Idee Partecipazione

Il volontariato produce responsabilità e democrazia. Difendiamolo dalle derive mercatiste

«Occorre avere consapevolezza di quali siano i rischi che corre la società se si continua a svalorizzare il volontariato nella sua funzione politica a seguito dei processi di professionalizzazione e di servizio, per altro sollecitati dalla recente legge di riforma del Terzo settore». L'intervento del sociologo dell'università di Salerno

di Massimo Pendenza

Per capire come il volontariato possa contribuire alla rigenerazione della società e del welfare dobbiamo innanzitutto chiederci ciò che esso ha di particolare, e forse unico, rispetto agli altri organismi di Terzo settore, e ancor di più rispetto alle imprese sociali che operano nella cosiddetta economia sociale. La domanda, in altre parole, riguarda la natura del volontariato, la sua soggettività, anzi la sua soggettività politica. Si tratta di una domanda ancor più stringente se si considera quanto i recenti cambiamenti che hanno riguardato il volontariato, non ultima la recente legge di riforma del terzo settore (il cosiddetto Codice del Terzo Settore – l.n. 106/2016), hanno contribuito a sfocare proprio la dimensione costitutiva della sua soggettività, ovvero la gratuità e l’advocacy, a tutto vantaggio di una professionalizzazione del volontariato che ha aumentato i rischi di una sua strumentalizzazione da parte del mercato e di una sua degenerazione sul piano etico-morale. Rischi ancor più accentuati se si considera quanto quella stessa legislazione, in linea con una certa tendenza generale, abbia inteso ridurre il ruolo di mediazione degli organismi di volontariato per esaltare invece l’immediatezza del volontario e dunque, di fatto, l’individualismo.

Si tratta di cambiamenti a cui ovviamente il volontariato ha reagito con forme nuove di adattamento o di resistenza, attivando ad esempio azioni di imprinting organizzativo o modificando l’offerta di beni e servizi al fine di poter acquisire lo status di partner del soggetto pubblico nello sviluppo e nell’innovazione del welfare. Ma la pressione del mercato e della new public management sul volontariato non si è riverberata solo sulle sue dimensioni valoriali manifeste, appunto la gratuità e l’advocacy, l’impatto è stato forte anche sulla funzione latente e più strettamente politica del volontariato, rappresentata dalla sua capacità di produrre/attivare particolari tipi di beni pubblici utili alla rigenerazione della società, e che – proprio per questo – hanno carattere politico. Si tratta di beni che il volontariato, soprattutto il volontariato, è capace di produrre grazie a pratiche sociali quotidiane il cui esito è la formazione, per chi vi aderisce, di particolari competenze che potremmo definire etico-civiche (e vedremo a breve quali e perché sono utili alla società).

Ciò che secondo noi sta accadendo al mondo del volontariato è una metamorfosi ontogenetica dei suoi valori fondamentali accompagnata da una sterilizzazione delle sue capacità, non sempre manifesta, di empowerment civile tra le persone che ne fanno parte, il quale è rigenerativo della società perché produttivo tra gli aderenti di beni che si traducono in competenze di responsabilità e di democraticità – senza le quali la società non solo inaridirebbe rendendosi più cinica, ma rischierebbe di perdere la propria capacità di autodeterminazione politica di stampo democratico. Ciò che vogliamo dire, in altre parole, è che ad essere a rischio con la svalorizzazione sociale e politica del volontariato è soprattutto la sua funzione di “cura della società”, distruggendo la quale la società rischia di scomporsi. Per usare una metafora, potremmo dire che il volontariato è come l’albero che produce l’ossigeno per vivere, se vengono meno i beni di responsabilità e di democraticità da esso prodotti la società (intesa come vita collettiva associata) rischia di deperire socialmente e di scadere democraticamente. Se questo è vero, ciò a cui stiamo assistendo con la compressione del volontariato non è la svalutazione di uno dei tanti corpi della società, ma di quello maggiormente abilitato a rigenerarla. 

Ma vediamoli questi beni etico-civici e cerchiamo di capire come sono prodotti dal volontariato. Iniziamo dalla responsabilità. Intanto deve essere chiaro che la responsabilità inizia dove inizia l’atto di cura. Si è responsabili di qualcosa o di qualcuno quando si prende a cuore quel qualcosa o quel qualcuno. Il pensiero femminista lo ha mostrato chiaramente, oltre a rendere evidente quanto universale sia l’esperienza umana della cura. Si può giustamente sostenere che cura e volontariato sono pratiche che cambiano gli individui, che cambiano il loro modo di essere e di stare al mondo. 

Veniamo ora al secondo sottoprodotto del volontariato, ma non per questo meno importante: la produzione/ri-produzione di beni che innestano competenze di democraticità. Non è necessario qui scomodare Tocqueville e la sua nota tesi sul ruolo positivo che l’associazionismo ha sul tessuto sociale e per le sorti della democrazia per dimostrare il forte legame che c’è tra volontariato e regimi democratici, preferiamo piuttosto farci aiutare nel ragionamento da ciò che scrive Axel Honneth in un suo recente volume dal titolo Il lavoratore sovrano. Lavoro e cittadinanza democratica (il Mulino, 2025). In questo testo, non propriamente dedicato al volontariato, Honneth mette in guardia dai rischi della svalutazione del lavoro per la tenuta del regime democratico. La sua tesi suona più o meno così: solo chi si sente coinvolto e apprezzato può davvero sentirsi obbligato alla costruzione di una comune volontà politica e dunque disporsi all’agire democratico per partecipare alla costruzione della deliberazione. E dato che il lavoro non è più in grado di farlo perché ormai frammentato, oggettivato e trasformato in una catena di comando sempre più disumanizzata, il rischio che si corre è proprio la scomparsa di queste obbligazioni e disposizioni verso la democrazia.

Come per la cura, poi, le virtù democratiche si formano anche grazie all’immedesimazione in forme di esistenza e destini di vite altrui. Se nel lavoro mancano queste esperienze, se rimangono estranei e preclusi per tutta la vita i bisogni e gli affanni degli altri, difficilmente si potrà sviluppare la disponibilità a tener conto dei loro interessi nel processo democratico di formazione di opinioni. Tutte cose che, per Honneth, sono invece ben realizzate dal volontariato, il quale, più del lavoro, ha ancora la capacità di immedesimarsi in forme di esistenza e destini di vita non familiari e dunque di comprendere interessi e diritti degli altri. Elementi necessari per formare appunto le virtù democratiche, ma anche una funzione che, abbiamo visto, è oggi deprezzata socialmente e legislativamente.

Questi sono solo due strumenti utili ad arginare la deriva antidemocratica e antisolidaristica ed altri se ne possono indicare. Di certo c’è solo la consapevolezza di quali siano i rischi che corre la società se si continua a svalorizzare il volontariato nella sua funzione politica a seguito dei processi di professionalizzazione e di servizio, per altro sollecitati dalla recente legge di riforma del Terzo settore. Il volontariato non è un accessorio della società, ne è una parte indispensabile, per questo andrebbe meglio tutelato.

Credit foto: cooperativa Adelante di Bassano del Grappa

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