Idee Welfare
Non autosufficienza, caregiver, Servizio sanitario nazionale: senza sussidiarietà vera le riforme della cura rischiano il flop
«C’è una differenza profonda tra localizzare i servizi e territorializzare la cura. Nel primo caso si spostano funzioni; nel secondo si costruiscono relazioni, governance condivise, infrastrutture sociali capaci di tenere insieme sanità, welfare e comunità. La cura non è un fatto individuale né una responsabilità esclusiva delle famiglie. È un processo collettivo e contributivo, che funziona solo se esiste un ecosistema». L'intervento del direttore di Aiccon
Se si prova a tenere insieme le riforme oggi in campo sulla non autosufficienza, sul riconoscimento dei caregiver familiari e sul Servizio sanitario nazionale, diventa evidente che non siamo di fronte a tre cantieri distinti. Sono tre facce della stessa trasformazione sociale e, insieme, tre tentativi ancora incompiuti di rispondere a un mutamento profondo dei bisogni, delle famiglie e delle comunità. La vera sfida non è metterle in sequenza, ma farle convergere e, soprattutto, renderle coerenti dal punto di vista delle risorse, dei tempi e dell’architettura istituzionale. Senza questa convergenza, il rischio non è l’inefficacia, ma la frammentazione sistemica.
Tre parole attraversano tutte e tre le riforme e ne rivelano la posta in gioco: tempo, risorse, sussidiarietà.
Il tempo è la dimensione più rimossa e, proprio per questo, la più decisiva. La non autosufficienza non è una condizione temporanea, ma si estende nel tempo e lo plasma: è tempo lungo, continuativo, non comprimibile. Lo è per chi riceve cura, per chi la presta, per le famiglie e per i servizi chiamati a garantire continuità. Pensare di rispondere a bisogni strutturali con interventi intermittenti, contributi una tantum o micro-prestazioni settimanali non è solo insufficiente: è fuori scala rispetto alla natura stessa della domanda di cura.
Anche la riforma del Servizio sanitario nazionale, se letta in questa chiave, chiama in causa il tempo come variabile critica. Spostare il baricentro sul territorio ha senso solo se significa presa in carico nel tempo, accompagnamento, prossimità stabile. Se invece si riduce a una redistribuzione di funzioni o a una riorganizzazione logistica dei presidi, il rischio è quello di costruire dispositivi rapidi per problemi lenti, strutture nuove che non riescono a sostenere processi di cura complessi.
La seconda parola è risorse. Qui il limite è esplicito e comune. Le tre riforme nascono dentro un perimetro finanziario definito, in particolare dalla legge di bilancio 2026. Il finanziamento del Servizio sanitario nazionale cresce fino a 142,9 miliardi di euro, con un incremento superiore ai sei miliardi rispetto all’anno precedente. È un segnale rilevante, ma non risolutivo se lo si osserva dal punto di vista dell’integrazione tra sanitario e sociale e della capacità del sistema di assorbire una domanda di cura sempre più complessa, soprattutto in una prospettiva di salute globale e territoriale.
A questo si aggiunge il ridimensionamento degli obiettivi della Missione Salute del Pnrr: il numero delle Case della comunità scende da 1.512 a 1.038, le Centrali operative territoriali da 600 a 400, gli Ospedali di comunità da 400 a 307. Questi numeri non esauriscono il giudizio sulle politiche in atto, ma offrono una bussola per leggere la capacità di incidere strutturalmente sul sistema.
Il punto decisivo, tuttavia, non è solo quanto si spende, ma cosa si sceglie di finanziare. Se le risorse disponibili si traducono prevalentemente in una sommatoria di prestazioni minime garantite, il diritto rischia di diventare una soglia amministrativa e non uno strumento reale di protezione. Questo vale per la domiciliarità, ancora troppo spesso frammentata; vale per i caregiver, riconosciuti come pilastro imprescindibile del sistema ma sostenuti da misure ancora parziali e instabili; vale per il Servizio sanitario nazionale, chiamato a farsi territoriale senza un investimento strutturale proporzionato alla profondità del cambiamento richiesto.
Sono temi che chiamano in causa la politica non solo sul piano delle risorse, ma su quello del metodo. Ed è qui che emerge la terza parola, forse la più decisiva: sussidiarietà. Non come principio accessorio, ma come metodo necessario e architrave dell’intero impianto. Le riforme, implicitamente, riconoscono che la cura non può essere garantita dal solo Stato attraverso apparati centrali e prestazioni standardizzate. Ma il nodo sta nel modo in cui viene chiamato in causa il territorio. C’è una differenza profonda tra localizzare i servizi e territorializzare la cura. Nel primo caso si spostano funzioni; nel secondo si costruiscono relazioni, governance condivise, infrastrutture sociali capaci di tenere insieme sanità, welfare e comunità.
Qui si innesta una questione politica spesso sottovalutata: non solo non ci si salva da soli, ma non ci si prende cura della salute da soli. La cura non è un fatto individuale né una responsabilità esclusiva delle famiglie. È un processo collettivo e contributivo, che funziona solo se esiste un ecosistema capace di redistribuire responsabilità, riconoscere il valore del lavoro di cura e investire su chi opera nei territori, dal pubblico all’economia sociale, dal terzo settore alle reti d’impresa.
Se questo passaggio non viene assunto fino in fondo, la sussidiarietà resta una parola d’ordine e il vincolo di risorse diventa un alibi. Se invece viene preso sul serio, cambia radicalmente la prospettiva. La domiciliarità smette di essere una sommatoria di interventi e diventa una filiera integrata di luoghi, servizi e competenze. I caregiver non sono più solo destinatari di misure compensative, ma attori da sostenere per la tenuta complessiva del sistema. Il Servizio sanitario nazionale non si limita a riorganizzare i presidi, ma si innerva nel tessuto sociale e relazionale dei territori.
Letta nella sua interezza, la traiettoria delle tre riforme dice una cosa chiara: senza un terzo pilastro forte, senza una reale integrazione tra sanitario, sociale e comunità, non solo non si riforma il welfare, ma non lo si trasforma. E oggi la posta in gioco non è più l’architettura normativa, ma la capacità di sostenere una trasformazione sociale già in atto.
Questo richiede tempo adeguato, risorse coerenti con i bisogni reali e una sussidiarietà praticata, non dichiarata. Solo così può prendere forma un’idea di salute che non riduce l’universalismo a una soglia minima uniforme, ma lo rilancia come universalismo di qualità: capace di personalizzare le risposte senza individualizzare i problemi, di riconoscere il valore delle persone senza scaricare sui più fragili il peso della cura.
Foto di Matt Bennett su Unsplash
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