Idee Economia
Impresa sociale, servono nuove idee
Analisi del nuovo outlook, elaborato da Intesa Sanpaolo, Ipsos e Aiccon: di fronte alla crisi strutturale dell'occupazione, la trasformazione digitale deve riguardare le innovazioni di prodotti e servizi. In una logica di coinvestimento, occorre puntare a una “next gen” di startup basate su nuovi modelli di impresa sociale e a impatto
Se vi piacciono i dati di sentiment, cioè quelli che misurano le percezioni e non solo le performance, allora il nuovo outlook sull’impresa sociale potrebbe fare per voi. Pubblicato in contemporanea alla nuova edizione dell’osservatorio su finanza e Terzo settore – il tutto grazie a Intesa Sanpaolo, Ipsos e Aiccon – definisce un quadro conoscitivo che scaturisce da un mix tra sensibilità che “annusano” l’organizzazione e i suoi contesti e Kpi veri e propri (fatturato, marginalità, occupazione, investimenti, ecc.).
La crisi occupazione è ormai strutturale
Cosa restituisce questa rilevazione su cento imprese sociali molto centrata sul “qui e ora” del loro 2025? In primo luogo il carattere strutturale della crisi occupazionale, con la domanda di lavoro sempre più in affanno rispetto all’offerta (per il 43% delle imprese sociali il problema più pressante è la disponibilità di personale qualificato). Oltre alla difficoltà in sede di reperimento le imprese sociali devono anche gestire l’aumento dei costi del personale (segnalato dal 93%), ovvero del loro principale costo di produzione a seguito del rinnovo del contratto nazionale di lavoro.
Le risposte alla crisi sono centrate sul potenziamento delle strategie e delle competenze di gestione delle persone, ma lavorando meno in sede di recruitment (-6% rispetto al 2024) e più in sede di retention dei lavoratori già in organico facendo più formazione (80%) e provando a costruire, seppur con fatica, sistemi di welfare aziendale affinché i collaboratori non cedano alle lusinghe, comunque attraenti, del mercato del lavoro pubblico.
Rimane il fatto che questa è una crisi non solo settoriale ma dell’intero Paese perché ha a che fare con l’inverno demografico e la perdita di centralità del lavoro nel progetto di vita delle persone. Affidarsi solo a un migliore HR management probabilmente non basta. Servirebbero coalizioni di scopo più ampie per cercare di affrontare un passaggio epocale attraverso risposte sistemiche.
Con la Pa non è ancora cambiato il paradigma
Altro tema di rilievo riguarda l’impatto degli strumenti e delle logiche dell’amministrazione condivisa. Sempre più imprese sociali si trovano coinvolte in percorsi di coprogrammazione e coprogettazione con la Pubblica amministrazione (75%). Percorsi che intraprendono con uno spirito di apertura ma con risultati fin qui non esaltanti (il 59% ha rilevato difficoltà seppur contenute ma per il 25% sono state rilevanti) soprattutto a causa di un interlocutore pubblico ritenuto non adeguatamente competente (59%).
Non sembra di assistere a un vero e proprio cambio da paradigma esercitando un ruolo di “game changer”; si tratta piuttosto di una prudente apertura di credito rispetto alla quale valutare con attenzione i ritorni in termini di maggiore efficacia dei loro interventi e di sostenibilità dei loro modelli di business.
La trasformazione digitale in corso
Infine l’outlook si sofferma in modo piuttosto approfondito sulla trasformazione digitale. I risultati, da questo punto di vista, restituiscono un “momentum” rilevante. Molte imprese sociali hanno infatti avviato percorsi di digitalizzazione (92%) dotandosi di una strategia a riguardo (47%). E inoltre stanno gestendo questi processi non solo “in casa” ma affidandosi a interlocutori esterni (45%) che magari hanno ricercato frequentando qualche “ecosistema d’innovazione”. Il focus di questi investimenti è quasi totalmente a favore dei processi gestionali e organizzativi (65%), mentre sull’intelligenza artificiale l’approccio è per ora soprattutto di alfabetizzazione formativa (45%).
Meno spazio viene invece assegnato al digitale per innovazioni di prodotto e di servizio (11%). Peccato, considerando i livelli di know how e competenza che potrebbero reinvestire per la nascita di un vero e proprio welfare digitale ancorato a bisogni e risorse di persone e comunità. Invece questo scarso investimento potrebbe lasciare spazio libero ad altri players che forse non hanno competenze e soprattutto sensibilità simili.
Ultimo aspetto di rilievo è la cultura del dato che, grazie all’effetto traino esercitato da nuovi standard di sostenibilità e impatto (Esg) sta scalando dalla rendicontazione (33%) alla strategia d’impresa (66%).

La materializzazione del sentiment
La significatività di questi risultati può essere testata guardando alle idee di sviluppo e alla conseguenti scelte d’investimento delle imprese sociali. Senza entrare troppo nei dettagli sembra che il sentiment tenda a “materializzarsi” soprattutto attraverso strategie incrementali e di gestione dell’esistente (il 43% prevede investimenti e in gran parte focalizzati sul consolidamento interno).
Un’interpretazione della crescita figlia della cultura lungotermista e prudente della cooperazione che rappresenta la principale forma (e cultura) organizzativa delle imprese sociali, ma che però vede diminuire le marginalità economiche (per il 35%) e quindi erodere le risorse endogene per lo sviluppo.
La disruption ha bisogno di nuovi imprenditori
Per la disruption, comunque necessaria in tempi in cui le fratture sociali sono così profonde da alzare l’asticella delle trasformazioni sociali positive attese, ci si può affidare, magari in una logica di coinvestimento, a una “next gen” di startup basate su nuovi modelli di impresa sociale e a impatto che il panorama istituzionale italiano mette a disposizione.
Modelli che forse possono avere più appeal nei confronti di risorse d’investimento apportate da soggetti esterni (dagli attori istituzionali fino ai cittadini finanziatori). A patto di trovare imprenditori e imprenditrici che questi nuovi contenitori organizzativi a scopo sociale li sappiano riempire di idee, intenzionalità e desiderio per attraversare questi nuovi “ruggenti anni venti”.
In apertura photo by Vlad Hilitanu on Unsplash
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