Idee Innovazione sociale

Welfare e cultura: un’alleanza politica che cambia il modo di “prendersi cura”

Il valore terapeutico e preventivo dell’arte è stato riconosciuto da un protocollo d’intesa tra i ministeri della Cultura e della Salute. La prescrizione sociale segna una svolta: al centro non ci sono più soltanto uffici o sportelli, ma luoghi “altri”, anche quotidiani, come biblioteche, aziende, bar, stazioni, parchi, musei. Luoghi di vita che possono tradursi in occasioni di ascolto e cura

di Annalisa Percoco

Il valore terapeutico e preventivo dell’arte e, in generale, della cultura viene riconosciuto nel protocollo d’intesa tra ministero della Cultura e ministero della Salute per la promozione della prescrizione sociale (e culturale), approvato in Conferenza Stato-Regioni qualche giorno fa. Validare il potenziale del welfare culturale rappresenta un atto politico assai significativo, non neutro, significa ammettere alla cultura la capacità di determinare e coltivare esistenze più autentiche e mondi personali meno fragili.

La strada dell’innovazione sociale

Lo sconfinamento del welfare dalla dimensione sociale in senso stresso a quella culturale, questo suo allearsi con altre risorse è vera innovazione sociale, è scelta di cambiare le cose e di agire sulle cause che generano le fragilità, provando a costruire e sperimentare nuove risposte all’altezza delle complessità attuali. Lo scenario in cui prendono forma le vulnerabilità (sociali, economiche, culturali, educative e territoriali) è in costante mutamento, i luoghi si trasformano continuamente come effetto di dinamiche economiche, socioculturali e ambientali che agiscono non sempre e non solo su scala locale; vulnerabilità che impattano sempre più spesso su nuove fasce della popolazione.

Abitare i nuovi luoghi per intercettare i desideri

Ecco, in simili condizioni, non è più sufficiente che il welfare intervenga solo dove “manca qualcosa” o dopo che si sia manifestato il disagio: bisogna riuscire a intercettare desideri, aspirazioni e potenzialità delle persone. In questo senso, occorre pensare a un sistema inclusivo e anticipatorio, capace di generare opportunità e non solo risposte. Per farlo, bisogna superare le logiche settoriali, passare dalla rete al paesaggio sociale e parlare di infrastrutture sociali. Serve, cioè, “abitare” nuovi luoghi del welfare. Non più soltanto uffici o sportelli, ma luoghi “altri”, anche quotidiani, come biblioteche, aziende, bar, stazioni, parchi, musei: luoghi di vita che possono tradursi in occasioni di ascolto e cura. Questi luoghi hanno una valenza generativa quando interpretati come dimensione geografica in cui si attivano processi che tentano di dare risposte ai bisogni sociali emergenti in maniera più efficace e giusta, in una fitta rete di connessioni tra cittadini, istituzioni, operatori privati.

Il benessere è fatto da un paesaggio condiviso

È in questo senso che possiamo ribadire che il benessere non è tanto un fatto privato, quanto, piuttosto, un paesaggio condiviso, immagine di una fitta trama di relazioni vive, e che la nostra condizione di salute è esito di un equilibrio collettivo. Il welfare di cui i nostri ecosistemi oggi hanno sempre più bisogno deve, allora, innanzitutto curare e custodire relazioni. Si custodisce qualcosa perché è fragile sì, ma anche e soprattutto perché ha valore: quest’azione non è accessoria, ma necessaria alla crescita e allo sviluppo, è un gesto politico. Allo stesso tempo, deve attivare risorse. Ecco allora il potenziale strategico del welfare culturale: si fa attivatore, dalla mancanza (di risorse, di integrazione, di rete ecc.) al potenziale, per capacitare il potenziale dei territori fragili ma di valore, – le aree interne (penso alla mia Basilicata) -, così come delle persone curate dai servizi di welfare. Prendersi cura perché qualcosa possa accadere e attivarsi, coltivare la comunità e tenere insieme speranza (la rigenerazione, la riabilitazione) e realtà (la vulnerabilità).

Le relazioni accoglienti

La prescrizione sociale sembra far emergere un’idea di relazione di cura collettiva al servizio delle persone rivolta, in primis, agli operatori sociali, sanitari, ai cittadini, ai caregivers e a coloro che si mettono al servizio della propria comunità in varia forma. Si tratta di una prescrizione non intesa in senso medico, ma di sostegno e accompagnamento in una relazione accogliente, motivante e abilitante, proponendo un investimento sulla motivazione, sulle competenze e sulla volontà e predisposizione a prendersi cura di sé stessi e degli altri.

Un investimento sulle persone e sul diritto alla salute (e alla cultura), sulla dimensione umana, sulla capacità di far fiorire le persone grazie a “pratiche sociali”, aiutandole a stare meglio (e meno sole), a guarire nell’animo, prima ancora che sul piano fisico.

Il Protocollo sulla prescrizione sociale sancisce un investimento chiaro sul creare e curare connessioni per attivare reti di collaborazione e ci ricorda che la cura, quando è autentica, è sempre una storia da scrivere insieme, una finestra che si apre per immaginare nuovi scenari e far entrare aria nuova.

La nuova narrazione dell’arte nel welfare

L’arte nel welfare apre una nuova narrazione e produce un effetto politico, perché ricostruisce legami dove c’è distanza, crea comunità dove c’è silenzio e solitudine, rompe la logica della prestazione e apre quella della possibilità. Il welfare culturale ci educa ad abitare “non case ma città” (come disse Giorgio La Pira, sindaco di Firenze, nel 1954, in occasione della consegna delle chiavi agli assegnatari dei primi 5.500 vani costruiti nella città “satellite” di Firenze sulle Rive dell’Arno, nda), non luoghi in cui vivere in solitudine, ma spazi in cui ognuno di noi possa realizzarsi appieno nella relazione con gli altri.

Annalisa Percoco è ricercatrice senior di Fondazione Eni Enrico Mattei

In apertura photo by Ali AOUF on Unsplash

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