Idee Vocabolari

La parola ridotta ad arma, causa o effetto della violenza?

Il "dire" e la "verità" sembrano ormai disconnessi. La stessa lingua appare decaduta, disgregata e il suo impatto sulla psiche non salva l'umano. Come invertire la rotta di un degrado linguistico che ha ormai impattato anche la nostra visione del mondo? Una speranza è nell'educazione alla lingua come trascendenza che si connette all'ideale

di Doriano Zurlo

In un bell’articolo del 25 gennaio, su Avvenire, Pierangelo Sequeri punta lo sguardo sul degrado della parola. La violenza inizia lì, nell’apparente leggerezza del logos, nella transitorietà delle affermazioni che pronunciamo e scriviamo tutti i giorni (verba volant, sì, ma anche scripta volant, in epoca di social media), nella trascuratezza con la quale ci “serviamo” del linguaggio.

«Ma l’assuefazione all’uso della parola come arma e come armatura», scrive Sequeri, «che alza una barriera intorno a un ego che si rivela, al tempo stesso, prepotente e codardo, è anche l’anticamera di un’aggressività che passa facilmente all’azione. Una pace disarmata e disarmante, come chiede papa Leone, è decisa dall’abitudine alla parola corrispondente».

La connessione saltata tra dire e verità

Già Platone parlava della necessità di un uso “bello” della parola, e non aveva in mente l’eleganza del discorso, la sua graziosità, ma la connessione del “dire” con la verità. Un discorso antico, ma attuale più che mai. Perché la connessione tra dire e verità è saltata. Se non completamente, quasi.

Lo sostenevo già nel mio primissimo articolo per Vita, nel 2019: «La retorica verbale, rozza, ripetuta, semplificante, ha spazzato via quella visiva». Allora mi riferivo alla violenza del discorso sui migranti che, in barba alle immagini di sofferenza e dei corpi annegati, dipingeva con successo un quadro di invasione eterodiretta e criminale. Oggi non pare difficile applicare lo stesso ragionamento ai fatti di Minneapolis e al negazionismo a oltranza di chi ha giustificato prima l’assassinio di Renée Nicole Macklin Good e poi quello di Alex Jeffrey Pretti, entrambi di 37 anni.

Verba volant, sì, ma anche scripta volant, in epoca di social media

«Che ne è oggi della parola?», scriveva Ivano Dionigi. «Ridotta a chiacchiera, barattata come merce qualunque, preda dell’ignoranza e dell’ipocrisia, essa ci chiede di abbassare il volume, imboccare la strada del rigore, ricongiungersi alla cosa. Agostino direbbe che noi “blateriamo ma siamo muti”. Costruttori di una quotidiana Babele e sempre più votati all’incomprensione reciproca, avvertiamo il bisogno di una ecologia linguistica che restituisca alla parola il potere di svelare la verità» (Benedetta Parola, Il Mulino, 2022). Non potrei essere più d’accordo.

Decadenza della lingua

Anche Mimmo Stolfi, giornalista di lungo corso, ha qualcosa da dire sul tema. Le sue parole, molto recenti (28 gennaio 2026) si trovano sul suo profilo Substack, che consiglio di seguire: «Come ci ha spiegato bene George Steiner, le lingue hanno grandi riserve di vita. Possono assorbire montagne di isteria, analfabetismo e volgarità. Possono attraversare epoche di brutalità senza perdere del tutto la propria capacità di significare, di articolare il mondo, di custodire una memoria condivisa. Ma esiste un punto di rottura. Usare una lingua, come fanno oggi Trump e i suoi epigoni, per disumanizzare l’uomo, per ridurlo a bersaglio, a scarto, a caricatura ostile, lascia tracce profonde. Qualcosa, nella lingua stessa, comincia a guastarsi. Menzogna e sadismo non restano in superficie, come incrostazioni facilmente rimovibili. Si depositano nel midollo del linguaggio. All’inizio in modo impercettibile, come i veleni delle radiazioni che filtrano silenziosamente nelle ossa. Poi il cancro prende forma: la degradazione diventa sistema, abitudine, stile. A quel punto la distruzione non è più solo morale o politica, è diventata strutturale. La lingua smette di rinnovarsi, perde elasticità, smarrisce la propria capacità generativa».

Codice binario

Ma questa decadenza è effetto o causa? Ovvero: la lingua si corrompe perché il mondo è finito in mano a persone particolarmente ottuse e violente o non è vero piuttosto il contrario? E cioè che il mondo è finito in mano a un certo tipo di persone perché prima si è compiuto un lungo processo di disgregazione della parola? Un processo che ha visto indebolire fino alla resa la funzione di collante morale e civile che la parola svolgeva?

Sequeri, su questo, non ha tanti dubbi: «L’habitat sociale della parola umana si è riempito di formule prefabbricate (del genere “cotto e mangiato”, proprio come il cibo spazzatura), ossessivamente orientate a nutrire la competizione per il consumo, che gratifica l’ego. Il balletto dei like e degli hate speech, rozzo costume binario del “mi piace/non mi piace” che riassume una discorsività mancante, è perfettamente omologo con quello del codice informatico (0/1, acceso/spento). Questo codice, da spettatore dei giochi al Colosseo, funziona anche senza parole: come il pollice verso dell’imperatore romano, che segnala alla folla chi deve vivere e chi deve morire. La psiche adolescente è in presa diretta con questa semplificazione apparente della libertà senza intelligenza, che consente una via di fuga pulsionale dalla complessità altrimenti ingovernabile. E il suo impatto con la vita reale è mortale».

Dobbiamo iniziare a preoccuparci, cari lettori. L’impatto del degrado linguistico sulla nostra psiche e sulla nostra visione del mondo, e quindi sulla coesione sociale e sulla condivisione valoriale che da queste conseguono, rischia di essere non meno devastante dell’impatto che il degrado ambientale sta avendo sulle sorti meteorologiche del nostro povero pianeta.

Verticalità

In tempi di intelligenza artificiale, cioè di Large Language Model, e quindi di una parola apparentemente liberata dalla fatica della sua costruzione e dalla responsabilità della sua messa in atto, sembra incredibilmente obsoleto parlare di necessità di riscoprire una parola “umana”. Eppure, non c’è altra strada. Dobbiamo tornare alle parole che salvano, come direbbe il grande Eugenio Borgna.

La macchina può fare a meno delle parole che salvano, l’umano no. E la distopia è dietro l’angolo, ci stiamo cadendo dentro mani e piedi. Se non invertiamo la rotta, sono guai. Ma invertire la rotta non inizia con la politica, e non ha niente a che fare con una sciocca lotta alla tecnologia. Non sono i device il problema, e nemmeno i sistemi Llm. Invertire la rotta inizia con la parola, con l’educazione a essa quale strumento di trascendenza e non di dominio. La parola è la nostra metafisica portatile, ho scritto nel mio libro Con le parole si fanno i miracoli (Franco Cesati, 2023); essa mette in connessione il nostro sentimento più profondo con l’ideale.

Se rinunciamo a questa dimensione, che attraversa la parola in senso verticale, appiattiremo la nostra esistenza, e dentro un orizzonte piatto la parola diventa violenza, sopraffazione, distorsione della verità.

Ancora Sequeri: «La trasformazione della cattedra di italiano (e quella della lingua di ogni Paese, ovviamente) nell’esercizio spirituale e multilaterale delle potenze della parola è il luogo decisivo per la prevenzione della fragilità psichica che oggi eccita sistemicamente l’aggressività (e l’autolesionismo) adolescente. La sua versione vagamente estetizzante ha privato i giovani della formazione necessaria a rendere abitabile la comunità e felice la generazione del mondo».

Riuscirà la scuola, in tempi di lingua orizzontale, a mantenere saldo lo sguardo sulla verticalità della parola?

In apertura il presidente Usa Donald Trump – photo Associated Press / LaPresse

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