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Paralimpiadi, una lente per rivedere gli sguardi sull’inclusione

Ospitare i Giochi significa assumersi una responsabilità collettiva: dimostrare che il nostro Paese è capace di inclusione reale, di accessibilità diffusa e di politiche coerenti. Questi Giochi devono andare oltre la competizione e lasciare un’eredità duratura, trasferendo a tutta la società e al sistema Paese una visione nuova della disabilità, non più fondata sull’assistenza o sull’eccezionalità, ma sul riconoscimento del valore, delle competenze e della piena partecipazione di ogni persona

di Vincenzo Falabella

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Siamo prossimi all’apertura dei Giochi Olimpici e Paralimpici, un appuntamento che va ben oltre lo sport e assume un valore profondamente simbolico per il nostro Paese. Non è soltanto l’inizio di una grande competizione internazionale, ma un momento di verità in cui l’Italia è chiamata a misurare se stessa: nella capacità organizzativa, ma soprattutto nella forza della visione che intende offrire. In questi Giochi si riflettono le nostre scelte come comunità nazionale, il valore che attribuiamo all’inclusione, all’accessibilità, alla sostenibilità e alla dignità di ogni persona. Un evento globale che diventa così un’occasione concreta per definire chi siamo oggi e quale futuro vogliamo costruire.

Non un racconto di nicchia

Le Paralimpiadi non sono quindi solo un racconto di nicchia. Parlare di Paralimpiadi significa riconoscere che lo sport è uno dei più potenti motori di inclusione di cui disponiamo: un linguaggio universale capace di abbattere barriere culturali, scardinare stereotipi radicati e trasformare lo sguardo sulla disabilità. Raccontarle vuol dire dare spazio a un’eccellenza troppo spesso marginalizzata e, al tempo stesso, affermare un principio fondamentale: l’inclusione non è un atto di concessione, ma una responsabilità collettiva.

Raccontare le Paralimpiadi non è fare un racconto di nicchia: vuol dire dare spazio a un’eccellenza troppo spesso marginalizzata e, al tempo stesso, affermare un principio fondamentale, quello per cui l’inclusione non è un atto di concessione, ma una responsabilità collettiva.

Le Paralimpiadi rappresentano una delle espressioni più alte e autentiche dello sport contemporaneo. Non solo per l’eccellenza tecnica e l’intensità agonistica delle competizioni, ma per il loro straordinario significato umano, culturale e sociale. Esse affermano con forza che la disabilità non è sinonimo di limite, fragilità o eccezione, ma una delle tante condizioni attraverso cui si manifesta il talento, la determinazione e la capacità di superare l’impossibile. Un’idea in cui la disabilità non è un ostacolo da aggirare o un deficit da compensare, ma una delle molteplici condizioni dell’esperienza umana.

Non dite “nonostante”

In quest’ottica le Paralimpiadi non chiedono di essere comprese con indulgenza, ma riconosciute con rispetto: come sport di altissimo livello e, al tempo stesso, come potente motore di cambiamento culturale. Attraverso di esse, il Paese è chiamato a rivedere sguardi, linguaggi e modelli, e a scegliere se trasformare questo evento in un’eredità duratura di inclusione, consapevolezza e progresso civile.

Dietro ogni medaglia paralimpica non c’è soltanto il talento. C’è un percorso fatto di sacrificio quotidiano, disciplina rigorosa, forza interiore, costanza e resilienza. C’è la capacità di sostenere allenamenti durissimi, di attraversare il dolore, di superare infortuni e battute d’arresto, di convivere ogni giorno con la fatica fisica e mentale senza mai smarrire l’obiettivo. È la stessa dedizione che anima lo sport olimpico, ma spesso moltiplicata da difficoltà ulteriori e meno visibili. Gli atleti paralimpici, infatti, si confrontano ancora con barriere ambientali, carenze strutturali, minori opportunità di accesso agli impianti, risorse economiche più limitate e una visibilità mediatica che non riflette il valore delle loro imprese. Nonostante questo, continuano a competere ai massimi livelli, dimostrando che l’eccellenza non nasce dall’assenza di ostacoli, ma dalla capacità di affrontarli e superarli. Gli atleti paralimpici non competono nonostante la disabilità: competono con la loro disabilità, integrandola nella tecnica, nella preparazione atletica e nella propria identità sportiva. È proprio questa integrazione a rendere le loro prestazioni straordinarie.

Gli atleti paralimpici non competono nonostante la disabilità: competono con la loro disabilità, integrandola nella tecnica, nella preparazione atletica e nella propria identità sportiva. È proprio questa integrazione a rendere le loro prestazioni straordinarie

Ogni successo paralimpico è molto più di una vittoria sportiva: è il risultato di una determinazione fuori dal comune, di un impegno silenzioso e tenace che merita pieno riconoscimento, rispetto e sostegno. È la prova concreta che lo sport, quando è davvero inclusivo, diventa uno strumento potentissimo di affermazione della dignità, del merito e del valore umano che va ben oltre la dimensione competitiva: è un valore culturale, educativo e sociale profondo.

Una responsabilità collettiva

Quest’anno, con l’Italia chiamata a ospitare i Giochi Olimpici e Paralimpici, questa responsabilità diventa ancora più evidente. Non si tratta solo di organizzare un grande evento sportivo, ma di cogliere un’occasione storica per cambiare in modo concreto l’approccio alla disabilità. Ospitare i Giochi significa assumersi una responsabilità collettiva: dimostrare che il nostro Paese è capace di inclusione reale, di accessibilità diffusa e di politiche coerenti. Questi Giochi devono andare oltre la competizione e lasciare un’eredità duratura, trasferendo a tutta la società e al sistema Paese una visione nuova della disabilità, non più fondata sull’assistenza o sull’eccezionalità, ma sul riconoscimento del valore, delle competenze e della piena partecipazione di ogni persona. Impianti accessibili, attrezzature adattate, guide e maestri formati non sono concessioni speciali, ma strumenti di equità: rendono possibile ciò che dovrebbe essere un diritto di tutti, ovvero vivere lo sport, la natura e la montagna in condizioni di pari opportunità.

Non si tratta solo di organizzare un grande evento sportivo, ma di cogliere un’occasione storica per cambiare in modo concreto l’approccio alla disabilità.

Per questo le Paralimpiadi non possono e non devono essere considerate un evento “parallelo”. Sono parte integrante del movimento sportivo e del racconto collettivo che una società fa di sé stessa. Rappresentano un modello di uguaglianza reale, non formale, basato sull’accesso alle opportunità e sul riconoscimento del merito. Le Paralimpiadi tracciano una direzione chiara e non più rinviabile: una strada costruita sull’impegno, sul coraggio, sull’innovazione e sulla giustizia sociale. Nelle storie, nelle sfide e nei risultati degli atleti paralimpici prende forma un messaggio potente, rivolto alle istituzioni, alle comunità e a ogni cittadino: lo sport non è soltanto competizione o spettacolo, ma un formidabile strumento di inclusione, di crescita collettiva e di trasformazione culturale.

Emozionateci

Le Paralimpiadi ci ricordano che il valore di una società si misura dalla sua capacità di garantire pari opportunità, diritti e riconoscimento a tutte le persone, senza eccezioni. La loro eredità più autentica va ben oltre il medagliere: riguarda il modo in cui scegliamo di immaginare e costruire il futuro del nostro Paese. E mentre ci ispirano con il loro esempio, chiediamo agli atleti paralimpici di fare ciò che lo sport sa fare di più potente: emozionarci. Fateci divertire, fateci appassionare, coinvolgeteci con le vostre gesta e con la forza dei vostri sogni. Le vostre storie ci rendono partecipi, ci fanno ridere, soffrire e gioire insieme a voi, trasformando lo sport in un’esperienza collettiva che unisce e ispira. E allora, in bocca al lupo ai nostri atleti e alle nostre atlete paralimpiche. Con il vostro talento, la vostra determinazione e il vostro esempio siete l’orgoglio dell’Italia.

Vincenzo Falabella è presidente Fish e consigliere Cnel. Foto di Alfredo Falcone/LaPresse

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