Idee Ripensare i bandi
Il cambiamento non si finanzia a metà: se la visita non è per tutti, allora non è per nessuno
Oggi conviviamo con barriere nei negozi, negli uffici pubblici, nei trasporti, negli eventi, nei luoghi di lavoro. Con contenuti inaccessibili, informazioni non fruibili, servizi pensati per “quasi tutti”, la disabilità resta spesso fuori. Ma chi finanzia ha il potere di cambiare le regole del gioco. Nei bandi, pubblici o privati, il principio dovrebbe essere semplice: nessun contributo senza accessibilità reale
Sembrerebbe banale. Sembrerebbe scontato. In realtà è l’esatto contrario. Prendete qualsiasi bando pubblico o privato. Qualsiasi finanziamento culturale, sociale, urbanistico, sportivo. In quanti casi l’accessibilità è un requisito obbligatorio per poter ottenere il contributo? In quanti casi viene richiesto esplicitamente che il progetto sia accessibile alle persone con disabilità, nei luoghi, negli spazi, nei contenuti, nella comunicazione? La risposta, se siamo onesti, è semplice: quasi mai.
Ogni anno vengono distribuite risorse pubbliche e filantropiche per cultura, sport, rigenerazione urbana, welfare, turismo, innovazione sociale. Ma in quanti bandi l’accessibilità è una condizione strutturale e non una voce facoltativa? In quanti casi è requisito vincolante e non elemento premiale?
Eppure la questione non è tecnica. È politica. Chi distribuisce risorse decide chi può partecipare alla vita sociale, culturale ed economica. Se l’accessibilità resta opzionale, l’esclusione non è un incidente. È una conseguenza prevedibile. Significa considerare la partecipazione un privilegio e non un diritto.
Che cosa significa accessibilità reale
Non basta richiamare l’articolo 3 della Costituzione o le convenzioni internazionali. Il problema non è la mancanza di norme. È la mancanza di vincoli reali. Un tempo le cose cambiavano perché indignavano. Matera era simbolo di arretratezza ed è diventata patrimonio dell’umanità perché qualcuno si è indignato abbastanza da trasformare quella ferita in riscatto. Oggi conviviamo con barriere nei negozi, negli uffici pubblici, nei trasporti, negli eventi, nei luoghi di lavoro. Con contenuti inaccessibili, informazioni non fruibili, servizi pensati per “quasi tutti”. La disabilità resta spesso fuori, a guardare gli altri partecipare al gioco della vita senza poter entrare in campo con le stesse regole.
Non indigna più nessuno. E allora il punto diventa un altro. Se vuoi le mie risorse, che siano pubbliche o filantropiche, devi garantire che quello che realizzi sia per tutti. Non in teoria. Nella pratica. Nei percorsi, negli spazi, nei contenuti, nelle modalità di partecipazione. Qui il tema non è la gentile concessione. È la responsabilità. La regola dovrebbe essere semplice: nessun contributo senza accessibilità reale.
Reale significa accessibilità fisica degli spazi, accessibilità comunicativa e informativa, fruibilità dei contenuti, modalità di partecipazione inclusive, budget dedicato e rendicontabile. Non è una richiesta ideologica. È una scelta di coerenza. E non si tratta di pretendere perfezione immediata. Si tratta di pretendere un percorso obbligatorio, verificabile, accompagnato. Perché se l’accessibilità non è requisito, diventa inevitabilmente sacrificabile quando le risorse sono poche.
Un approccio trasversale
Per troppo tempo la disabilità è stata trattata come un ambito separato, confinato in bandi verticali o iniziative dedicate. Il salto culturale avviene quando smette di essere un settore e diventa una chiave trasversale di lettura della società. In questi anni alcune realtà hanno iniziato a muoversi in questa direzione in modo strutturato. È il caso di Fondazione Crt, che ha progressivamente integrato l’accessibilità nei propri strumenti, dai bandi come “Vivo meglio” fino ad Agenda della disabilità, superando la logica del progetto dedicato per adottare un approccio trasversale.
Il cambiamento sarebbe immediato se ogni ente pubblico, ogni fondazione bancaria, ogni impresa che eroga contributi introducesse condizioni minime vincolanti: dichiarazione preventiva di accessibilità, quota di budget dedicata, verifica ex post sull’effettiva attuazione
Giovanni Ferrero, direttore della Cdp – Consulta per le persone in difficoltà di Torino
Il percorso non si è limitato ai bandi. La Fondazione ha avviato un processo interno di formazione rivolto a tutti i dipendenti sui temi della disabilità e dell’accessibilità, con moduli teorici e momenti di approfondimento operativo. Recentemente il percorso si è rafforzato con un modulo di formazione esperienziale attraverso la Città dell’Agenda della disabilità, permettendo al personale di sperimentare in prima persona cosa significhi muoversi e partecipare in contesti non progettati per tutti.
Se la visita non è per tutti, allora non è per nessuno
A supporto di questo orientamento è stato inoltre realizzato il vademecum “Eventi per tutti”, uno strumento operativo per progettare iniziative realmente inclusive, oggi utilizzato anche come riferimento formativo. Non si tratta di celebrare un’eccezione virtuosa, ma di indicare una direzione possibile. Perché il punto non è chi lo sta già facendo. Il punto è perché non sia ancora la regola per tutti.
Un esempio concreto si è visto durante la ristrutturazione di Palazzo Madama a Torino, sostenuta economicamente da Fondazione Crt. Durante il cantiere era stata proposta la possibilità di visite controllate ai cittadini, con l’occasione di salire sul tetto del castello. L’esperienza, nella sua formulazione iniziale, non era accessibile alle persone con disabilità. È stato in quel momento che la Fondazione, in quanto soggetto che aveva messo le risorse per l’intervento, ha assunto una posizione netta: se la visita non è per tutti, allora non è per nessuno. Non una raccomandazione. Una condizione.
La scelta è stata quella di non autorizzare l’iniziativa finché non fosse stata riprogettata in modo inclusivo. L’esperienza è stata quindi modificata prevedendo rampe per le persone in carrozzina, percorsi di esplorazione tattile con guanti per le persone cieche e presenza di interprete Lis per le persone sorde segnanti. Chi finanzia ha il potere di cambiare le regole del gioco. E in quel caso ha scelto di farlo.
Ma finché questo approccio resterà una scelta di singole realtà, il sistema continuerà a produrre esclusione. Il cambiamento sarebbe immediato se ogni ente pubblico, ogni fondazione bancaria, ogni impresa che eroga contributi introducesse condizioni minime vincolanti: dichiarazione preventiva di accessibilità, quota di budget dedicata, verifica ex post sull’effettiva attuazione.
Chi gestisce risorse destinate a generare valore pubblico può permettersi di finanziare esperienze che escludono? Se l’accessibilità resta facoltativa, l’esclusione non è un incidente. È una conseguenza. E il cambiamento non si finanzia a metà. O è per tutti, oppure non è.
La fotografia in apertura è stata fornita dalla Cpd – Consulta per le persone in difficoltà
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