Idee I migranti e noi
Mille persone disperse nel Mediterraneo? Una notizia da scrollare sui social. Così gli algoritmi diventiamo noi
Il punto non è solo morale. È antropologico. Quando la nostra reazione di fronte a una strage di questa portata è il silenzio, quando lasciamo che centinaia di morti scivolino via nell'indifferenza in due settimane, stiamo perdendo la nostra capacità più umana: quella di riconoscerci negli altri. Diventiamo, letteralmente, algoritmi. Processori di informazioni che catalogano, archiviano, passano oltre
Metà gennaio, ciclone Harry, Mediterraneo centrale. Barche partite dalla Tunisia tra il 14 e il 21 gennaio che non sono mai arrivate. Testimonianze di familiari disperati. Un unico sopravvissuto ripescato che racconta di 50 persone scomparse. Due gemelline di pochi mesi annegate. Corpi recuperati qua e là. E poi il nulla. La Guardia Costiera italiana parla di 380 dispersi. Le ong, incrociando testimonianze e monitoraggi delle partenze, arrivano a stimare mille morti. Due settimane dopo, di questa tragedia non parla più nessuno. Il problema non è stabilire il numero esatto. Il problema è che non ci interessa. Non interessa alla politica, che non ha attivato operazioni di ricerca e soccorso straordinarie. Non interessa ai media, che hanno dedicato più spazio ai danni del ciclone in Sicilia che ai naufragi in mare aperto. E non interessa nemmeno a noi, opinione pubblica, che abbiamo scrollato la notizia come si scrolla qualsiasi altra cosa.
E questo, più dei numeri, ci dovrebbe fare male. Ryszard Kapuściński, che ha passato una vita a raccontare le periferie del mondo, lo sapeva bene: «Per conoscere gli altri bisogna prima di tutto guardarli, e poi ascoltarli». Ma noi non guardiamo più. Abbiamo smesso di ascoltare. Centinaia, forse mille persone sono diventate un’incertezza statistica, un problema di conteggio, una questione tecnica da archiviare. Non nomi. Non storie. Non vite.
Il punto non è solo morale. È antropologico. Quando la nostra reazione di fronte a una strage di questa portata è il silenzio, quando lasciamo che centinaia di morti scivolino via nell’indifferenza in due settimane, stiamo perdendo la nostra capacità più umana: quella di riconoscerci negli altri. Diventiamo, letteralmente, algoritmi. Processori di informazioni che catalogano, archiviano, passano oltre. Senza emozione, senza rabbia, senza quella sana capacità di immedesimazione che ci rende comunità.

È qui che torna in mente l’insegnamento di Riccardo Bonacina, fondatore di questo giornale. Lui ci ha insegnato che il giornalismo sociale deve essere «rispettoso delle persone, senza scadere in moralismi o pietismi», ma soprattutto che raccontare significa prima di tutto incontrare. Non si può raccontare senza guardare negli occhi, senza ascoltare le voci, senza toccare con mano le esistenze. «VITA si chiama così perché racconta la vita, così com’è», diceva. E la vita, quella vera, non è mai un numero incerto. È sempre una storia.
Ecco cosa manca nel silenzio su questa tragedia: le storie. Chi erano quelle persone? Da dove partivano? Quali sogni portavano con sé? Chi li aspettava dall’altra parte del mare? Chi li piange ora? Non lo sappiamo, perché non in fondo non ci interesse. Le vite di chi muore in mare sono tutte uguali agli occhi dell’algoritmo.
Le vite di chi muore in mare sono tutte uguali agli occhi dell’algoritmo
Abbiamo costruito narrazioni che trasformano le vittime in minacce, i naufraghi in numeri incerti, le tragedie in routine da non disturbare. Il ministro Matteo Piantedosi ha parlato di «grande successo» perché gli arrivi sono calati. Ma come sono calati? Sono calati perché centinaia di persone sono morte in mare durante una tempesta e nessuno è andato a cercarle. E noi, come comunità, abbiamo accettato questo silenzio. Lo abbiamo metabolizzato in due settimane.
Quando smettiamo di sentire, quando accettiamo che esistano vite che contano e vite che no, quando la nostra reazione di fronte a una possibile strage di mille persone è passare oltre in quattordici giorni, stiamo accettando una deriva dalla quale non si torna indietro facilmente.
Dobbiamo riprenderci il diritto di arrabbiarci. Di indignarci. Di lasciar entrare l’emozione, anche quando fa male, anche quando sarebbe più comodo guardare altrove. Come scriveva ancora Kapuściński: «L’altro è uno specchio nel quale ci guardiamo e da cui apprendiamo chi siamo». Se in quello specchio vediamo centinaia, forse mille persone annegate e non proviamo nulla, se dopo due settimane non ne parliamo più, cosa dice questo di noi?
Le storie delle persone sono tutto ciò che abbiamo per combattere l’astrazione. Per restituire volto, voce, dignità a chi viene ridotto a incertezza statistica. Ogni storia è un atto di resistenza contro l’oblio, contro la narrazione che vorrebbe farci credere che alcune morti sono inevitabili, o peggio, che sono un «successo» perché significano meno arrivi. Parlarne non risolve il problema, è vero. Ma il silenzio lo aggrava, lo normalizza, lo rende accettabile. Ogni giorno che passa senza che se ne parli è un giorno in cui queste centinaia di morti – 380, mille, non lo sapremo mai probabilmente – scivolano un po’ più nell’oblio. E con loro scivola la nostra umanità.
Dobbiamo svegliarci. Tenere aperta la porta all’emozione, alla rabbia, all’immedesimazione. Rifiutare la logica algoritmica che ci vuole freddi, distaccati, capaci di passare oltre. Perché quella non è razionalità: è disumanità. E ci sta trasformando in qualcosa che non vogliamo essere.
Foto La Presse: Milano, manifestazione in ricordo dei migranti morti nel Mediterraneo (anno 2018)
17 centesimi al giorno sono troppi?
Poco più di un euro a settimana, un caffè al bar o forse meno. 60 euro l’anno per tutti i contenuti di VITA, gli articoli online senza pubblicità, i magazine, le newsletter, i podcast, le infografiche e i libri digitali. Ma soprattutto per aiutarci a raccontare il sociale con sempre maggiore forza e incisività.

