Idee Sovranismi
L’Ucraina stretta tra le bombe di Putin e l’ostilità di Orban (e Trump sempre dalla parte sbagliata)
Viktor Orbán ha definito l'Ucraina un "Paese nemico" dell'Ungheria. L'accusa si basa sulla veemenza con cui Kyiv chiede all'Ue di interrompere l'acquisto di idrocarburi russi. In aprile gli ungheresi saranno chiamati alle urne per eleggere il nuovo parlamento e Orbán, in difficoltà con i sondaggi, usa il patriottismo anti-ucraino per distogliere l'attenzione dai fallimenti del suo Governo. Ma Donald Trump ha espresso il suo completo sostegno a Orbán per la rielezione a Primo Ministro
Nei giorni scorsi Viktor Orban, durante un comizio elettorale, ha accusato l’Ucraina di essere un Paese nemico dell’Ungheria. La colpa del governo di Kyiv sarebbe quella di insistere con veemenza che l’intera Unione Europea interrompa tutti gli acquisti di idrocarburi dalla Federazione Russa di cui Budapest è un affezionato e vorace cliente.
Va sottolineato che a fine gennaio il Consiglio dell’Ue ha adottato il regolamento che mette fine all’importazione di gas russo, sia liquefatto che via gasdotto, entro l’autunno del 2027 e che la Commissione, entro la fine dello stesso anno, intende proporre un provvedimento analogo anche per quanto riguarda le forniture di petrolio. È un dato di fatto che i diciannove pacchetti di sanzioni contro la Russia adottati fino ad oggi dall’Europa non hanno inceppato, anche se hanno rallentato, la macchina da guerra di Mosca, ma è paradossale che dall’inizio dell’aggressione all’Ucraina questa macchina continui a funzionare anche grazie ai milioni di euro che le autorità russe incassano vendendoci ancora gas e petrolio.
Buona parte del fabbisogno energetico dell’Ungheria dipende dalla Russia; nonostante gli appelli di Bruxelles e in controtendenza con gli altri Paesi europei Budapest non ha diversificato i fornitori. Il primo ministro ungherese, non solo si è scagliato contro il governo di Kyiv ma ha deciso anche di impugnare le misure adottate dal Consiglio facendo ricorso alla Corte di Giustizia europea. L’Ucraina, così, si trova a fronteggiare da una parte, sul piano militare, la superpotenza russa e dall’altra, sul piano politico, l’ostilità rabbiosa dell’Ungheria. Da più di due anni Orban tiene in scacco i Paesi membri opponendosi ostinatamente a qualsiasi ipotesi di adesione dell’Ucraina all’Ue.
In aprile gli ungheresi saranno chiamati alle urne per eleggere il nuovo parlamento. I sondaggi mostrano un primo ministro in grande difficoltà. Quella del patriottismo anti-ucraino appare come la carta della disperazione da giocare per risollevare le sorti di una campagna elettorale in salita, i regimi sovranisti si nutrono e si radicano nella “cultura del nemico” che tradizionalmente raccatta voti facendo leva su paure spesso infondate o create ad arte nell’opinione pubblica. Trasformare l’Ucraina in minaccia esistenziale per l’Ungheria è l’operazione in corso, confezionata da Viktor Orban, per coprire e distogliere l’attenzione dai fallimenti del suo governo.
Al dramma si aggiunge la beffa. Non bastano i droni e i missili russi che piovono quotidianamente su Kyiv e le altre città seminando morte, oscurità, gelo e distruzione, ora all’Ucraina tocca anche la parte del cattivo per avere legittimamente e coerentemente invocato la solidarietà concreta dell’Europa con l’adozione di misure efficaci finalizzate all’indebolimento del Paese aggressore. Ma mentre a Bruxelles ci si interroga da tempo su come neutralizzare o circoscrivere Orban sull’altra sponda dell’Atlantico non si perde tempo rompendo ogni indugio nella direzione opposta. “Viktor Orbán è un vero amico, combattente e vincitore, e ha il mio completo e totale sostegno per la rielezione a Primo Ministro dell’Ungheria”, si legge in un messaggio che Donald Trump ha postato sulla sua rete social la scorsa settimana. Lo stesso tycoon in più occasioni, in precedenza, non ha lesinato di manifestare la sua ammirazione per Vladimir Putin sottolineandone, a suo dire, la volontà di giungere a un accordo di pace.
L’unico, in questo contesto, a ricevere continue bacchettare dall’inquilino della Casa Bianca è Volodymyr Zelensky, reo solo di resistere per ottenere per l’Ucraina una pace giusta, duratura e dignitosa. Ma quello che conta, ormai, nelle relazioni internazionali americane non sono le alleanze storiche o la condivisione dei principi su cui poggiano le democrazie. L’autorevole rivista di geopolitica Foreign Affairs ha definito il nuovo corso una “egemonia predatoria” per marcare l’approccio mercantilista-immobiliarista impresso da Donald Trump. Gli Usa stanno dalla parte di chi offre di più. Oltre all’accordo sullo sfruttamento delle risorse minerarie dell’aprile scorso Kyiv offre a Washington anche il “Prosperity Plan”, ovvero il piano di ricostruzione post-bellica dell’Ucraina che vale 800 miliardi di dollari. Dall’altra parte Kiril Dmitriev, il negoziatore di Mosca, in un recente incontro avrebbe messo sul piatto della bilancia un pacchetto di accordi di cooperazione economica tra Russia e Stati Uniti per dodici trilioni di dollari. Sembra “Lascia o raddoppia” o un gioco da tavolo simile. Ma non è finzione; purtroppo è la realtà.
Foto di apertura: il presidente Donald Trump stringe la mano al primo ministro ungherese Viktor Orban, a sinistra, durante una cerimonia di firma relativa alla sua iniziativa Board of Peace in occasione dell’incontro annuale del World Economic Forum a Davos, Svizzera, giovedì 22 gennaio 2026. (AP Photo/Markus Schreiber/LaPresse)
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