che costoro possano essere convertiti né così presuntuoso da credere di essere io a farlo. Ma penso che le persone e le organizzazioni orientate al profitto non siano tutte le persone e le organizzazioni che operano nella nostra società. Ci sono persone e organizzazioni che si riconoscono in altri principi e agiscono di conseguenza. Quelle dobbiamo andare a cercare!
Non tutti i privati sono uguali
E qui vengo alla seconda considerazione: Filippo ha ragione quando dice che le finanze pubbliche non riusciranno a coprire il fabbisogno di risorse necessarie per rilanciare l’offerta abitativa; quindi, che occorre mobilitare capitali privati; ma gli investitori privati non sono tutti uguali. Per semplicità (a volte, per semplicismo) facciamo coincidere questa categoria con quella dei cosiddetti investitori istituzionali, cioè i soggetti che istituzionalmente gestiscono patrimoni, propri (asset owner) o altrui (asset manager). Invece, trascuriamo la grande massa degli investitori individuali. Solo in Italia, il patrimonio finanziario delle famiglie (esclusi quindi gli immobili) supera i 6.000 miliardi. Certo, in questa cifra stanno dentro tante cose diverse (investimenti in fondi, in previdenza, in polizze assicurative …) ma, anche considerando solo i conti correnti, siamo ben sopra i 1.000 miliardi – una cifra enorme.
Tanti investitori individuali da ingaggiare
Allora mi chiedo: perché diamo per scontato che le persone proprietarie di queste risorse siano tutte orientate solo alla massimizzazione del profitto? Non ci sarà qualcuno che magari è preoccupato per come va il mondo e che, di fronte ad una proposta di investimento sensata, che offra, accanto ad un rendimento magari più contenuto rispetto ad un investimento speculativo, una promessa di impatto sociale positivo, decida di allocare una porzione dei propri risparmi? Se anche l’1% dei soli depositi bancari delle famiglie fosse investito in progetti a impatto, arriveremmo a 10 miliardi, che è una cifra di un ordine di grandezza superiore a quanto, ad oggi, hanno investito nell’impact investing fondazioni bancarie, casse di previdenza, fondi pensione e compagnie di assicurazione messe insieme. Perché non succede? Perché è difficile, ovvio – ma forse anche perché nessuno ci ha provato.
Una sfida per il Terzo settore
Mi rivolgo al variegato mondo dell’Economia sociale e del Terzo settore: non è questa una bella sfida? Non è forse l’unica operazione con una capacità di vera trasformazione sociale? Piuttosto che andare col cappello in mano da qualche gestore di fondi di una qualsiasi istituzione finanziaria globale, cercando di convincerlo che “la sostenibilità conviene”, non vale la pena di provare a mobilitare le persone (e sono tantissime, ne sono convinto) che hanno a cuore il futuro della nostra società? Non può essere questo un modo in cui l’economia sociale dimostra di non essere subalterna e dipendente da quella capitalistica?
Il progetto della Borsa sociale a Torino
Cito in conclusione, per dare un elemento di concretezza, un progetto a cui lavoro da anni: la Borsa Sociale. È un mercato finanziario che funziona esattamente come la borsa “normale”, solo che i titoli che vi vengono trattati sono emessi da imprese con una missione sociale intenzionale e misurabile. Imprese che esistono perché vogliono aggredire le grandi sfide del nostro tempo – come quelle, per esempio, dell’abitare, per tornare al punto da cui siamo partiti. Realizzarla rappresenterebbe una straordinaria opportunità di accesso al mercato dei capitali per gli operatori del lato della domanda (le imprese sociali che cercano risorse); ma l’opportunità sarebbe ancora più grande per quelli del lato dell’offerta – per quegli individui di cui parlavo prima, i quali avrebbero a disposizione un canale regolato e trasparente per sostenere progetti a impatto sociale non attraverso donazioni, ma investimenti che generano un doppio dividendo (economico e sociale). Un grande progetto di partecipazione e di democrazia economica.
A me pare che, in un periodo storico in cui è così difficile aggregare il consenso su temi di interesse collettivo, questa possa essere una piattaforma di mobilitazione sociale con qualche speranza di successo.
Nella foto di apertura, di Tomasz Zielonka su Unsplash, case popolari a Barcellona. L’immagine di Dal Maso è di Giampaolo Cerri per VITA.

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