Idee Uomini & Donne

La lezione di Dracula sull’amore tossico

Luc Besson riporta Dracula sullo schermo. E il vero orrore è quanto ci somiglia. È l’archetipo dell’uomo che scambia il possesso per amore, la disperazione e la collera per sentimento. È il marchio dell’amore tossico: chi non sa amare, contagia e uccide. Il Dracula di Besson oggi funziona perché è la storia di tante relazioni che vediamo e viviamo ogni giorno, la storia che nel 2025 ha già condannato a morte 77 donne. Ma è proprio lì, in questa somiglianza scomoda, che possiamo iniziare a cambiare, partendo dall’unico antidoto possibile: l’educazione

di Francesca Gennai

una scena del fil Dracula di Luc Bessun (2025)

Dracula torna sullo schermo. Questa volta però non è il vampiro gotico a cui siamo abituati: è qualcosa di più vicino. È l’archetipo dell’uomo che scambia il possesso per amore, la dipendenza per profondità, la disperazione e la collera per sentimento. È per questo che Dracula – L’amore perduto di Luc Besson ci colpisce così tanto. Non parla di vampiri. Parla di noi.

La storia è nota al grande pubblico. Vlad ama Elisabetta con un’intensità totalizzante. «Non posso vivere senza di lei», dice. Frase che suona romantica, finché non ci accorgiamo che cela dietro un sentimento di dipendenza. Quando lei muore, per mano sua nel tentativo di difenderla, Vlad non sa rimanere nel dolore. Non sa contenerlo e lo trasforma in collera. E allora colpisce: prima il vescovo, poi Dio, poi la vita stessa. Il primo omicidio è la prova netta della sua incapacità di gestire le emozioni. Non accetta il limite, non accetta la realtà. Vendica la morte con un atto di morte, come se il male potesse essere guarito attraverso altro male. Vlad rinnega così le regole della vita. Si mette fuori dal mondo. E da quel momento tutto gli sembra giustificato, perché nasce nel nome del suo “grande amore”. Il dolore provato lo autorizza a tutto. Il torto subito, il no ricevuto, giustifica la sua violenza. 

L’eternità a cui Vlad è condannato non è un dono, ma una fuga. Una caccia che attraversa i secoli. Ossessivamente cerca Elisabetta in ogni volto, e per farlo manipola, seduce, confonde. Trasforma donne in vampiri, creature costrette a condividere la sua stessa condanna. Non cerca compagne, ma strumenti. Crea un piccolo esercito di servi, figure senza identità, che vivono per compiacerlo o proteggerlo. È il marchio dell’amore tossico: chi non sa amare, contagia e uccide. Quando si vive solo di sé stessi, gli altri diventano strumenti. La solitudine di Vlad non è un destino: è una scelta di chiusura, paura e bisogno.

Quando vede Mina, e nei suoi tratti ritrova la moglie perduta, il ciclo ricomincia. Non vede lei, ma un ricordo e la possibilità di cancellare il tempo. Vlad la seduce, le offre un amore meraviglioso e inquietante, la avvolge in un legame che sembra assoluto. Ma l’assoluto, se riguarda una sola persona, è sempre una forma di annullamento. Per trattenerla è disposto a tutto: anche a condannarla a un’eternità che può esistere solo grazie ad altre vite spezzate. La porta al castello, la isola dal mondo. Trasforma il loro “noi” in una fortezza, un confine invalicabile. Sono solo loro contro tutti. 

Ed è proprio dopo l’ennesima battaglia che Vlad capisce. Capisce che ciò che ha chiamato “amore” per secoli è stato solo un desiderio morboso, collera, bisogno di possesso. Capisce che la sua sete non era di sangue, ma di risarcimento per quanto gli era stato tolto. Capisce che la condanna che vive non riguarda solo lui, ma colpirebbe anche Mina: che amarla in quel modo significa dannarla. E compie così il suo primo atto di amore vero: la rinuncia. Perché l’amore, quello reale, non trattiene, ma lascia liberi.

Il Dracula di Besson oggi funziona perché è la storia di tante relazioni che vediamo e viviamo ogni giorno. È la storia che nel 2025 ha già condannato a morte 77 donne e l’anno non è ancora finito. E allora Dracula ci serve. Ci serve perché ci aiuta a leggere i tratti dell’amore che soffoca, che pretende e diventa gabbia. Ci serve per capire quanto velocemente il mito romantico possa trasformarsi in dispositivo di controllo. 

Ci serve per ricordarci che l’unico antidoto possibile è l’educazione. E allora diventa evidente l’urgenza di promuovere la valorizzazione delle differenze, il rispetto reciproco e la costruzione di relazioni non basate su stereotipi di genere. Significa costruire un linguaggio emotivo e relazionale che permetta di stare dentro le relazioni senza trasformarle in un territorio da occupare. Educare a sopportare i no, le frustrazioni, i limiti: tutto ciò che rende una relazione un incontro tra due soggettività e non un campo di conquista.

E allora sì, Dracula torna sullo schermo e il vero orrore è quanto ci somiglia. Ed è proprio lì, in questa somiglianza scomoda, che possiamo finalmente iniziare a cambiare.

In apertura e nell’articolo, scene del film “Dracula. L’amore perduto”, di Luc Besson (foto da press kit Lucky Red)

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