Idee Economie

Impatto sociale, se le metriche diventano un anestetico

«L'impressione è che più le numeriche sugli effetti generati da progetti e politiche sociali diventano precise e circostanziate e più perdono potere di attivazione. Come uscire da questo cono di bottiglia?». L'intervento dell'open innovation manager di Cgm (Consorzio Gino Mattarelli)

di Flaviano Zandonai

Non è che nelle metriche sociali c’è una dose di anestetico? È quasi un paradosso ma alle volte sembra che più le numeriche sugli effetti generati da progetti e politiche sociali diventano precise e circostanziate e più perdono potere di attivazione. Come se dissipassero la loro carica trasformativa mentre attraversano la catena del valore da cui scaturiscono. “Evidenze celibi” si potrebbe dire, e se così fosse sarebbe un grosso problema considerato che nascono con intenti di cambiamento. Impatti che non coinvolgono e non attivano potrebbero segnare l’ingresso definitivo nell’era della post-verità e delle sue conseguenze, peraltro già visibili, nel modo di fare politica.

Questo effetto anestetico è riconducibile a diversi fattori concomitanti e contraddittori. Risiede, in primis, nei nostri limiti cognitivi ed emotivi. In buona sostanza non sempre riusciamo, anche per istinto di autoconservazione, a comprendere nella loro interezza tutte le implicazioni di metriche che riguardano fenomeni la cui complessità contiene sempre più elementi letteralmente inconcepibili. Il degrado che diventa catastrofe ambientale, il disprezzo sistematico della natura umana, il carattere minaccioso e spiazzante della tecnologia. Di queste sfide socio ambientali e tecnologiche ormai sappiamo (quasi) tutto ma se le affrontiamo con piena cognizione di causa rischiano di portarci in una pericolosa situazione ansiogena che, nel migliore dei casi, inibisce l’azione. La via di fuga, a volte indicata dagli stessi approcci impact, consiste nel rifugiarsi in contesti tecnocratici di policy making rifuggendo la dialettica viscerale, e va detto sempre più artatamente inquinata, di quello che si definisce (o si definiva) agone della politica.

Ma oltre ai limiti intrinseci della natura umana – che peraltro qualcuno propone di superare con innesti biotech – anche i mezzi di misurazione possono agire in senso anestetico. In questo caso si tratta delle modellistiche e delle metodologie attraverso cui si distillano le metriche sociali. A volte ciò avviene attraverso modalità che lasciano sul campo troppi elementi di valore sociale perché risultano eccedenti rispetto al fabbisogno informativo necessario per alimentare gli algoritmi di calcolo. Se si tratta ad esempio di misurare i costi – benefici o i ritorni sociali per gli investitori, i setacci dei valutatori saranno inevitabilmente a maglia larga quando si tratta di costruire le variabili e le modalità di presa di dati che approssimano gli impatti. Quanto vale “all’ufficio di cambio” dello sroi il piacere dello stare con gli altri? È un interrogativo scomodo se si guarda a quella “comunità di riferimento” che la definizione di impatto sociale contenuta nella norma del Terzo settore pone al centro di quegli esiti (outcome) che dovrebbero liberarci dalla schiavitù culturale di output deresponsabilizzati che funzionano come dei “to do” meramente esecutivi svincolati da una dimensione di senso.

Come uscire da questo collo di bottiglia peraltro sempre più intruppato da sistemi informativi e reportistica che, a questo punto, viene il sospetto che rispondano a una domanda di cambiamento molto circoscritta sia a livello di volontà che di massa critica? Possiamo davvero pensare che le capacità e le possibilità di sovversione positiva dello status quo riguardino solo un manipolo di persone e organizzazioni dotate delle giuste intenzionalità e che per di più agiscono soprattutto “dietro le quinte” dei percorsi decisionali rappresentando così un bersaglio fin troppo facile per paranoie sempre più diffuse da “deep State”?

L’opzione del collettivo, a questo punto, diventa dirimente. Non certo come un “coro greco” che si limita ad amplificare metriche preconfezionate e certificate come rigorose da parte di soggetti che però sono spesso alieni (e con qualche conflitto d’interesse) rispetto alle pratiche sociali da cui scaturiscono. Intelligenze collettive quindi che intervengono non solo in termini di apporto conoscitivo ma anche di consapevolezza condivisa oltre che di capacità organizzativa. Perché solo insieme è possibile trasformare il blocco ansiogeno di sfide epocali in capitale di attivazione.

Foto di Mark Owen Wilkinson Hughes su Unsplash

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