Idee Finanza sociale

Philanthropic investing: la chiave per superare la disfida fra impact investing e filantropia

I filantropi guardano i rendimenti richiesti dagli impact investor e li trovano avidi. Gli investitori guardano le concessioni necessarie per creare impatto reale e le trovano stupide. Come uscirne? Un articolo di Kevin Starr indica la strada

di Adriano Bertone

Mi sono innamorato dell’impact investing a vent’anni, leggendo di Muhammad Yunus e del microcredito. A 24, ho già divorziato. Non preoccupatevi, non è stata colpa mia. È che ho scoperto che l’oggetto del mio amore non esisteva davvero. O meglio, esisteva, ma è diventato qualcosa di molto diverso da quello che credevo. Questa è la storia di come ho smesso di preoccuparmi e ho imparato ad amare il problema.

Dicembre 2025: Kevin Starr, direttore della Mulago Foundation, pubblica su Stanford Social Innovation Review un articolo dal titolo inequivocabile: “There Is No Such Thing as Impact Investing”. Non una critica di passaggio, una demolizione sistematica. E il bello è che non è solo. Negli ultimi mesi, il dibattito internazionale sull’impact investing si è mosso mettendo in discussione le fondamenta stesse di un settore che dice di gestire 1,5 trilioni di dollari.

Per chi ha vent’anni e pensa di lavorare in questo campo, seguire questo dibattito non è opzionale. È vedere in tempo reale un paradigma che si sgretola, e capire cosa costruire al suo posto.

La Tesi di Starr: filantropia oppure business, in mezzo il nulla

L’argomento di Starr è elegante nella sua brutalità: l’impact investing dovrebbe occupare uno spazio tra filantropia e investimenti tradizionali, ma quello spazio è vuoto. I filantropi guardano i rendimenti richiesti dagli impact investor e li trovano avidi. Gli investitori guardano le concessioni necessarie per creare impatto reale e le trovano stupide. Risultato? Come scrive Starr, «Nobody’s happy». Il problema fondamentale è che “real-world change” often requires something less than market rates of return. Ma dire questo nel mondo dell’impact investing è diventato tabù. Così il settore si è rifugiato nell’intentionality – una parola che, come nota Starr con sarcasmo, è tutto ciò che rimane di un movimento che un tempo parlava di patient capital e concessionary finance.

La sua soluzione? Eliminare la categoria “impact investing” e sostituirla con “philanthropic investing“: grants, prestiti a basso interesse, equity generosa verso i founder. La Mulago lo fa già, investendo in aziende come Hello Tractor (che ha portato meccanizzazione a 2,5 milioni di agricoltori africani) e Pula (assicurazioni per 5 milioni di smallholder farmers). Non exit miliardarie, ma vite cambiate.

I numeri che danno ragione agli scettici

Un report di PitchBook del gennaio 2025 conferma i sospetti: il fundraising per fondi di impact investing è crollato dal 2022 al 2024. Gli investimenti in startup a impatto sono in calo per il quarto anno consecutivo.

E poi ci sono i dati del Global Impact Investing Network (Giin): dei 490 miliardi gestiti da investitori intervistati, il 98% è controllato da player nei Paesi sviluppati. Come nota Criterion Institute in un’analisi pubblicata a dicembre 2024 su ImpactAlpha, questo crea una dinamica di potere precisa: «Investors from developed markets wield the lion’s share of deployed impact capital and therefore control the narrative around what constitutes “impact”» Il risultato? Gli investitori cercano lower risk and higher returns in mercati sviluppati, mentre i mercati emergenti – dove l’impatto potrebbe essere maggiore – restano sottofinanziati. È razionale per l’investitore, disastroso per l’impatto.

E c’è un altro dato che dovrebbe tenerci svegli la notte: secondo il Giin, oltre il 90% dei partecipanti al settore fatica a raccogliere dati significativi sull’impatto. Una review accademica pubblicata sul Journal of Management Studies nel 2024 è ancora più dura: analizzando 104 articoli sull’impact investing, i ricercatori concludono che «despite the fact that impact investing aims to create a measurable societal impact, this impact, its raison d’être, is not scrutinized in the literature» In altre parole: parliamo molto di impatto, lo misuriamo poco, lo verifichiamo quasi mai.

Giovani a impatto

Entrare nel dibattito sull’impact investing a vent’anni nel 2026 significa entrare in un campo attraversato da una crisi esistenziale. E questo, controintuitivamente, è un vantaggio.

Primo: non dobbiamo difendere modelli che non funzionano. Non abbiamo fondi da giustificare, track record da proteggere, o reputazioni costruite su promesse non mantenute. Possiamo leggere Starr e dire ha ragione senza preoccuparci di cosa penseranno i colleghi.

Secondo: possiamo imparare dagli errori altrui. La ricerca accademica è chiara sui problemi: scarsità di deal adeguati, mancanza di intermediari specializzati, assenza di pratiche di misurazione serie. Un recente studio sul Cile pubblicato su Taylor & Francis identifica sette ostacoli alla crescita dell’impact investing nei Paesi in via di sviluppo. Conoscerli è il primo passo per aggirarli.

Terzo: possiamo permetterci l’onestà radicale. Possiamo dire: sì, se vuoi impatto reale servono concessioni sui rendimenti. Sì, non tutto scala come Uber. Sì, misurare l’impatto è difficile ma necessario. E no, chiamarlo “intentional” senza fare nulla di concreto non basta.

Come scrive Starr chiudendo il suo articolo: «Come on in—the water’s fine». L’invito è a fare philanthropic investing con onestà: accettare rendimenti inferiori quando necessario, usare strumenti diversi per contesti diversi, misurare seriamente l’impatto. Non è sexy. Non finisce su TechCrunch. Ma funziona.

Il dibattito sull’impact investing non è finito. Anzi, probabilmente si intensificherà nei prossimi anni, mentre i numeri continuano a mostrare la distanza tra retorica e realtà. Ma per chi entra oggi nel settore, questo non è un problema. È una mappa. Una mappa che dice: il vecchio modello non funziona. L‘intentionality senza concessioni è vuota. I mercati emergenti sono sottofinanziati. La misurazione dell’impatto è terribile. La governance è estrattiva.

Ma dice anche: esistono alternative. Philanthropic investing. Strumenti finanziari innovativi. Modelli di ownership cooperativi. Imprese che durano invece di exitare. La domanda per la mia generazione non è se l’impact investing esiste. La domanda è: cosa vogliamo che esista al suo posto? E siamo noi, non chi ci ha preceduto, a poter rispondere senza il peso di dover difendere scelte già fatte.

Foto di Katt Yukawa su Unsplash

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