Idee Disabilità

Il fallimento silenzioso dell’inclusione lavorativa

In Italia ci sono circa 145mila posti di lavoro per persone con disabilità che restano scoperti. Le sanzioni per chi non assume possono superare i 50mila euro l’anno per ogni lavoratore mancante. Molte aziende continuano a non assumere perché il sistema rende più prevedibile pagare una sanzione che gestire un’assunzione senza strumenti. Per questo il progetto di vita personalizzato deve attraversare il lavoro e restarci dentro. Non basta accompagnare l’ingresso: bisogna rendere possibile la permanenza

di Giovanni Ferrero

n Italia includere le persone con disabilità nel lavoro non è difficile perché mancano le leggi. È difficile perché il sistema rende più sicuro non farlo.

Il problema dell’inserimento lavorativo delle persone con disabilità in Italia non è culturale, né morale. È strutturale. Non riguarda la buona o cattiva volontà delle imprese, ma il modo in cui il sistema è stato costruito e applicato. La legge 68 del 1999 nasce con un obiettivo giusto: garantire il diritto al lavoro attraverso un obbligo di assunzione proporzionato alle dimensioni dell’organico. Tutte le disabilità vengono incluse nello stesso perimetro, senza distinzioni. Formalmente è uguaglianza. Nella pratica è l’inizio di un equivoco che dura da più di 20 anni.

Le disabilità intellettive, cognitive e dello spettro autistico medio restano bloccate in un circuito infinito di tirocini, stage, inserimenti “di prova” che raramente diventano un contratto vero. Non perché le persone non siano capaci, ma perché quel lavoro, per funzionare, ha bisogno di qualcuno che accompagni, traduca, sostenga

Giovanni Ferrero, direttore della Cdp – Consulta per le persone in difficoltà

L’errore non è aver imposto un obbligo. L’errore è aver finto che lo stesso obbligo potesse funzionare per bisogni completamente diversi. La legge non distingue, il mondo del lavoro sì. E quando distingue, lo fa sempre allo stesso modo: prende ciò che è più semplice da gestire e lascia indietro ciò che richiede più supporto. Dire che le persone hanno bisogni diversi non significa fare classifiche. Significa dire la verità.

Oggi le disabilità motorie e sensoriali, grazie alla tecnologia e agli adattamenti possibili, hanno più possibilità di trovare un lavoro stabile. Le disabilità intellettive, cognitive e dello spettro autistico medio, invece, restano bloccate in un circuito infinito di tirocini, stage, inserimenti “di prova” che raramente diventano un contratto vero. Non perché le persone non siano capaci, ma perché quel lavoro, per funzionare, ha bisogno di qualcuno che accompagni, traduca, sostenga.

Per molte persone il tutor non è un aiuto in più. È il lavoro. Senza tutor il lavoro non regge. Continuare a far finta che questo supporto sia un extra significa scaricare tutto sulle aziende e poi accusarle quando rinunciano. Dal punto di vista di un’impresa, rinunciare non è una scelta cattiva. È una scelta razionale dentro un sistema che ignora un costo reale.

Qui entra in gioco il tema del progetto di vita. Se il progetto di vita personalizzato deve avere un senso, non può essere una bella parola. Deve essere concreto. Deve essere verticale. Vuol dire costruire percorsi diversi per persone diverse, con supporti diversi. Non slogan, ma strumenti. Non buone intenzioni, ma condizioni che rendano possibile lavorare davvero.

All’inizio, quando una persona entra in azienda, spesso esistono forme di accompagnamento che aiutano. In quella fase il sistema dimostra che l’inserimento può funzionare. Il problema arriva dopo. Quando il lavoro dovrebbe diventare stabile, quei supporti spariscono. Il tutor non c’è più, l’aiuto finisce, e tutto ricade sull’azienda. L’autonomia può crescere, ma pensare che a un certo punto non serva più alcun supporto significa non conoscere la disabilità.

In Italia ci sono circa 145mila posti di lavoro obbligatori che restano scoperti. Le sanzioni per chi non assume non sono basse: possono superare i 50mila euro all’anno per ogni lavoratore mancante. Eppure molte aziende continuano a non assumere. Non perché convenga pagare, ma perché il sistema rende più prevedibile pagare una sanzione che gestire un’assunzione senza strumenti.

In Piemonte, a fine 2024, mancano quasi 14mila assunzioni obbligatorie, di cui oltre 1.400 nella pubblica amministrazione. Non è un’anomalia locale. È una fotografia che vale, in proporzione, per tutto il Paese. Nella pubblica amministrazione, l’obbligo di assumere esiste, ma non esiste una vera sanzione economica. Le responsabilità ci sono, ma sono indirette: concorsi bloccati, assunzioni rallentate, turn over limitato. Conseguenze che raramente producono un cambiamento reale. Tutti sono responsabili, quindi nessuno lo è davvero.

La riforma sulla disabilità prova a cambiare questo schema, attribuendo responsabilità più chiare alla dirigenza pubblica. È un passo avanti, ma resta incompleto se non è accompagnato da strumenti reali: risorse, supporti, tutoraggio. Attribuire responsabilità senza dare strumenti non produce inclusione: produce alibi.

Se il progetto di vita personalizzato vuole essere qualcosa di più di una dichiarazione di intenti, deve attraversare il lavoro e restarci dentro. Non basta accompagnare l’ingresso. Bisogna rendere possibile la permanenza. Quando un diritto funziona solo per alcuni, non è un diritto universale. È una selezione mascherata.

In apertura, fotografia di Vitor Camilo su Unsplash

Nessuno ti regala niente, noi sì

Hai letto questo articolo liberamente, senza essere bloccato dopo le prime righe. Ti è piaciuto? L’hai trovato interessante e utile? Gli articoli online di VITA sono in larga parte accessibili gratuitamente. Ci teniamo sia così per sempre, perché l’informazione è un diritto di tutti. E possiamo farlo grazie al supporto di chi si abbona.


La rivista dell’innovazione sociale.

Abbònati a VITA per leggere il magazine e accedere a contenuti
e funzionalità esclusive