Idee Il racconto

Le persone con disabilità possono anche essere antipatiche: la vera inclusione non è finzione da mettere in vetrina

Preparando la lista degli invitati per una festa di compleanno, il figlio dice: «Lei no, non la voglio invitare. Mi sta antipatica». È una compagna con disabilità. Matteo, il padre, si arrabbia. Per lui quell’esclusione è una sconfitta. Ma si accorge anche di qualcosa di più profondo: imporre quell’invito significa insegnare che una persona con disabilità non può mai essere antipatica. Che va accettata per dovere, non per relazione

di Giovanni Ferrero

Matteo è uno studente come tanti. Frequenta la seconda superiore in una città né abbastanza grande da perdersi nell’anonimato, né così piccola da conoscere tutti. Una città che ama definirsi inclusiva, dove parole come diritti, uguaglianza, opportunità circolano con naturalezza. Matteo le ascolta a scuola, le sente ripetere dagli insegnanti. E le respira anche a casa.

Il padre lavora in un’azienda che produce beni per la casa. Una sera, a cena, racconta con orgoglio di essere stato invitato a ritirare un premio: la sua azienda è stata riconosciuta come una delle più virtuose per le politiche di inclusione. Parla del gruppo diversity, dei percorsi formativi, delle iniziative messe in campo. Ci tiene a raccontarlo a Matteo: sta crescendo, studia scienze umane, è importante che questi temi facciano parte del suo bagaglio.

La madre annuisce. Racconta di aver incrociato, quella stessa mattina, sul bus, un ragazzo in carrozzina. Era solo, chiacchierava, rideva. Si è stupita, si è detta ammirata. Poi, spinta dalla curiosità, ha iniziato a fare domande. Troppe. Fino a chiedere cosa gli fosse successo. La risposta è arrivata secca: «Se vuole sapere qualcosa, chieda a lui. È in carrozzina, non incapace di rispondere». A tavola la madre minimizza. Forse era una giornata storta. Il padre conclude che «non deve essere facile per loro». Matteo ascolta. E collega tutto a ciò che vive ogni giorno a scuola.

Nella sua classe c’è un compagno con disabilità. Uno ragazzo in carrozzina, con una grave difficoltà motoria e un lieve ritardo cognitivo. Arriva accompagnato da un assistente, è seguito da un insegnante di sostegno. Dopo l’appello, spesso viene portato in un’altra aula. Negli intervalli, però, Matteo e gli altri cercano di coinvolgerlo: una partita, una battuta, una foto insieme. A volte è spontaneità, altre volte è senso del dovere. In fondo, pensano, questa è l’inclusione.

Quel compagno diventa presto una presenza simbolica. Sempre invitato alle feste, sempre in prima fila quando arrivano le autorità, spesso protagonista di video e progetti promozionali. La “star dell’inclusione”. Tutti gli vogliono bene. Ma nessuno immagina davvero un futuro insieme a lui.

Alla maturità, i suoi genitori chiedono che non venga diplomato. Temono il dopo: il lavoro, l’autonomia, la vita fuori dalla scuola. Pensano a un centro diurno. La scuola accetta. Matteo conserva ricordi teneri, sorrisi, momenti condivisi. È convinto di aver imparato che «anche le persone con disabilità possono avere una vita simile alla nostra, se aiutate». Senza accorgersene, però, interiorizza un’idea precisa: disabilità come bisogno costante di assistenza, come condizione da proteggere, da gestire, da esporre.

Senza accorgersene, però, interiorizza un’idea precisa: disabilità come bisogno costante di assistenza, come condizione da proteggere, da gestire, da esporre

All’università, di persone con disabilità non ne incontra più. Non se ne stupisce. Alle superiori aveva imparato che la scuola dell’obbligo, in Italia, è garantita a tutti. Ma l’università è un’altra cosa: serve a costruirsi una professione, a sviluppare un talento. Non gli viene nemmeno in mente che quel percorso possa riguardare anche loro. Pensa che siano già “seguiti” altrove, che lo Stato se ne occupi con tutele, assistenza, centri dedicati. E di questo, in fondo, è fiero. Vive in un Paese che,pensa, non si gira dall’altra parte.

Ogni tanto, passeggiando in città o in un centro commerciale con la fidanzata, vede persone con disabilità e ripensa al compagno delle superiori. Se lo immagina in un posto adatto, nel luogo giusto per lui. Quando sui social o in televisione ascolta storie di disabilità, si commuove. Le legge come storie di resilienza, di eroismo. Supereroi. Dopo la laurea, Matteo entra in un’azienda che ha attivato un programma di Diversity & Inclusion. Partecipa con entusiasmo. Racconta la sua esperienza scolastica, propone incontri di sensibilizzazione, invita persone con disabilità a parlare ai colleghi. È soddisfatto: sente di fare la sua parte. Ma continua a guardare dall’esterno. Non costruisce relazioni, porta testimonianze. Non coinvolge davvero: espone.

Con il tempo, decide di impegnarsi nella comunità. Si candida prima in circoscrizione, poi in Comune. Da politico partecipa a inaugurazioni, eventi culturali, conferenze stampa. Ed è qui che la finta inclusione diventa sistema.

L’ingresso gratuito ai musei per le persone con disabilità viene celebrato come grande conquista. Biglietto gratis, sì. Ma spesso senza mappe tattili, senza audiodescrizioni, senza sottotitoli nei video, con didascalie illeggibili. C’è una rampa per entrare, ma oltre quella, nulla. Alle conferenze, Matteo si assicura che ci sia sempre un interprete della lingua dei segni (Lis) sul palco. Fa notizia, funziona nelle foto, aumenta i like. Peccato che la maggioranza delle persone sorde e ipoudenti non usi solo la Lis come unica forma di comunicazione, e che i sottotitoli sarebbero molto più utili anche per persone anziane, stranieri. Ma l’immagine conta più dell’efficacia.

Così Matteo inaugura musei con una sola rampa, posa davanti a bar che danno lavoro a persone con disabilità ma hanno un gradino all’ingresso o un bagno inaccessibile, applaude eventi “inclusivi” che includono solo in superficie. Nel racconto ufficiale basta poco: un gesto simbolico, un interprete, una gratuità. Inclusione raggiunta. Nel frattempo incontra associazioni, persone con disabilità, portavoce autorevoli. Ascolta, applaude, ripete le loro parole nei discorsi. Ma non approfondisce. Non mette mai in discussione ciò che sente, non cerca pluralità di sguardi. Come se la disabilità non avesse bisogno di analisi, confronto, complessità. Diventa una materia da slogan. Un post in più. Una foto in più.

Poi Matteo diventa padre. Racconta ai figli del compagno in carrozzina «a cui tutti volevano bene». Lo usa come esempio positivo. Un giorno, preparando la lista degli invitati per una festa di compleanno, il figlio dice: «Lei no, non la voglio invitare. Mi sta antipatica». È una compagna con disabilità. Matteo si arrabbia. Per lui quell’esclusione è una sconfitta. Ma si accorge anche di qualcosa di più profondo: imporre quell’invito significa insegnare che una persona con disabilità non può mai essere antipatica. Che va accettata per dovere, non per relazione.

È lì che la storia si biforca. Nel finale più comune, il figlio crescerà come lui: convinto di essere inclusivo, ma spettatore di una rappresentazione. Nell’altro, più raro, Matteo si ferma. E capisce che l’inclusione vera non è obbligo, né vetrina. È riconoscere l’altro come persona, anche quando non ci piace.

E noi? Quanto siamo disposti a fermare questa catena di finta inclusione? Studenti, genitori, lavoratori, politici. Forse il primo passo è smettere di accontentarci delle immagini giuste e iniziare a fare domande scomode. Guardare meno la vetrina, e molto di più la realtà.

Foto di Alexander Grey su Unsplash

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