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La transizione energetica? Credibile solo se diventa un progetto di giustizia sociale

Non si tratta solo di ridurre le emissioni: si tratta di ridurre le distanze, di colmare i divari, di costruire un sistema energetico che non lasci indietro nessuno. In un mondo segnato da rischi crescenti, instabilità geopolitica e accelerazione climatica, il futuro dell’energia appartiene a chi saprà integrare produzione pulita, reti intelligenti, dati, accumuli, cooperazione e giustizia sociale

di Giuseppe Milano

In tanti lo ricorderanno. Per anni, Papa Francesco ha ripetuto che stiamo già vivendo una “Terza guerra mondiale a pezzi”. Oggi, purtroppo, non è più un’immagine retorica: secondo i 1.300 esperti consultati dal World Economic Forum – le cui evidenze sono confluite nel Global Risks Report 2026 il 50% prevede un mondo “turbolento o burrascoso” entro i prossimi due anni, percentuale che sale al 57% guardando al decennio successivo, mentre solo l’1% immagina un futuro “calmo”.

Un futuro di conflitti geoeconomici

Il rischio più probabile nel breve periodo è il conflitto geoeconomico (18%), seguito dai conflitti armati tra Stati (14%). In dettaglio, il 68% degli esperti descrive il prossimo decennio come un tempo “multipolare e frammentato”, segnato da rivalità crescenti e cooperazione in declino. È dentro questo scenario di instabilità diffusa, dunque, che si muove la transizione energetica globale: non in un mondo stabile, ma in un mondo che si surriscalda, si divide, si polarizza.

A confermare questa traiettoria è anche il rapporto congiunto Wmo–Irena “Climate-driven Global Renewable Energy Resources and Energy Demand 2024” che registra il 2024 come l’anno più caldo mai osservato, con un’anomalia di +1,55° C rispetto all’era preindustriale. Questo dato, però, non è più ormai un semplice indicatore climatico: è un nuovo vincolo operativo per i sistemi energetici.

La crisi climatica e il mix elettrico

Le ondate di calore in Asia meridionale hanno spinto la domanda di raffrescamento oltre il +15% rispetto ai valori storici. La sicurezza energetica, perciò, non dipende più solo dalla capacità installata, ma dalla capacità del sistema di adattarsi a condizioni climatiche estreme e imprevedibili. La transizione non è più un esercizio di pianificazione lineare: è un processo di adattamento continuo, che richiede sistemi flessibili, intelligenti, interconnessi.

L’Europa è un laboratorio avanzato di questa tensione tra opportunità e fragilità. Nel secondo trimestre del 2025, le rinnovabili hanno coperto il 52% del mix elettrico dell’Unione, con 301 TWh prodotti. Il fotovoltaico ha segnato un record storico con 98 TWh (+20% rispetto al 2024), mentre l’idroelettrico è sceso del 17%, confermando la sua vulnerabilità ai regimi pluviometrici. L’eolico ha mostrato un andamento disomogeneo, con un lieve aumento dell’onshore (+3%) e un calo dell’offshore (–6%). Il dato più rivelatore della metamorfosi in atto, però, riguarda la rete: ad aprile 2025 si sono registrate 1.836 ore di prezzi negativi, a maggio 2.177, con la Svezia come Paese più esposto a questo fenomeno.

Non è un dettaglio tecnico: è la prova che la rete europea non riesce ancora a trasmettere, assorbire e valorizzare tutta l’energia rinnovabile disponibile. La flessibilità del sistema cresce più lentamente della capacità installata. Il risultato è un sistema che oscilla tra surplus e deficit, tra abbondanza e carenza, tra prezzi negativi e picchi di domanda.

La nuova infrastruttura energetica sarà digitale

Ed è qui che emerge la dimensione più innovativa e propositiva: il digitale come nuova infrastruttura dell’energia. Smart meter, sensori IoT, piattaforme di mercato e modelli meteorologici generano ogni secondo flussi continui di dati. L’analisi avanzata di questi big-data, combinata con l’intelligenza artificiale, permette di prevedere domanda e produzione, ottimizzare accumuli e risorse flessibili, individuare guasti imminenti, gestire reti complesse con generazione distribuita e integrare previsioni climatiche stagionali nei processi decisionali.

Le smart grid non sono semplicemente reti “intelligenti”: sono reti multidirezionali, capaci di trasformare la variabilità rinnovabile in una risorsa e non in un problema. La dorsale digitale è ciò che consente di passare da un sistema rigido a un sistema adattivo, da un’infrastruttura lineare a un ecosistema dinamico. È la condizione per una transizione che non si limiti a produrre energia pulita, ma che sappia governarla, distribuirla, modularla, anticiparla. In questo quadro, proprio i Paesi nordici offrono un esempio concreto di come resilienza e decarbonizzazione possano procedere insieme.

Servono mix complementari

Svezia, Norvegia, Finlandia e Danimarca hanno costruito uno dei sistemi energetici più affidabili al mondo grazie a un mix complementare (idroelettrico dispacciabile, eolico variabile, nucleare e bioenergia per la stabilità stagionale), a interconnessioni robuste, a mercati day‑ahead, intraday e di bilanciamento profondamente integrati e a una cooperazione regionale reale, basata su codici di rete armonizzati e pianificazione coordinata.

Non è un modello replicabile meccanicamente, ma è una proposta che dimostra una verità fondamentale: la resilienza non è una proprietà delle singole tecnologie, ma dell’architettura complessiva del sistema. E soprattutto dimostra che la cooperazione, quando è reale e operativa, può superare differenze geografiche, infrastrutturali e normative. Da tutto questo emerge una direzione chiara.

La transizione energetica non può più essere pensata come una semplice sostituzione di tecnologie: deve diventare un progetto di resilienza infrastrutturale, fondato su flessibilità, digitalizzazione, cooperazione e integrazione territoriale. Significa costruire reti capaci di assorbire surplus e gestire picchi, sistemi di accumulo trattati come infrastrutture critiche, mercati che valorizzano la flessibilità, piattaforme digitali che permettono di anticipare gli shock climatici e operare in tempo reale e, soprattutto, una governance che superi la frammentazione e riconosca che l’energia è un bene comune europeo

Questa architettura, tuttavia, non può essere solo tecnica. La transizione energetica sarà credibile solo se saprà diventare anche un progetto di giustizia sociale. Le disuguaglianze territoriali, economiche e infrastrutturali non sono un rumore di fondo: sono la sostanza del problema. Le comunità più vulnerabili sono quelle più esposte agli shock climatici, ai blackout, ai rincari energetici, alla precarietà dei servizi essenziali. Per questo la resilienza non può essere pensata dall’alto: deve essere costruita dal basso, nelle città, nei quartieri, nei territori che ogni giorno sperimentano in modo concreto gli effetti della crisi climatica e della fragilità energetica. Le città, con la loro capacità di innovazione sociale, di prossimità, di governance multilivello, possono diventare i primi promotori di pace, di sicurezza, di cittadinanza energetica, di benessere diffuso.

La transizione energetica, se vuole essere davvero trasformativa, deve diventare un progetto democratico: accesso equo all’energia, qualità dell’aria, mobilità sostenibile, servizi digitali, infrastrutture resilienti, opportunità economiche distribuite. Non si tratta solo di ridurre le emissioni: si tratta di ridurre le distanze, di colmare i divari, di costruire un sistema energetico che non lasci indietro nessuno. In un mondo segnato da rischi crescenti, instabilità geopolitica e accelerazione climatica, il futuro dell’energia appartiene a chi saprà integrare produzione pulita, reti intelligenti, dati, accumuli, cooperazione e giustizia sociale. Non come elementi separati, ma come parti dell’unica architettura della dignità umana, capace di proteggere territori, economie e comunità in un’epoca in cui la complessità non è più un’eccezione, ma la norma.

Nell’immagine in apertura impianti eolici – photo by Filipe Resmini on Unsplash

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