Idee Famiglia

Intervenire per proteggere: cosa rischiamo di perdere nel dibattito sugli allontanamenti

«L'allontanamento è e deve restare l'ultima ratio, ma questo gli assistenti sociali e gli altri operatori dei servizi lo sanno bene», afferma Francesca Maci, ricercatrice all'università di Parma e giudice onorario. «La credibilità di chi dice di avere davvero a cuore il benessere dei bambini si misura oggi nella capacità di tenere insieme diritto, complessità e cura»

di Francesca Maci

Da oltre vent’anni mi occupo di protezione dell’infanzia e di promozione dei diritti dei bambini, in connessione con i servizi territoriali, l’autorità giudiziaria, le organizzazioni della società civile e il mondo accademico. È da questa posizione – non certamente neutra, ma profondamente impegnata – che ho letto il recente documento dell’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza sul cosiddetto “prelevamento dei minori”. 

La domanda che sento di porre, prima ancora di ogni valutazione di merito, è semplice: questo documento a quale finalità risponde? Ed era davvero necessario? 

Il sistema di protezione dei bambini in Italia poggia su un impianto normativo chiaro, certamente perfettibile, ma tutt’altro che arbitrario. Gli interventi di tutela – inclusi gli allontanamenti – non sono azioni estemporanee, né decisioni assunte sulla base di automatismi o ideologie. Sono il risultato di processi valutativi complessi, che tengono insieme diritto, competenze professionali, responsabilità istituzionali e, soprattutto, la specificità di ogni singola storia di vita, senza trascurare la partecipazione dei genitori e dei bambini. In protezione dell’infanzia non esistono soluzioni standard: ogni bambino va visto, ascoltato e compreso nella sua unicità e nel suo contesto sociale.

Gli interventi di tutela non sono azioni estemporanee, né decisioni assunte sulla base di automatismi o ideologie. Sono il risultato di processi valutativi complessi, che tengono insieme diritto, competenze professionali, responsabilità istituzionali e, soprattutto, la specificità di ogni singola storia di vita

Francesca Maci, ricercatrice Università di Parma 

Negli anni, proprio per sostenere un intervento orientato, competente e rispettoso dei diritti, il Consiglio nazionale dell’Ordine degli Assistenti sociali – Cnoas ha elaborato e aggiornato linee guida sugli interventi di protezione e tutela dei bambini. Linee guida che ribadiscono principi chiari: la centralità del minore, il diritto a crescere nella propria famiglia, la proporzionalità degli interventi e la loro natura residuale. L’allontanamento è e deve restare l’ultima ratio. Questo gli assistenti sociali e gli altri operatori dei servizi lo sanno bene, perché agiscono nel rispetto del principio fondamentale sancito dalla legge: il diritto di ogni bambino a crescere nella propria famiglia, salvo situazioni di grave e attuale pregiudizio.

E allora, se queste sono le premesse condivise e consolidate, quale urgenza giustifica questo documento? La sensazione è che il messaggio implicito che arriva ai servizi non sia di sostegno, ma di sfiducia generalizzata. Come se il sistema della protezione dell’infanzia fosse strutturalmente incline all’abuso di potere e necessitasse di una sorveglianza esterna, più che di un rafforzamento delle sue capacità. Il rischio concreto è quello di legittimare e alimentare un clima di controllo, più che di responsabilità condivisa, che finisce per indebolire – e non migliorare – la qualità degli interventi.

Un approccio di questo tipo non restituisce la complessità del lavoro quotidiano dei servizi, né le condizioni in cui operano: carichi elevati, esposizione mediatica crescente, risorse spesso insufficienti. Se davvero l’obiettivo fosse quello di migliorare il sistema di protezione dei bambini e il sostegno alle famiglie, la direzione dovrebbe essere un’altra: investimenti strutturali, formazione continua, tempo per la valutazione, strumenti adeguati alla complessità delle situazioni. È questa – non la moltiplicazione di dispositivi di controllo – la strada che consente di tutelare realmente i diritti dei bambini.

Se davvero l’obiettivo fosse quello di migliorare il sistema di protezione dei bambini e il sostegno alle famiglie, la direzione dovrebbe essere un’altra: investimenti strutturali, formazione continua, tempo per la valutazione, strumenti adeguati alla complessità delle situazioni

Francesca Maci

Chi opera nell’ambito della child protection sa bene che l’errore è sempre possibile – come in ogni campo che riguarda decisioni umane complesse – ma sa anche che tali errori non sono intenzionali. Operatrici e operatori si muovono secondo due principi fondamentali: il principio di legalità, che implica il rispetto rigoroso delle norme e delle garanzie procedurali, e il principio di beneficità, che orienta l’agire professionale al bene del bambino e, quando possibile, anche al sostegno dei suoi genitori e del contesto familiare. La protezione non è punizione né sottrazione, ma un tentativo estremo di tutela e di cura, nel senso più pieno del “prendersi a cuore”.

In questo quadro, la scelta di utilizzare il termine “prelevamento” appare francamente problematica. Non si tratta di una disputa linguistica fine a sé stessa. Come ampiamente sottolineato nel dibattito che si è aperto intorno al documento, le parole costruiscono rappresentazioni, orientano sguardi, producono effetti culturali. Parlare di “prelevamento” rischia di ridurre un intervento giuridico e relazionale complesso, con finalità protettive, a un’azione meramente materiale, che richiama logiche di controllo sociale e alimenta una narrazione semplificata e polarizzante. Una narrazione che non aiuta né i bambini, né le famiglie, né chi lavora quotidianamente per tutelarli.


Desta perplessità anche la confusione che il documento sembra produrre attorno all’articolo 403 del Codice civile, norma invece chiaramente disciplinata e ben conosciuta dagli operatori. L’art. 403 non è uno strumento ordinario, ma una misura eccezionale, prevista per situazioni di gravità estrema e urgenza, e sottoposta a immediato controllo dell’autorità giudiziaria: rappresentarlo diversamente rischia di alimentare timori infondati e di oscurare la funzione di tutela per cui è stato pensato.

Il recente caso della cosiddetta “famiglia nel bosco” ha reso il dibattito particolarmente acceso. Proprio per questo, sarebbe stato auspicabile un intervento istituzionale capace di rafforzare la cultura della promozione e della garanzia dei diritti dei bambini: diritti che, in presenza di pregiudizio, richiedono una protezione tempestiva e competente. La protezione dell’infanzia richiede rigore, responsabilità, umiltà e fiducia nelle istituzioni preposte a questa funzione. E soprattutto richiede di tenere fermo un principio essenziale: ogni decisione deve essere assunta nell’interesse di quel bambino concreto, in quella situazione specifica, in quel preciso momento della sua vita. È su questa capacità di tenere insieme diritto, complessità e cura che si misura, oggi, la credibilità di chi dice di avere davvero a cuore il benessere dei bambini.

Francesca Maci è ricercatrice dell’Università di Parma, docente di servizio sociale, giudice onorario e assistente sociale specialista.

La fotografia in apertura è di Johnny Cohen su Unsplash

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