Idee Leggi e norme
I diritti ci sono, l’inclusione no: cosa resta (ancora) da fare a vent’anni dalla Convenzione Onu
Nel 2006 dell'Onu approvava la Convenzione sui diritti delle persone con disabilità. L'Italia l'ha ratificata il 3 febbraio 2009. La Convenzione ha introdotto un cambio di paradigma decisivo: dall'assistenza ai diritti. Da lì sono discese poi diverse leggi innovative e una nuova stagione per le associazioni di persone con disabilità, che sempre più sono passate da una postura rivendicativa a una di protagonismo. Le norme, però, da sole non bastano
Il 3 marzo 2009 segna una tappa fondamentale nel percorso dei diritti civili in Italia. Quel giorno, con la legge n. 18, il nostro Paese ha ratificato e reso pienamente esecutiva la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, adottata dall’Organizzazione delle Nazioni Unite nel 2006. Non si è trattato di un mero adempimento formale, ma dell’assunzione di un impegno culturale e giuridico: riconoscere le persone con disabilità come titolari di diritti umani pienamente esigibili e orientare l’intero sistema normativo verso il principio dell’inclusione.
La Convenzione ha introdotto un cambio di paradigma decisivo, superando l’approccio esclusivamente sanitario e assistenziale e affermando una visione fondata sui diritti, sull’autonomia e sulla piena partecipazione alla vita sociale. La disabilità viene letta come il risultato dell’interazione tra condizioni personali e barriere ambientali e culturali: non è la persona a doversi adattare alla società, ma è la società che deve rimuovere gli ostacoli che limitano l’uguaglianza sostanziale.
A partire dalla ratifica della Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità, il “Sistema Italia” ha progressivamente tradotto i principi dell’inclusione, dell’autodeterminazione e della piena partecipazione sociale in interventi normativi concreti e strutturati.
Un passaggio significativo è rappresentato dalla Legge 112/2016 (“Dopo di noi”), che ha promosso percorsi di vita indipendente e soluzioni innovative per le persone con disabilità grave prive del sostegno familiare, favorendo processi di deistituzionalizzazione e modelli abitativi inclusivi radicati nel territorio.
Sul piano lavorativo, il Jobs Act e le modifiche introdotte dal Decreto legislativo 151/2015 hanno rafforzato le misure di conciliazione tra attività professionale e responsabilità di cura, incidendo concretamente sulla qualità della vita di molte famiglie e riconoscendo il valore sociale dell’assistenza.
In ambito scolastico, il Decreto legislativo 66/2017 ha consolidato il modello italiano di inclusione, rafforzando il Piano Educativo Individualizzato e promuovendo una maggiore corresponsabilità tra scuola, famiglie, servizi e territorio, in un’ottica sistemica e partecipata.
Più recentemente, la Legge 227/2021 ha avviato una riforma organica della disciplina in materia di disabilità, con l’obiettivo di semplificare e rendere più omogenei i processi di accertamento, uniformare i criteri valutativi e costruire un progetto di vita personalizzato che integri dimensione sociale, sanitaria e lavorativa. Parallelamente, è cresciuta l’attenzione normativa verso il riconoscimento e il sostegno del caregiver familiare, figura centrale nel sistema di welfare.
Nonostante questi importanti progressi sul piano legislativo, resta ancora molto da fare sul versante culturale e comunitario. Le norme, da sole, non bastano: è necessario investire in percorsi educativi, sensibilizzazione e partecipazione attiva affinché stereotipi e pregiudizi siano definitivamente superati e l’inclusione diventi pratica quotidiana nelle comunità di appartenenza. Solo attraverso un cambiamento culturale profondo, sostenuto da politiche coerenti e da una responsabilità condivisa, sarà possibile realizzare pienamente i principi sanciti dalla Convenzione.
Parallelamente, anche il movimento associativo ha vissuto una profonda trasformazione. Le organizzazioni rappresentative delle persone con disabilità e delle loro famiglie hanno progressivamente abbandonato una postura prevalentemente rivendicativa o settoriale per assumere un ruolo più strutturato e autorevole nei processi decisionali. La Convenzione Onu, con il suo richiamo esplicito alla partecipazione attiva delle persone con disabilità nelle politiche che le riguardano, ha rafforzato la legittimazione del mondo associativo come interlocutore istituzionale stabile. Le associazioni non si sono limitate a denunciare criticità, ma hanno contribuito alla co-progettazione delle riforme, partecipando ai tavoli tecnici, incidendo nei percorsi legislativi e costruendo reti territoriali capaci di dialogare con enti locali e Governo. In questo modo, il tema della disabilità è entrato in modo più strutturato nell’agenda politica nazionale e territoriale, non più come questione marginale o emergenziale, ma come ambito strategico delle politiche pubbliche.
Il 3 marzo 2009 resta dunque una data simbolica e sostanziale: il momento in cui l’Italia ha scelto di collocare definitivamente la disabilità nel perimetro dei diritti umani, avviando un percorso di evoluzione normativa, istituzionale e culturale che coinvolge lo Stato, i territori e la società civile nel suo insieme.
Vincenzo Falabella è presidente Fish. In apertura, foto di Centre for Ageing Better su Unsplash
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