Idee Cinema

Perché il successo di “Buen Camino” di Checco Zalone fa bene solo a lui, ma dice molto di noi

Il film record di incassi usa il contrasto fra ricchi e poveri come cornice, ma non dice nulla di vero sulla disuguaglianza, sulla complessità delle vite spezzate dalla povertà reale, su chi davvero subisce l'ingiustizia sociale. La dimensione caricaturale è così esagerata che nulla può essere preso sul serio. Ma non si tratta di chiedere a Zalone di fare un film diverso. Si tratta di capire cosa dice di noi il boom di una pellicola che parla al bisogno di sentirci buoni senza dover cambiare nulla. Di ridere delle disuguaglianze senza mai guardarle davvero

di Stefano Arduini

Checco Zalone ha sbancato il botteghino. Di nuovo. Buen Camino è già il film italiano con il maggior incasso di sempre, superando persino Avatar. Le sale piene, il passaparola positivo, milioni di spettatori soddisfatti. Un trionfo che però merita qualche domanda scomoda.

Il film si costruisce su una cornice morale tanto nitida quanto rassicurante: da una parte il ricco volgare, superficiale, senza cuore; dall’altra i pellegrini pieni di senso, di autenticità, di spiritualità. Una dicotomia manichea che rassicura lo spettatore: i ricchi sono cattivi, i poveri (di spirito e di tasca) sono buoni. È la vecchia formula del riscatto attraverso la povertà volontaria, il pellegrinaggio redentore, la ricchezza che corrompe.

Ma qui sta il problema. Questa contrapposizione funziona perfettamente come meccanismo narrativo, come luogo comune emotivamente efficace, ma non ha alcuna presa sulla realtà. Non dice nulla di vero sulla disuguaglianza, sulla complessità delle vite spezzate dalla povertà reale, su chi davvero subisce l’ingiustizia sociale. La dimensione caricaturale di Zalone – che è sempre stata il suo punto di forza – in questo caso si trasforma in alibi: tutto è così esagerato che nulla può essere preso sul serio.

Zigmunt Bauman ci ha insegnato che viviamo in una società liquida dove le disuguaglianze si cristallizzano in forme sempre più opache. Martha Nussbaum ci ha ricordato che le capacità umane – la possibilità concreta di essere e di fare – sono il vero metro della giustizia sociale. Ma di tutto questo in Buen Camino non c’è traccia. C’è solo lo sketch, la battuta, il tormentone. C’è una spiritualità da cartolina che non scalfisce minimamente il cinismo del protagonista se non in chiave sentimentale.

Forse è proprio questo il segreto del successo di Zalone: non disturbare troppo, non chiedere mai allo spettatore di interrogarsi davvero. Il suo fine dichiarato – e raggiunto – è riempire le sale, far ridere, intrattenere. Non creare consapevolezza, non smuovere coscienze. In questo senso, Buen Camino è perfettamente onesto: non pretende di cambiare nulla, solo di far cassetta. E ci riesce benissimo.

Ma forse dovremmo chiederci se questo basti. Se in un Paese dove le diseguaglianze crescono, dove il lavoro povero è la norma, dove tanti giovani non si sentono inclusi nella nostra società e non partecipano ai riti civili e democratici del vivere comune, possiamo accontentarci di una comicità che usa la denuncia sociale come scenografia e poi la dissolve nella risata. Sono quei giovani che in larga misura non vanno a votare ma si mettono in fila per vedere Zalone. Che ride di tutto senza far ridere su nulla di importante.

Non si tratta di chiedere a Zalone di fare un film diverso. Si tratta di capire cosa dice di noi il fatto che questo film – proprio questo, così accomodante, così innocuo – sia quello che riempie le sale. Che parla al nostro bisogno di sentirci buoni senza dover cambiare nulla. Di ridere delle disuguaglianze senza mai guardarle davvero.

In apertura: Checco Zalone presenta “Buen camino” (Photo © Avalon/Sintesi)

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