Idee Dal dire al fare
Meno parole, più azioni: le persone con disabilità non si includono col dizionario
Le parole formano i pensieri, e i pensieri diventano azioni. Ma spesso, nelle persone adulte, accade anche il contrario: sono le azioni a rieducare il linguaggio. Per questo, nelle aziende, nelle scuole, nelle istituzioni, dovremmo forse insistere di più sulle pratiche, sui gesti, sui comportamenti inclusivi. La disabilità ha bisogno di storie replicabili, non di regole grammaticali
Insistere sul “giusto lessico”, sul politicamente corretto, rischia a volte di creare nuove divisioni nella società: da una parte chi è più colto, aggiornato, capace di usare i termini corretti sulla disabilità; dall’altra chi, magari più adulto o meno formato, fa fatica a cambiare un linguaggio che usa da una vita.
E così finiamo per costruire nuove barriere, proprio mentre diciamo di volerle abbattere.
Perché cambiare linguaggio, da adulti, è difficile. Il cervello lavora per automatismi: quello che per anni abbiamo ripetuto diventa un’abitudine, e cambiare un’abitudine richiede tempo, pratica, esposizione. Non è solo una questione di memoria, ma di ritmo di vita: in una società veloce, che pretende risposte immediate, non c’è tempo per elaborare quel processo mentale che porta dal “dire” al “pensare” e poi al “fare”. E allora rischiamo che la pretesa di usare sempre il termine giusto diventi un muro che allontana chi, pur con parole imprecise, ha l’atteggiamento giusto. Chi prova rispetto, accoglienza, curiosità — ma si sente giudicato perché non sa ancora dire “persona con disabilità” invece di “portatore di handicap”.
Certo, le parole formano i pensieri, e i pensieri diventano azioni. Ma spesso, nelle persone adulte, accade anche il contrario: sono le azioni a rieducare il linguaggio. Per questo, nelle aziende, nelle scuole, nelle istituzioni, dovremmo forse insistere di più sulle pratiche, sui gesti, sui comportamenti inclusivi. Un imprenditore che decide di riprogettare un servizio o un prodotto per renderlo accessibile anche ai clienti con disabilità, imparerà naturalmente il linguaggio giusto. Perché nel momento in cui si confronta con la realtà, con le persone, con i bisogni concreti, capisce da solo che non sta parlando di “disabili” ma di clienti con disabilità, di persone con disabilità. È l’azione che genera consapevolezza, e dalla consapevolezza nasce il linguaggio corretto.
È un po’ come ciò che è accaduto all’Università di Trento, che nel 2024 ha scelto di riscrivere il proprio regolamento al femminile sovraesteso, declinando tutti i titoli e le cariche — rettrice, professoressa, assessora — indipendentemente dal genere di chi li ricopre. Una scelta simbolica, pensata per dare visibilità alle donne e sottolineare il valore del linguaggio inclusivo. Eppure, nella realtà, il presidente del Consiglio di Amministrazione e il rettore attuali sono entrambi uomini. Un paradosso che mostra bene come le parole possano correre più veloci dei fatti: cambiare il linguaggio è importante, ma se non si accompagna a un cambiamento reale di cultura e rappresentanza, rischia di restare solo un gesto formale.
Al contrario, l’Università di Torino, che non ha riscritto i regolamenti al femminile, ha oggi una Rettrice donna, a dimostrazione che la sostanza può arrivare anche prima della forma.
Negli ultimi anni si parla molto di abilismo, un termine che indica le discriminazioni — spesso inconsapevoli — verso le persone con disabilità.
Un concetto utile, se serve a far emergere pregiudizi, ma rischioso se diventa solo una categoria accusatoria o accademica. Perché, mentre si scrivono saggi e manuali sul linguaggio corretto, pochi scrivono libri sulle buone pratiche, su ciò che funziona davvero: imprenditori che innovano, insegnanti che sperimentano, enti pubblici che riprogettano servizi e spazi in modo inclusivo.
Queste dovrebbero essere le “parole da studiare”: le esperienze, non solo i termini. Meno accademia, più pragmatismo. La disabilità ha bisogno di storie replicabili, non di regole grammaticali.
È proprio su questo equilibrio che nasce il Premio Giornalistico Paolo Osiride Ferrero: per riconoscere chi racconta la disabilità con rispetto, ma soprattutto con sguardo autentico. Perché non basta dire “persona con disabilità” se poi il racconto si ferma alla commozione o allo stupore per azioni quotidiane che diventano “straordinarie” solo perché fatte da una persona in carrozzina.
L’obiettivo non è cambiare solo le parole, ma cambiare gli occhi con cui si guarda la disabilità — quelli che trasformano la persona in notizia invece che in cittadina, lavoratrice, atleta, cliente, amica. Solo quando cambieremo il modo di guardare, anche le parole troveranno il loro giusto posto.
Foto di Alireza Attari su Unsplash
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