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Regge ancora la narrazione dell’innovazione sociale?

Per trovare una risposta è sempre utile frequentare il Social Enterprise Open Camp. Un’esperienza che ha il merito di fornire molto “food of thought" soprattutto a livello d’ispirazione ma anche casi studio su cui lavorare grazie a facilitatori e, non da ultimo, un pubblico “costruito" con attenzione su base intergenerazionale e internazionale. Due elementi sempre più rari da rintracciare nel contesto nazionale

di Flaviano Zandonai

Regge ancora la narrazione dell’innovazione sociale? Per trovare una risposta è sempre utile frequentare il Social Enterprise Open Camp. Un’esperienza che ha il merito di fornire molto “food of thought” soprattutto a livello d’ispirazione ma anche casi studio su cui lavorare grazie a facilitatori e, non da ultimo, un pubblico “costruito” con attenzione su base intergenerazionale e internazionale. Due elementi sempre più rari da rintracciare nel contesto nazionale. Tutto ciò consente, grazie anche a tempi distesi (l’evento dura 4 giorni) e all’attenzione al contesto territoriale (quest’anno tra Torino, Cuneo e le Langhe), di fare un’esperienza davvero immersiva nell’innovazione sociale.

La macchina della riproduzione della narrazione gira a pieno ritmo enfatizzando la dimensione del cambiamento – sistemico o altrimenti non è – attraverso pratiche che fanno leva sulla mobilitazione comunitaria. Ad accelerare questo processo intervengono investitori sociali che aiutano a focalizzare impatti e sostenere percorsi di crescita. “Cambiare il mondo” è un’espressione che, dopo qualche anno, si continua a utilizzare con una certa disinvoltura all’interno di un discorso dove un po’ tutti riescono a coltivare una loro postura radicale. Vale naturalmente per imprenditori e imprenditrici sociali sul campo ma anche per il sempre più strutturato (e incombente) ecosistema di supporto popolato da investitori, consulenti, think tank, reti di rappresentanza, ecc. La narrazione è così rodata non solo nei contenuti ma anche nei format (panel, keynote, workshop, performance, ecc.) che con una certa facilità si crea un “flow” col pubblico (anche e quasi soprattutto nei momenti informali) consentendo così di autoriprodursi. 

È forse grazie a questo stato – ben rappresentato dall’enfasi sulla fiducia tra gli attori – che forse è possibile inoculare la tossina necessaria per salvare l’ecosistema dalla sua retorica ovvero l’auto sovversione. Qualche segnale già si coglie, ad esempio tra i soggetti filantropici rispetto alle modalità di finanziamento che “affamano” i beneficiari con risorse che non riconoscono i costi di struttura, ma siamo solo all’inizio. Perché in realtà a dominare è ancora la logica dei Kpi per di più applicata ai processi sociali. 

Insomma ben vengano “uncomfortable conversation” che aiutano a ripensare assetti di potere che appaiono ancora  squilibrati a favore dell’offerta di risorse, con la tecnocrazia che le gestisce e la conoscenza che le legittima. Forse potrebbero contribuire in tal senso le pratiche di impresa sociale presenti in sala e accompagnate nei laboratori. Ma è chiaro che per farlo occorre interrogare anche i contesti, gli approcci e gli strumenti da cui queste iniziative scaturiscono e trovano occasioni di crescita. Programmi di accelerazione, business model, persino il “purpose” derivano infatti da culture economiche e tecnologiche mainstream. Forse un punto d’incontro tra domanda e offerta all’insegna della dialettica e non della conformità potrebbe aiutare a riprodurre una narrazione dell’innovazione con più capacità di frizione rispetto ai sistemi che non solo dichiara ma più autenticamente desidera cambiare.

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