Idee Emergenza casa
Housing sociale, la retorica del pubblico e quei 2 triliardi privati che potremmo utilizzare
La questione abitativa viene spesso richiamata, in questi giorni, per la sua drammaticità. Talvolta però le soluzioni invocate appaiono un po' datate e soprattutto incapaci di trasformarsi in realtà. Un grande esperto, fondatore di Plus Value, interviene con un'analisi "disruptive". Il dibattito è aperto
Nei giorni scorsi (11-14 novembre) si è svolta a Firenze a 22ª edizione di Urbanpromo – Progetti per il Paese, grande riflessione, pubblica e internazionale, promossa dall’Istituto Nazionale di Urbanistica- Inu e organizzata dalla società strumentale Urbit – Urbanistica Italiana Srl. Una sessione dedicata al social housing ha innescato un interessante confronto sulle vie da percorrere.
Lunedì è intervenuto Flaviano Zandonai, responsabile Innovation di Cgm. Si legge qui. Oggi è la volta di un altro commentatore abituale di questo giornale, Filippo Addarii, founder di Plus Value. Domani toccherà a Davide Dal Maso, partner di Avanzi. Il dibattito è ovviamente aperto. (G.Cerri)
Dall’apologia del social housing alla risposta all’emergenza casa, non si vincono le battaglie trincerandosi in difesa, ma puntando l’attenzione sugli snodi nevralgici di un piano per “social, affordable and sustainable housing”.
Perché housing is politics (l’housing è politica). Liberiamoci dunque del mindset degli attivisti dei diritti umani e “campagnardi” di ogni genere. Comprendo la nostalgia per manifestazioni e retorica liberal, ma è un binario morto.
La politica ha archiviato clima e sostenibilità
La rapida ascesa quanto l’improvviso tramonto della climate agenda e regolamenti europei sulla sostenibilità fanno scuola. Se non lo aveste notato Greta è stata letteralmente messa in soffitta e la legislazione europea ridotta ad una procedura burocratica. This is politics e la partita sull’housing si vince se diventa parte dell’agenda per la competitività che anche quella per la sopravvivenza dell’Europa. Lasciamo cadere il vocabolario dei bisogni, dei diritti e delle politiche sociali.
La casa è un’infrastruttura strategica che garantisce coesione sociale, competitività e resilienza del paese e di tutta l’Europa tanto quanto le infrastrutture per i trasporti, la produzione energetica autonoma, il supercalcolo e la difesa. Il passaggio non è soltanto linguistico, ma è il nuovo quadro politico in cui muoversi.

Un contratto sociale rifondato su casa e famiglia
Nella logica politica, gli investimenti nella casa rispondono a un secondo imperativo istituzionale, quasi sempre sottaciuto: colpire il populismo alle radici con un’azione che affronta di petto l’aumento insostenibile del costo della vita, la decadenza della classe media e il deterioramento del patrimonio immobiliare in cui s’innesta l’identità collettiva delle nostre città.
Il programma d’investimento per la casa interviene sui fondamentali economici e sociali, innanzitutto incidendo sulla prima voce di spesa della famiglia (arrivata oltre il 40% del reddito familiare), e facendo ripartire l’industria delle costruzioni con le relative filiere e un immediato impatto positivo su Pil e lavoro, soprattutto nella fascia low skills.
Inoltre, ripropone la riforma del welfare non più come tagli alla spesa, ma reinventando l’intera concezione dei servizi alla persona, e finanzia la transizione ecologica partendo dal risparmio sui costi dell’energia e investendo in innovazione tecnologica e industriale. Non da ultimo, rifonda il contratto sociale tra cittadini e Stato, ricentrandolo su casa e famiglia. Se i lettori ultraconservatori pensano di trovare spazio in queste righe gli ricordo che la famiglia contemporanea può essere di tutti i colori. Questo è un manifesto politico per affrontare le sfide del nostro tempo.
Perché occorre il privato
Di sicuro servono capitali privati. L’indebitamento pubblico insieme alle nuove voci di spesa (leggi difesa) rendono impensabile che la finanza pubblica riesca ad assolvere il compito. I capitali privati sono disponibili e pronti. Soltanto in Italia, tra i risparmi nelle banche, fondi pensione e i capitali delle assicurazioni si possono mobilitare oltre 2 triliardi di euro.
Manca la pipeline di progetti e la capacità di montare ed eseguire i progetti alla velocità e alla scala che sono necessarie. Manca la comprensione di come montare le partnership tra pubblico e privato rispondendo alle esigenze degli investitori su asset che hanno una peculiarità non trascurabile: It’s about People! Quindi denaro e persone devono trovare un nuovo modello di business, perché gli investimenti raggiungano lo scopo. Qui mi fermo perché non serve elaborare ulteriormente. Anche i concetti hanno dei limiti. La progettualità materiale è l’unico, reale, terreno di verifica per testare il nuovo modello.
Basta con la retorica del pubblico: Daddy state è morto
Smettiamola con la retorica del pubblico: non può farcela da solo e tanto meno di condurre la regia. Continuo a leggere di invocazioni al “santo pubblico”, perché scenda, come deus ex machina, per prendere in mano le redini della situazione. Mi suonano come Le odi del Manzoni che ci infliggevano al liceo e che non hanno sortito alcun effetto se non inquinare l’Italia di nauseabonda retorica romantica. Al paese servono circa 600mila abitazioni. È un valore pari a una decina di leggi di bilancio combinate. Il pubblico non ha né i soldi né le capacità per assolvere al compito da solo.
Non solo Dio è morto, ma lo è anche Daddy State, o anche Nanny, Mummy se preferite. Abbiamo infantilizzato lo Stato da 50 anni erodendo risorse e capacità di operare. Mariana Mazzucato ne Lo Stato imprenditore, ha centrato questo punto. Però non lo reinventiamo “imprenditore” in una stagione. Le istituzioni pubbliche hanno bisogno del privato per assolvere alla propria missione, cominciando da capitali e capacità operativa. Nel privato includo anche le cooperative, il non profit e la filantropia. Pubblico e privato devono diventare partner alla pari.
Piuttosto, il pubblico deve imparare a utilizzare le proprie leve come il derisking, pianificazione urbana e approvazioni, incentivi economici. Del resto deve saper mobilitare le forze del mercato e della società. È un aristotelico motore immobile. Il caso Milano, il miglior living lab di sviluppo urbano italiano, ci illustra, tanto nel successo quanto nel fallimento, le capacità di un’amministrazione pubblica di saper interpretare il nuovo ruolo.

E neanche all’Europa può far da daddy supplente
Smettiamo anche di guardare all’Unione europea quale “Daddy” supplente. La Ue ha il merito di aver riconosciuto per prima che quella della casa è la politica sociale primaria alla pari di una politica industriale. Inoltre ha messo in campo “seed funding”. 10 miliardi di euro to kick off the process, cioè avviare il processo. Attenzione seed funding, non i fantasmagorici budget che compaiono sui media in questi giorni, sbandierati da vari politicanti per accattivarsi un elettorato poco preparato e incline a farsi raggirare pur di non rinunciare all’esercizio del proprio edonismo.
Piuttosto seguiamo con attenzione la prossima strategia per l’housing che produrrà la Commissione europea entro fine anno. Limitiamo le tendenze classificatorie e prescrittive di Bruxelles, mentre incoraggiamo la definizione di un regolamento su nuovi strumenti finanziari per la raccolta di capitali per finanziare l’housing. Che questi social bond, così li chiamo per semplicità, siano regolati nello scopo e benefici così da raccogliere miliardi per la casa così come è già stato fatto con i green bond. Se vogliamo fare i keynesiani questa è l’occasione giusta.
A proposito, il sistema Italia sta facendo lobby su Bruxelles? Sono italiani un numero notevole di decisori coinvolti nella definizione della nuova strategia europea per la casa. Come mai il network non si attiva. Io vengo dalla scuola politica britannica, quindi per me l’azione è ovvia. I britannici non avrebbero perso questa occasione.
Quale impatto, quale misurazione
Infine arriviamo alla misurazione d’impatto. L’incontro di Firenze è stata una bella opportunità per fare il punto della situazione. Davide Dal Maso ha aperto con una lectio magistralis di epistemologia della valutazione esponendo i risultati raggiunti negli ultimi 10 anni come anche i limiti dello strumento. L’Italia è stata leader con il programma di social housing “montato” da Cassa depositi e prestiti – Cdp con le fondazioni bancarie e, tra i primi in Europa, ha disegnato una strategia fondata anche sulla valutazione.
Anche in questo caso voglio proporre un cambio di prospettiva: la valutazione d’impatto non è un esercizio suppletivo di trasparenza e accountability, ma l’unico strumento in grado di rispettare la dinamica di mercato e influenzare le politiche d’investimento del privato operando a monte un matching tra benefici pubblici e risultati sociali. In altre parole, disciplina l’animal spirit del mercato a perseguire la massimizzazione del profitto sempre solo se equilibrato alla soddisfazione dello scopo sociale. Questo implica ammettere, senza imbarazzi, che la disciplina dei mercati si esercita con gli incentivi tanto quanto con il bastone.
Flaviano Zandonai, a cui è spettato onore e onore di chiudere l’incontro, compito che ha assolto con la sua usuale delicatezza intellettuale, ha sollevato due punti con i quali voglio chiudere le mie riflessioni. Il primo mi chiama direttamente in causa nel proporre una declinazione della valutazione d’impatto ridotta ma focalizzata. Definire l’impatto sociale rispetto alla capacità di realizzare il ritorno delle investimento (Roi) e valutarne la portata limitandosi a questo piano. Questa è la sfida di “si4”, il Social Infrastructure Impact Investment Index, l’indice di valutazione d’impatto degli investimenti in social and affordable housing.
Non è un programma esaustivo ma ha l’ambizione di rifondare il ruolo dell’impatto come pietra ancora della logica degli investimenti in beni immobili e infrastrutture. Il secondo, ancora più ambizioso, chiama a raccolta tutto il terzo settore per cogliere la sfida del capitale privato e mettersi alla testa del nuovo paradigma d’investimento per ricostruire l’infrastruttura sociale del paese. Non avremmo potuto chiudere con migliori propositi.
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