Idee Due tragedie nell'indifferenza
Niscemi e i mille migranti dispersi: non è colpa del mare
Da tanto tempo in questo Paese non si attuano politiche pubbliche che abbiano la dignità e il benessere delle persone come priorità e obiettivo condiviso, invece che mirare alla propaganda e al facile guadagno in termini di soldi e di consenso. Nel racconto delle due tragedie c’è la stessa retorica: è stato il mare. Una retorica che serve a coprire la stessa realtà: la responsabilità è delle scelte politiche di chi governa
È giusto e doveroso indignarsi di fronte all’abbandono e all’indifferenza che rendono il disastro accaduto a Niscemi – più di 1.500 persone rimaste senza casa – ancora più insopportabile per chi lo ha subito, e ci raccontano dell’incuria e del disinteresse delle istituzioni quando si tratta di intervenire, o ancora prima di fare prevenzione, rispetto ai problemi reali delle popolazioni.
Ma come potrebbe essere diversamente in un Paese in cui le stesse istituzioni riescono a non pronunciare una parola davanti all’ipotesi, sempre più concreta, di mille donne, uomini e bambini annegati in una sola settimana nel mare di loro competenza, e, anzi, a dichiarare, proprio in quei giorni, la soddisfazione per il calo di numero di arrivi sulle coste, quasi come a ringraziare quei naufragi?
E di connesso, di così simile, come in un gioco di specchi, non c’è solo la mancanza di empatia e di soccorso, o la coincidenza temporale e la causa scatenante dell’uragano Harry che ha distrutto nello stesso momento, nelle stesse ore terribili, le case del paese siciliano e le vite di quei naufraghi. C’è la stessa retorica: è stato il mare. Per coprire la stessa realtà: sono state invece le scelte politiche di chi governa.
Nel caso di Niscemi, è stata la scelta deliberata di permettere un consumo di suolo sconsiderato, senza alcun investimento sulla messa in sicurezza, anche se un ministro, che è stato il governatore della Sicilia mentre questo accadeva (e prima di lui c’erano altri della sua parte) oggi dica che la frana era “inevitabile”. Nel caso dei naufragi nel Mediterraneo, la retorica del disastro naturale, della tragedia senza colpe politiche, li ha accompagnati tutti – più di 30mila persone inghiottite dalle onde – negli ultimi dieci anni. Finché, addirittura, non si è arrivati a dare la colpa ai morti stessi, irresponsabili a partire in questo modo, con queste condizioni, come se avessero alternative. E poi ai cattivi trafficanti, loro sì senza scrupoli, che vanno per questo combattuti “su tutto l’orbe terraqueo”, come anche le navi del soccorso civile, che darebbero vane speranze di sopravvivenza, o collaborerebbero direttamente con i trafficanti stessi. E tutte queste colossali e spietate bugie sono state dette con sempre meno paura del giudizio critico (che si crede ormai definitivamente addomesticato) e della conseguenziale reazione della gente.
Impossibile dire la verità: quelle case di Niscemi sono crollate per speculazione, interessi elettorali e connivenze, mancanza di prevenzione e di visione, come di cura e preoccupazione per gli esseri umani che le abitavano e per l’ambiente.
Impossibile dire la verità: quelle morti nel Mediterraneo sono causate dalla chiusura di canali di ingresso legali davvero percorribili (un capitolo a parte andrebbe aperto sulla truffa dei decreti flussi, che stanno solo strutturando nuove forme di tratta legalizzata), e sono queste decisioni ad avere appaltato la mobilità umana dai Sud del mondo a criminali, spesso in divisa, che paghiamo con le nostre tasse da anni, e che i governi europei coccolano, l’Italia in testa, come nel caso famoso del libico Almasri, in un sistema poi riprodotto con la Tunisia. Nessuno sceglie di prendere il mare, tanto meno coi propri figli piccoli in braccio, mentre infuria un uragano. Ma la scelta non c’è. E nei giorni tra il 14 e il 21 gennaio del 2026, quelle partenze, principalmente da Sfax, sono state la conseguenza di rastrellamenti e violenze nei campi dove erano radunati i profughi in attesa, da parte di una polizia tunisina che l’Italia finanzia proprio per agire in questo modo, sotto la voce “contrasto all’immigrazione illegale”.
E allora certo che i politici rimangono in silenzio e immobili, perché è stata la geologia siciliana a farci questo brutto scherzo a Niscemi, con buona pace di quelle centinaia di famiglie che hanno perso tutto e che restano nel loro abbandono. Come nel caso dei naufragi è stato il mare, o, al massimo, è stato lo scafista, figura di fantasia quanto gli unicorni, con buona pace di tutte quelle madri, sorelle, figlie, e di quei padri, fratelli, figli che non avranno nemmeno una tomba su cui placare il dolore.
Da tanto tempo in questo Paese non si attuano politiche pubbliche che abbiano la dignità e il benessere delle persone come priorità e obiettivo condiviso, invece che mirare alla propaganda e al facile guadagno in termini di soldi e di consenso. E questo è reso possibile anche e soprattutto grazie all’arma di distrazione di massa che le migrazioni sono diventate, per giustificare, in nome di un’emergenza costruita ad arte, ogni nefandezza e ogni mancanza da parte di chi (non) governa.
Da tanto tempo il Mediterraneo è il laboratorio sperimentale in cui testare il punto di rottura della nostra umanità e il limite fino al quale il potere può spingersi nella sostituzione del banditismo al diritto costituzionale e internazionale, fino al suo svuotamento, al suo tradimento, e alla sua degenerazione per coprire a posteriori le violazioni da parte degli Stati, come avverrà presto con l’entrata in vigore del nuovo Patto dell’Unione europea sulle migrazioni e l’asilo.
Il disastro di Niscemi e la strage di mille persone nel Mediterraneo, conseguenze simultanee di un uragano che ha unito storie così diverse e che non si incontreranno mai, si guardano negli occhi e ci raccontano cos’è oggi l’Italia.
(AP Photo/Luigi Navarra) Associated Press/LaPresse
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