Idee Analisi
Occupazione, ecco perché può crescere senza che cresca il benessere delle persone
Il mercato del lavoro restituisce un quadro di maggiore quantità di lavoro, non necessariamente di lavoro migliore. La retorica del Governo sugli “straordinari risultati occupazionali” degli ultimi anni? Non tiene. I numeri spiegano il motivo
La retorica del Governo sugli “straordinari risultati occupazionali” degli ultimi anni, attribuiti soprattutto all’aumento eccezionale del tasso di occupazione, trascura due elementi strutturali: le permanenze al lavoro dovute al posticipo dell’uscita in pensione e la crescita della partecipazione spinta dal bisogno in famiglie con reddito eroso dalla congiuntura economica, in parte aggravata dalle scelte dello stesso esecutivo. L’occupazione può crescere senza che cresca il benessere: il mercato del lavoro restituisce un quadro di maggiore quantità di lavoro, non necessariamente di lavoro migliore.
Negli ultimi mesi, a fronte di livelli occupazionali ancora elevati, il tasso di disoccupazione è tornato a salire. A settembre 2025 gli occupati sono 24,2 milioni, in aumento dello 0,3% su base mensile (+67 mila unità), con crescita concentrata tra i dipendenti permanenti e calo dei dipendenti a termine; il tasso di disoccupazione sale al 6,1% (+0,1 punti) mentre il tasso di inattività 15–64 anni scende al 33,1%, con 99mila inattivi in meno rispetto al mese precedente. È una combinazione che segnala ingressi “per necessità” nella forza lavoro, indotti dall’erosione del reddito reale, più che una semplice oscillazione ciclica. Una dinamica analoga era visibile già in estate (luglio: disoccupati +1,8%, inattivi –0,5%).

Se si allarga l’orizzonte oltre il singolo mese, i dati Istat mostrano un quadro coerente. Nel 2024 il tasso di occupazione della fascia 20–64 anni raggiunge il 67,1%, con un aumento di 0,8 punti rispetto al 2023. Nello stesso anno il tasso di mancata partecipazione scende al 13,3%, in calo di 1,5 punti in dodici mesi, per effetto della diminuzione sia dei disoccupati sia degli inattivi, che diventano disponibili a lavorare. Il calo dell’inattività non è soltanto dovuto alla necessità di un secondo reddito familiare che spinge il coniuge ad entrare nel mercato, ma segnala anche il rientro di una quota di persone che, dopo anni di scoraggiamento, torna a considerare l’ipotesi di cercare lavoro in un contesto percepito come relativamente più favorevole. L’aumento della partecipazione è quindi il prodotto congiunto dell’aggravamento delle condizioni economiche nelle famiglie e di un parziale recupero di fiducia nella possibilità effettiva di trovare un’occupazione, seppure a bassa redditività.
Sul versante della qualità del lavoro, alcuni indicatori si muovono nella direzione attesa in una fase di mercato più teso, ma restano su livelli problematici. Secondo il Rapporto annuale 2025 dell’Istat, nel 2024 i dipendenti a tempo indeterminato rappresentano il 67,2% degli occupati e sono in crescita del 3,3% sull’anno precedente; i dipendenti a termine scendono all’11,6% con una riduzione del 6,8%. L’82,9% degli occupati lavora a tempo pieno, mentre il part-time riguarda il 17,1% (–0,9 punti sul 2023) ed è molto più diffuso tra le donne (30%) che tra gli uomini (7,5%). Per il quarto anno consecutivo diminuisce il part-time involontario, che interessa l’8,5% degli occupati, con una quota del 13,7% tra le occupate; tra i giovani under 35 il 28,1% ha un contratto a termine e il 5,9% un lavoro a termine con part-time involontario. Questi segnali indicano un parziale rafforzamento dell’occupazione standard, ma la struttura rimane fragile: la segmentazione per genere, età e territorio continua a concentrare precarietà, orari ridotti e bassa protezione sulle componenti più deboli del mercato del lavoro.
Anche il fenomeno del doppio lavoro ha un peso quantitativo decrescente. Le elaborazioni di Francesco Armillei su microdati dell’Indagine sulle forze di lavoro mostrano che nel 2024 soltanto lo 0,8% dei lavoratori dipendenti dichiara un secondo impiego, meno della metà rispetto all’1,7% del 2008. La rappresentazione di un mercato in cui “tutti hanno due lavori per sopravvivere” non trova riscontro nei dati: il problema principale resta il reddito insufficiente del lavoro principale, che spinge le famiglie a cercare altre forme di integrazione, più che la generalizzazione di un secondo contratto formale. La diffusione del sommerso fa pensare che forme di reddito diverse dal contratto principale (della cui necessità l’aumento del lavoro povero è testimonianza indiscutibile) possano derivare da attività informali. Sul versante della povertà tra gli occupati, l’aggiornamento Eurostat conferma per l’Italia un tasso di in–work at-risk-of-poverty nell’ordine del 10% nel 2024, segnale di una quota stabile di lavoratori che, pur essendo occupati, restano in condizione di vulnerabilità economica.
Il quadro complessivo che emerge è quello di un mercato del lavoro che assorbe più persone, ma dentro strutture orarie e retributive che continuano a comprimere il reddito disponibile
Un ulteriore elemento, noto e ampiamente studiato, che incide sui risultati del tasso di occupazione è la permanenza al lavoro delle coorti più anziane. Il monitoraggio Inps dei flussi di pensionamento, aggiornato a inizio ottobre 2025, documenta le uscite del 2024 e dei primi nove mesi del 2025 e, alla luce del quadro di incentivi e penalizzazioni, restituisce un’immagine in cui una quota non trascurabile di lavoratori resta attiva pur avendo maturato requisiti per il pensionamento anticipato. È un fattore che sostiene l’occupazione per permanenza, non per nuova creazione di posti.
Il quadro complessivo che emerge è quello di un mercato del lavoro che assorbe più persone, ma dentro strutture orarie e retributive che continuano a comprimere il reddito disponibile. I salari reali sono ancora compressi rispetto al 2021, i disoccupati aumentano leggermente mentre gli inattivi scendono, i micro-lavori e i ricavi tramite piattaforma diventano componenti decisive del bilancio familiare, una quota non marginale di occupati rimane a rischio di povertà, fiscal drag e cuneo fiscale frenano la crescita del reddito netto. In questa congiuntura molte famiglie cercano una seconda fonte stabile di reddito, spingendo i coniugi finora inattivi verso il mercato del lavoro e aumentando soprattutto l’offerta di lavoro a bassa qualifica. L’aumento del tasso di occupazione descrive quindi un paese che reagisce all’impoverimento attivando più lavoro, spesso di qualità modesta, più che un successo pieno delle politiche per l’occupazione. Il tasso di occupazione funziona sempre di più come un indicatore della crisi del reddito, più che come misura affidabile di progresso del benessere.
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