Idee Educazione

La scuola dell’Alert ci sta rovinando

Alert è un acronimo: sta per “Ascolta, leggi e ripeti tante volte”. È un metodo ancora in voga nelle nostre scuole. Ma la ripetizione non è studio. La disciplina non è educazione. E senza “imparare a imparare”, la scuola si limita a conservare l'esistenze e continua a trasformare le disuguaglianze sociali in fallimenti scolastici. «Compito della scuola non è tenere i ragazzi e le ragazze in silenzio, ma aiutarli a dare voce alla propria intelligenza. Il resto è manutenzione dell’ordine, non educazione»

di Gianmarco Proietti

Liceo artistico coreutico scientifico Piero della Francesca, secondo compito scritto degli esami di maturita'.

La maestra di scienze scrive sul registro elettronico della V primaria: «Studiare bene leggendo e ripetendo tante volte pag. 27 e pag. 28 del libro di testo.» Una scena quotidiana, in ogni ordine e grado. Dietro quelle parole consuete c’è un’idea antica: studiare significa ripetere. Leggere, memorizzare, restituire. Come se la conoscenza fosse un deposito da custodire, non un’esperienza da costruire.

Eppure la scuola, secondo le competenze chiave europee, dovrebbe insegnare a “imparare a imparare”: riflettere sul modo in cui si apprende, scegliere strategie, gestire il proprio percorso. Una competenza, non un’abitudine. Ma chi insegna davvero a studiare? Chi aiuta un bambino o una bambina a capire se impara meglio leggendo, scrivendo, ascoltando o disegnando? La risposta è semplice: quasi nessuno. La didattica dello studio non esiste. A scuola domina un metodo implicito, il metodo Alert: Ascolta, leggi e ripeti tante volte. Un metodo di sorveglianza, più che di apprendimento.

Molti studenti e molte studentesse vivono un disagio silenzioso: studiano molto, ma non capiscono come si fa. Non hanno mai potuto esplorare il proprio modo di apprendere, conoscere i propri punti di forza, scegliere strategie. È come voler insegnare a nuotare senza mai entrare in acqua.

E il metodo Alert non danneggia solo le discipline umanistiche: è il modo più efficace per far disinnamorare per esempio alla matematica. Ore di calcoli meccanici, esercizi sempre uguali, ripetuti come un allenamento tecnico svuotato di senso. Eppure il bravo matematico non è chi sa fare i calcoli, ma chi sa non farli: chi sa scegliere la strada più elegante, più intelligente, più creativa per arrivare alla soluzione: quella che non si impara ripetendo sempre lo stesso esercizio.


La pedagogia offre strumenti chiari: stili di apprendimento, intelligenze multiple (Gardner), metacognizione (Flavell). Tutto ci ricorda che imparare significa anche riflettere su come si impara. “Imparare a imparare” è la madre di tutte le competenze: trasformare l’esperienza in conoscenza, darsi un metodo personale.

La scuola che si sta costruendo

Questa incapacità non è casuale: nasce da un modello che concepisce l’insegnamento come trasmissione, non come costruzione condivisa. Eppure, John Dewey ricordava che l’educazione non è la preparazione alla vita, è la vita stessa. Non si educa un ragazzo costringendolo a stare in silenzio, ma permettendogli di trovare la propria voce. Non si impara a pensare ascoltando per ore chi parla, ma imparando a interrogare ciò che si ascolta.

Un modello oggi rafforzato dalle politiche del ministro Giuseppe Valditara, che disegnano una scuola più verticale e gerarchica, centrata sulla parola del docente e su un’idea restaurativa dell’autorità. In nome dell’ordine, la classe torna a essere un luogo di ascolto obbligato, dove uno parla e gli altri tacciono. Non è solo una metodologia: è una visione del mondo.

La conseguenza è una scuola che forma studenti capaci di ricordare ma non di argomentare; di riassumere ma non di interpretare; di rispondere ma non di domandare. Lo si è visto anche all’Esame di Stato scorso: alcuni studenti e alcune studentesse, avendo già raggiunto più di sessanta punti, non si sono presentati al colloquio in segno di protesta contro un rito percepito come vuoto. La risposta ministeriale è stata un irrigidimento delle regole: non ascolto, ma controllo. Una forma sottile di repressione del pensiero critico.

Le nuove politiche — dalla valutazione del comportamento alla revisione dello Statuto degli studenti — irrigidiscono ulteriormente questa direzione: si parla di ordine, non di autonomia; di regole, non di pensiero critico; di libertà di insegnamento, non di libertà di apprendere.

Contro la scuola dell’Alert

Insegnare a studiare significa insegnare a pensare: pianificare, selezionare, collegare, verificare. È il cuore della didattica per competenze. Come ricorda Michele Pellerey, la competenza nasce quando si mobilitano risorse interne ed esterne per affrontare un compito: e nessun compito è più complesso del conoscere se stessi.

La scuola dell’Alert, che non insegna a studiare, non è solo inefficace: è ingiusta. Chi imparerà davvero a pensare? Chi cresce in contesti ricchi di stimoli. Gli altri restano prigionieri della ripetizione

La scuola dell’Alert, che non insegna a studiare, non è solo inefficace: è ingiusta. Chi imparerà davvero a pensare? Chi cresce in contesti ricchi di stimoli. Gli altri restano prigionieri della ripetizione. Così la scuola conserva l’esistente: trasforma disuguaglianze sociali in disuguaglianze scolastiche.

Forse è il momento di archiviare il metodo Alert. Una scuola orientata alle competenze deve essere un laboratorio metacognitivo dove si sperimenta, si riflette, si impara dagli errori. Richiede tempo riorganizzato, meno rigidità disciplinare, un ripensamento profondo. Perché nessun apprendimento è autentico senza consapevolezza di come si impara. “Imparare a imparare” non è un obiettivo in più: è la condizione di ogni altro apprendimento.

E il compito della scuola è questo: non tenere i ragazzi e le ragazze in silenzio, ma aiutarli ed aiutarle a dare voce alla propria intelligenza. Il resto è manutenzione dell’ordine, non educazione.

Gianmarco Proietti è docente di matematica e fisica in un liceo, papà di Gabriele (V primaria) e Irene (II classico), dal 2018 al 2021 è stato assessore all’istruzione a Latina. In apertura, foto di Daiano Cristini/Sintesi 

Vuoi fare un regalo?

Abbiamo creato apposta le gift card! A Natale regala l’abbonamento a VITA, regala 1 anno di contenuti e informazione. Scegli il tipo di abbonamento, ottieni il codice e giralo a una persona a cui tieni. 


La rivista dell’innovazione sociale.

Abbònati a VITA per leggere il magazine e accedere a contenuti
e funzionalità esclusive