Idee Lavoro sociale

La nuova alleanza che serve davanti alla carenza di educatori

In Emilia Romagna mancano 1.300 educatori. Ma se questo è il tema, non bisogna cercare operatori meno qualificati: bisogna pagarne 1.300 come professionisti laureati. Non è una questione corporativa: è una questione di qualità del welfare. L'intervento del presidente nazionale dell'Associazione Pedagogisti Educatori Italiani

di Alessandro Prisciandaro

maestra scuola infanzia

L’Emilia-Romagna ha aperto un tavolo permanente tra Università, Terzo settore e istituzioni per affrontare la carenza di educatori qualificati. I dati emersi sono preoccupanti: oltre 1.300 educatori mancanti nei prossimi tre anni nella sola area metropolitana di Bologna. È un segnale serio. Ma la risposta deve essere altrettanto seria.

La domanda centrale non è “come copriamo i buchi?”, ma “perché gli educatori formati non restano nei servizi?”.

La professione dell’educatore professionale socio-pedagogico è definita dalla Legge 205/2017 e riordinata dalla Legge 55/2024. Non si tratta di una figura generica. È una professione laureata, con un titolo abilitante (L-19), con responsabilità precise nei servizi educativi, scolastici, socio-assistenziali e – per i soli aspetti educativi – anche nei presidi socio-sanitari.


Negli ultimi anni lo Stato ha richiesto ulteriori qualificazioni, 60 Cfu aggiuntivi in alcuni percorsi, investimenti economici significativi, tempo, studio, aggiornamento continuo. È legittimo chiedere competenza. È giusto pretendere qualità. Ma allora non si può, nello stesso momento storico, ipotizzare soluzioni che prevedano l’ingresso strutturale nei servizi di operatori privi del titolo previsto dalla legge. Non è una questione corporativa. È una questione di qualità del welfare.

La domanda centrale non è “come copriamo i buchi?”, ma “perché gli educatori formati non restano nei servizi?”

Se mancano educatori qualificati, la causa non è l’assenza di vocazioni. È la sproporzione tra responsabilità e retribuzione. Dopo tre anni di università – spesso cinque – molti educatori percepiscono salari che non consentono autonomia abitativa, stabilità familiare, progettualità. È qui la ragione della fuga: non nei requisiti formativi.

Non si può prendersi cura di minori fragili, persone con disabilità, famiglie vulnerabili, se la propria condizione lavorativa è segnata da precarietà e sotto-inquadramento. Il lavoro educativo è relazione, continuità, presenza. Senza dignità economica, questa continuità si spezza.

Il rischio, altrimenti, è evidente: trasformare la carenza in un’occasione per abbassare l’asticella professionale, ridurre i costi, mantenere un equilibrio economico delle gestioni cooperative senza intervenire sul nodo strutturale delle tariffe pubbliche e dei contratti.

Se davvero vogliamo una “nuova alleanza”, allora deve essere completa: Università, Terzo settore, istituzioni pubbliche e organizzazioni professionali di categoria devono sedersi allo stesso tavolo. Non si può discutere del futuro delle professioni educative senza coinvolgere chi le rappresenta a livello nazionale.

La soluzione è più semplice di quanto sembri, ma richiede volontà politica:

– adeguare i salari nei Ccnl applicati ai servizi educativi;
– incrementare le risorse pubbliche destinate al welfare territoriale;
– stabilizzare il personale laureato;
– valorizzare la carriera e le responsabilità educative;
– rafforzare la qualità formativa senza deroghe al titolo di legge.

È legittimo chiedere competenza. È giusto pretendere qualità. Ma allora non si può, nello stesso momento storico, ipotizzare soluzioni che prevedano l’ingresso strutturale nei servizi di operatori privi del titolo previsto dalla legge. Non è una questione corporativa. È una questione di qualità del welfare.

Investire sugli educatori non è una spesa. È una scelta strategica per la coesione sociale. La crisi del lavoro educativo non si risolve creando scorciatoie. Si risolve riconoscendo che l’educazione è una funzione pubblica ad alta responsabilità, già definita normativamente, che merita rispetto economico e istituzionale.

Se servono 1.300 educatori, non bisogna cercarne di meno qualificati: bisogna pagarne 1.300 come professionisti laureati.

Alessandro Prisciandaro, presidente nazionale Apei

Foto di Ksenia Chernaya su Pexels

Nessuno ti regala niente, noi sì

Hai letto questo articolo liberamente, senza essere bloccato dopo le prime righe. Ti è piaciuto? L’hai trovato interessante e utile? Gli articoli online di VITA sono in larga parte accessibili gratuitamente. Ci teniamo sia così per sempre, perché l’informazione è un diritto di tutti. E possiamo farlo grazie al supporto di chi si abbona.


La rivista dell’innovazione sociale.

Abbònati a VITA per leggere il magazine e accedere a contenuti
e funzionalità esclusive