Idee Scuola

Il Pdp (Piano didattico personalizzato)? Lo meritano tutti gli studenti, non solo quelli “certificati”

Il Pdp dà vita all’eccezione di ripristinare sulla base di una maggiore fiducia reciproca le regole della relazione scuola-famiglia-studente, e lo fa indicando una lista di azioni tra cui ogni insegnante può scegliere se e quali adottare nella propria materia. Perché limitare il "privilegio" solo a chi ha una certificazione Bes?

di Riccarda Zezza

Gli ultimi dati confermano che siamo il “Paese dei diffidenti”: sette persone su dieci pensano che «gli altri, se gli si presentasse l’occasione, approfitterebbero della mia buona fede».  Un pensiero gravissimo, ma che potrebbe restare distante da noi se non ne pagassimo le conseguenze in contesti concreti, che viviamo quotidianamente. Non è difficile pensare, per esempio, che questa statistica rifletta anche lo stato d’animo degli educatori, di chi stabilisce le regole della scuola e di chi le fa funzionare.  Che risultati ha la diffidenza in una realtà che nel nostro Paese coinvolge circa 7 milioni di ragazzi e 800mila insegnanti, per non contare le famiglie – in cui non ci si fida gli uni degli altri e il presupposto è che “appena potranno proveranno a fregarmi”? Questo fenomeno è collegato in qualche modo con l’ansia che oggi colpisce il 75% degli studenti (e con lo stress dell‘85% degli insegnanti)? La diffidenza, del resto, provoca disagio in tutte le parti coinvolte in una relazione.

Recentemente mi è passato per le mani un Pdp, che sta per Piano Didattico Personalizzato, dedicato a uno studente liceale con Bes – Bisogni Educativi Specifici.  Ci si lamenta che a richiedere un Pdp e a dimostrare di avere dei Bes siano sempre più studenti: ma che caratteristiche ha la scuola “speciale” che emerge da questo esercizio? Oggetto dichiarato dei Pdp è la volontà di dare a tutti le stesse possibilità: la personalizzazione non è un “privilegio, ma un modo per garantire equità. 

Lo studente in questione stava avendo prestazioni peggiori a causa dell’ansia: una relazione piscologica ha giustificato un intervento personalizzato che lo facesse sentire più al sicuro e quindi il Pdp.  Che conteneva cosa? Una serie di interventi destinati principalmente a ripristinare la fiducia: del ragazzo in sé stesso e nella scuola, della famiglia verso la scuola e della scuola verso di lui, verso il fatto che le sue difficoltà non fossero dovute a pigrizia, inerzia o cattiva volontà (come la diffidenza spingerebbe a pensare) ma a problemi reali. 

Ecco, leggendo il Pdp verrebbe da pensare che tutti gli studenti dovrebbero averne uno. Ma tutti tutti: anche quelli senza certificato, anche quelli che apparentemente non fanno fatica.  Il Pdp, infatti, dà vita all’eccezione di ripristinare sulla base di una maggiore fiducia reciproca le regole della relazione scuola-famiglia-studente, e lo fa indicando una lista di azioni tra cui ogni insegnante può scegliere se e quali adottare nella propria materia.

Vediamone alcune:

“Orientare l’attenzione sull’impegno e sui risultati positivi conseguiti, che costituiscono occasioni di rinforzo positivo”.  Tradotto: non far sentire la persona giudicata per i suoi risultati e lavorare sempre in un’ottica di rinforzo positivo, che da tempo ormai si sa essere quella che funziona meglio con gli esseri umani – anche perché abbassa l’ansia, che ha la pessima tendenza di mandarci in allarme e peggiorare le nostre prestazioni.

Poi: “Sollecitare nello studente l’autocontrollo e l’autovalutazione dei propri processi di apprendimento”. Ovvero spingere i ragazzi a ragionare serenamente su come apprendono e perché alcune cose gli appaiono più facili di altre, essendo tutti diversi e quindi con modalità di apprendimento diverse: altro principio cardine dell’apprendimento di tutti, non solo delle persone con bisogni speciali.

Ancora: “Proporre attività di coppia o in piccolo gruppo, con ruoli definiti e compiti chiari, che favoriscano la socializzazione con i pari e la regolazione emotiva”. Viene da domandarsi se in casi “non Bes” sia dato per scontato che questo avvenga in modo naturale, quando sappiamo fin troppo bene che non succede. 

Così come non è (evidentemente) considerato adatto a studenti “normali” il “Supportare lo studente nell’esposizione orale con domande guida per facilitare l’argomentazione”, oppure “Supportare lo studente nella comprensione e correzione dei suoi errori per consolidare il suo apprendimento”.  La lista delle azioni adottate nel Pdp è lunga e molto ben fatta, e vedere le firme degli insegnanti, dei genitori e dello studente alla fine del “patto” è una consolazione: come in tutti i contratti, carta e penna servono a rendere reali elementi che altrimenti potrebbero essere presto scordati nella quotidianità.  La forza paradossale delle prescrizioni sta spesso nel rendere visibili mancanze che non hanno nulla a che fare con una patologia. Viene infatti da chiedersi: davvero questo tipo di attenzioni e pratiche è considerato appropriato solo per studenti “con problemi”? E tutti gli altri?

Il ragazzo con il Pdp pur non avendo “privilegi”, potrebbe essere tra i fortunati che vivono oggi una scuola diversa, in cui la diffidenza è stata bandita da un certificato e c’è una nuova relazione di fiducia tra insegnanti, studenti e genitori. A tutti gli altri, invece, resta ancora l’onere di dimostrare la propria buona fede. 

Foto di Redd Francisco su Unsplash

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