Idee Digitale
Intelligenza artificiale e Terzo settore, le sei sfide di una governance inclusiva
I rischi concreti dell’IA sono già qui e toccano da vicino le missioni del Terzo settore: per chi lavora ogni giorno a difesa dei beni comuni, dei diritti e dell’inclusione, ignorarli significa rinunciare a una responsabilità storica. Il Terzo settore non deve limitarsi alla denuncia, ma può diventare promotore di una regolazione partecipata dell’innovazione, contribuendo alla definizione di principi etici condivisi e strumenti di monitoraggio civico sull’uso dell’IA, secondo il principio del "contenimento" di Mustafa Suleyman. La direzione? Una governance inclusiva della tecnologia, con sei linee d'azione
Nei mesi scorsi dalle pagine online del Research Center di Aiccon e dal Corriere della Sera, Paolo Venturi ci ha invitato a osservare con lucidità ciò che sta accadendo nel Terzo settore e a scegliere la direzione: «Limitarsi a essere ammortizzatore sociale o diventare motore di rinnovamento civile?». Tale scelta non riguarda solo le strategie organizzative, ma la capacità di assumere un ruolo di guida nella trasformazione digitale e cognitiva in atto. L’intelligenza artificiale, come tecnologia di portata sistemica, impone al Terzo settore di ripensare modelli di intervento, competenze e alleanze, per non restare ai margini di processi che ridisegnano potere, conoscenza e accesso ai diritti. Le cinque sfide individuate da Venturi – unità nella diversità, welfare, economia sociale, partecipazione, disuguaglianze e democrazia – sono un’agenda chiara, che interroga le 360mila organizzazioni italiane. Eppure, c’è un elemento trasversale che oggi condiziona tutte queste sfide: la trasformazione tecnologica.
L’intelligenza artificiale come infrastruttura cognitiva
L’IA non è una semplice “tecnologia abilitante”, ma un’infrastruttura cognitiva che ridefinisce potere, conoscenza e controllo. Lo ha ricordato proprio su VITA Tiziano Blasi: non possiamo ridurre l’adozione dell’IA a una questione di efficienza organizzativa. E Flaviano Zandonai ha sottolineato come la trasformazione digitale nel non profit sia ancora prevalentemente amministrativa e non strategica. I benefici operativi sono già enormi, dalla progettazione alla gestione dei dati, dalla comunicazione alla raccolta fondi, ma la posta in gioco è ben più ampia. Secondo studi recenti (Google.org, Fast Forward, 2025), gran parte delle organizzazioni non profit a livello globale non dispone ancora delle infrastrutture digitali e delle competenze necessarie per utilizzare l’IA in modo strategico: questa “fragilità digitale” rischia di ampliare le disuguaglianze sociali e territoriali, proprio mentre la tecnologia diventa un fattore determinante per l’efficacia delle politiche di inclusione.
Senza un approccio sistemico, rischiamo di ripetere quanto avvenuto con i social network: strumenti nati con la promessa di connettere le persone, ma che hanno finito per alimentare polarizzazione, disinformazione, dipendenza. Il paragone tra social e IA non è perfetto, in quanto la scala e la profondità dell’intelligenza artificiale sono di un ordine superiore, ma la lezione rimane: l’assenza di governance condivisa ha un costo sociale altissimo.
I rischi reali, non le distopie
Nel dibattito pubblico prevalgono spesso narrazioni estreme, tra entusiasmi salvifici e paure apocalittiche. Ma i rischi concreti dell’IA sono già qui e toccano da vicino le missioni del Terzo settore:
- armi intelligenti e industria militare, con alleanze sempre più strette tra big tech e difesa;
- sfruttamento del lavoro e nuovo colonialismo digitale, che grava soprattutto sul Sud del mondo;
- divari di adozione e potere, con pochi attori globali che accumulano dati e rafforzano la propria posizione dominante;
- impatto ambientale crescente in termini di energia e consumo idrico;
- pregiudizi algoritmici che amplificano stereotipi e discriminazioni;
- effetti sulle nuove generazioni, esposte a rischi di dipendenza, manipolazione e vulnerabilità psicologica.
Di fronte a questi rischi, il Terzo settore non deve limitarsi alla denuncia, ma può diventare promotore di una regolazione partecipata dell’innovazione, contribuendo alla definizione di principi etici condivisi e strumenti di monitoraggio civico sull’uso dell’IA. Per chi lavora ogni giorno a difesa dei beni comuni, dei diritti e dell’inclusione, ignorare questi fattori significa rinunciare a una responsabilità storica.
Il problema del contenimento
Mustafa Suleyman, nel volume L’onda che verrà (Garzanti, 2024), introduce un concetto cruciale: il contenimento. L’IA è una tecnologia a doppio uso, con applicazioni che possono generare progresso ma anche minacce sistemiche. Non si tratta di scegliere tra accelerazione o blocco, ma di costruire cornici di regolazione e controllo democratico. Per il Terzo settore, questo significa non subire l’innovazione, ma contribuire a orientarla. Non basta adottare strumenti di IA per migliorare la propria efficienza interna: occorre esercitare un ruolo attivo nella definizione delle regole, nelle pratiche di utilizzo e nella formazione dei cittadini. Ciò significa anche sviluppare competenze interne, leadership tecnologica e nuove forme di partenariato con imprese, università e fondazioni filantropiche, per sperimentare soluzioni di IA a impatto sociale e costruire una cultura della responsabilità tecnologica.
Un esempio concreto di questa direzione è il Manifesto per un’azione collettiva su intelligenza artificiale e robotica, promosso dalla Fondazione Mondo Digitale insieme a università, scuole, centri di ricerca e imprese. Il Manifesto nasce dall’idea che l’IA e la robotica non possano essere lasciate al governo di pochi, ma debbano essere orientate da una visione collettiva, fondata su collaborazione, etica e inclusione. È un invito a costruire alleanze intersettoriali, condividere conoscenza e progettare strumenti che garantiscano un’innovazione “per tutti e con tutti”, in piena coerenza con la prospettiva di governance inclusiva qui proposta.
La sfida di una governance inclusiva della tecnologia
Ecco allora la proposta di una sesta sfida per il Terzo settore: una governance inclusiva della tecnologia. Una sfida che non si aggiunge alle altre cinque, ma le attraversa tutte. Una governance inclusiva deve garantire trasparenza, equità e partecipazione in tutte le fasi del ciclo di vita dell’IA: dalla progettazione allo sviluppo, dalla sperimentazione alla valutazione degli impatti. Ciò implica una visione integrata che coniughi innovazione tecnologica e giustizia sociale.
- Unità nella diversità: costruire alleanze civiche che permettano di incidere sulle politiche nazionali ed europee, evitando che ogni organizzazione resti isolata.
- Welfare: immaginare un welfare territoriale potenziato dall’IA, ma basato su infrastrutture sociali stabili e inclusive, non su soluzioni proprietarie a breve termine.
- Economia sociale: sviluppare applicazioni condivise e accessibili, che siano strumenti di comunità e non monopoli globali.
- Partecipazione: usare l’IA per rafforzare spazi di cittadinanza attiva e processi deliberativi, non per sostituire il giudizio umano con decisioni automatizzate.
- Disuguaglianze e democrazia: presidiare i beni comuni digitali, dalle basi dati alle piattaforme, garantendo trasparenza, eticità e accessibilità universale.
Sei linee d’azione
In concreto, la governance inclusiva della tecnologia può tradursi in sei linee d’azione:
- Promuovere alleanze e consorzi civici per l’uso responsabile dell’IA, coinvolgendo reti esistenti come Forum del Terzo Settore, Assifero, Acri.
- Sviluppare piattaforme e soluzioni open, nate da partenariati tra non profit, università e imprese attente all’impatto sociale.
- Creare basi dati comuni e trasparenti, come patrimonio collettivo e non come asset di pochi. Ad esempio: banche dati civiche su bisogni formativi, disuguaglianze territoriali e servizi sociali, costruite con logiche di open data e accesso controllato.
- Investire nella formazione diffusa, per garantire che cittadini, operatori e volontari possano usare l’IA in modo consapevole e responsabile.
- Fare advocacy sistemica e di lungo periodo, per costruire regole democratiche sull’uso delle nuove tecnologie.
- Creare fondi e programmi dedicati all’IA per il bene comune, sostenuti da fondazioni filantropiche, imprese tech e istituzioni pubbliche, per finanziare progetti non profit e start-up civiche impegnate in soluzioni di IA etica e inclusiva.
Una responsabilità collettiva
Il Terzo settore non può illudersi di risolvere da solo i dilemmi posti dall’intelligenza artificiale. Ma può e deve portare un contributo insostituibile: un approccio orientato al bene comune, alla giustizia sociale, alla democrazia. Esperienze come i Centri di facilitazione digitale, nati in collaborazione con istituzioni locali, dimostrano che è possibile radicare l’innovazione tecnologica nei territori più fragili, accompagnando cittadini di tutte le età a un uso consapevole delle tecnologie. Oppure iniziative come RomeCup, che riuniscono università, scuole, imprese e Terzo settore attorno a robotica e IA, mostrano come si possano costruire ecosistemi educativi inclusivi, non competitivi.
Il Terzo settore non può illudersi di risolvere da solo i dilemmi posti dall’intelligenza artificiale. Ma può e deve portare un contributo insostituibile: un approccio orientato al bene comune, alla giustizia sociale, alla democrazia
La sesta sfida, la governance inclusiva della tecnologia, è la condizione per rendere le altre cinque effettivamente praticabili nell’era dell’IA. Solo così il Terzo settore potrà restare fedele alla sua missione originaria: essere motore di rinnovamento civile, non semplice ammortizzatore sociale, anche nel tempo delle intelligenze artificiali. Per questo è necessario un nuovo patto tra Terzo settore, filantropia e istituzioni, capace di coniugare investimenti in capacità tecnologica, formazione diffusa e politiche pubbliche orientate al bene comune. Solo una visione condivisa potrà trasformare l’IA in un’infrastruttura democratica e solidale.
Mirta Michilli, direttrice generale della Fondazione Mondo Digitale. In apertura, foto di Hitesh Choudhary su Unsplash
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