Idee Ripensare le parole
Quando parliamo di disabilità, l’inclusione diventa una bugia comoda
Con la disabilità non esiste un “noi” e un “loro” stabile. Oggi sei nella maggioranza, domani potresti non esserlo più. Il punto non è includere qualcuno. Il punto è ridefinire chi consideriamo “noi”. L'intervento del direttore della Consulta per le Persone in Difficoltà
In Italia le persone con disabilità sono il 22% della popolazione, circa 13 milioni di persone. I numeri crescono se allarghiamo lo sguardo alla terza età. Ma il punto non è la percentuale o quanti sono. Il punto è come pensiamo la disabilità. Perché la disabilità viene quasi sempre infilata nello stesso contenitore: le minoranze. Come se fosse la stessa cosa parlare di migranti, minoranze etniche o culturali, gruppi discriminati nella storia e persone con disabilità. Ma non è la stessa cosa. E continuare a dirlo è un errore culturale enorme.
Prendiamo esempi chiari. Gli immigrati. I meridionali, ieri. Altre minoranze oppresse nella storia. In tutti questi casi il meccanismo è simile: noi e loro. Posso essere solidale, empatico, aperto. Ma so che non diventerò mai loro.
Con la disabilità no. Con la disabilità non esiste un “noi” stabile. Oggi sei nella maggioranza, domani potresti non esserlo più. Per un incidente. Per una malattia. O più semplicemente perché invecchi. Non perché la disabilità coincida automaticamente con la perdita di autonomia, ma perché l’autonomia non è una condizione fissa, uguale per tutti e garantita per sempre.
La possibilità che il nostro corpo, i nostri sensi o le nostre energie cambino nel tempo non è un’eccezione. È una condizione umana da mettere in conto. La disabilità fa parte della nostra carta d’identità: non perché riguardi tutti allo stesso modo, ma perché nessuna identità è fissa nel tempo. Ed è proprio questa possibilità che facciamo fatica ad accettare.
E qui arriva il punto più scomodo. Inclusione è una parola sbagliata. Non poco gentile: sbagliata.
Perché sottintende una cosa precisa: io sto dentro, tu stai fuori, e io decido se e come farti entrare. È una parola che funziona solo se chi la usa si percepisce come parte di una maggioranza solida, permanente, intoccabile. Ma quella maggioranza non esiste.
Quando parliamo di disabilità, l’inclusione diventa una bugia comoda. Perché nessuno sta davvero fuori per sempre. La disabilità non è qualcosa da includere. È qualcosa che attraversa le vite, che entra ed esce dalle persone, che può riguardare chiunque, senza cancellarne competenze, desideri, autonomia possibile.

Il punto non è includere qualcuno. Il punto è ridefinire chi consideriamo “noi”. Non sto includendo te. Sto mettendo in discussione me. Non sto facendo spazio a una minoranza. Sto accettando che la maggioranza è fragile, temporanea, mutevole. Questa non è inclusione. È ridefinizione della maggioranza.
Disabilità non significa automaticamente dipendenza. Significa la fine dell’illusione che esista un solo modo legittimo di essere autonomi, produttivi, presenti nella società. E facciamo così fatica ad accettarlo perché questo ragionamento ci obbliga a guardarci allo specchio. E non ci piace.
La fotografia in apertura è di Daniel Ali su Unsplash
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