Idee Abitare

Rigenerare il mercato dell’housing, affinché la casa non sia più un privilegio

Unire rigenerazione urbana, affitto accessibile, abitare collaborativo, comunità energetiche e welfare di prossimità. Questa la strategia necessaria per uscire da un'emergenza ormai sistemica. Prosegue su vita.it con l'intervento dell'urbanista ed esperto di Greenaccord il dibattito su come rilanciare una politica abitativa nazionale

di Giuseppe Milano

Senza troppi giri di parole. La casa non è più il rifugio intimo e sicuro che abbiamo immaginato e realizzato negli ultimi decenni. È diventata il luogo in cui si manifestano con maggiore violenza le contraddizioni del nostro tempo: disuguaglianze che crescono, solitudini che si moltiplicano, pressioni del mercato che trasformano l’abitare in un privilegio. 

La casa termometro sociale

Nelle città, la casa è una merce contesa tra turisti e studenti, investitori e lavoratori precari. Nelle aree interne, interi edifici restano vuoti e i servizi arretrano. In mezzo, schiacciata dalla pressa di un’economia turbocapitalista, una fascia crescente di persone che non riesce più a sostenere costi, distanze, isolamento. La casa è oggi il reale termometro sociale del Paese: misura la qualità della vita, la coesione sociale, la capacità dei territori di includere o escludere. Ripensare l’abitare significa ripensare il Paese, con strumenti capaci di unire innovazione sociale, redistribuzione e progresso eco-tecnologico.

E i numeri, come spesso succede, disvelano un paradosso tutto italiano: oltre 12 milioni di edifici residenziali e più di 9 milioni di abitazioni non occupate stabilmente cristallizzano una domanda abitativa crescente e sempre più polarizzata. Eppure, come ricorda periodicamente l’Ispra, si continua a costruire, anche dove non sarebbe possibile farlo, nonostante un’emorragia demografica apparentemente letale.

Edilizia sociale, Italia fanalino di cosa in Europa

Se complessivamente abbiamo uno degli stock immobiliari più grandi del continente, sull’edilizia sociale siamo fanalino di coda in Europa: appena il 2,6% del patrimonio, con un mercato della locazione decisamente distorto. Oltre i dati quantitativi, anche le evidenze qualitative illuminano la crisi italiana. 

Per la prima volta, su impulso dell’Istat e come già anticipato su VITA.IT, viene mappato il disagio socio-economico a livello sub-comunale. L’Indice di Disagio Socio-Economico (Idise) combina nove indicatori relativi a reddito, lavoro, istruzione e condizioni familiari, restituendo una fotografia dettagliata delle vulnerabilità urbane.

Le Aree di Disagio Urbano (Adu) individuano micro-zone in cui precarietà, bassa intensità lavorativa, abbandono scolastico e solitudine si concentrano. È una rivoluzione metodologica perché consente di leggere le disuguaglianze “dal basso”, quartiere per quartiere, orientando le politiche in modo mirato, tempestivo e valutabile nel tempo.

La crisi abitativa sistemica e internazionale

In questo scenario così fragile e instabile, l’Europa ha riconosciuto che la crisi abitativa non è più un’emergenza locale, ma una questione sistemica internazionale che abbraccia la competitività, l’attrattività, la coesione sociale, la transizione ecologica, l’innovazione tecnologica.
Il nuovo Piano per l’Abitare Accessibile amplia, dunque, il perimetro dell’housing sociale includendo non solo le fasce più fragili, ma anche studenti, lavoratori e famiglie a reddito medio. La revisione degli aiuti di Stato consentirà ai Paesi membri di intervenire con maggiore libertà, mentre la Banca Europea degli Investimenti sarà chiamata a sostenere la riqualificazione dell’esistente e la densificazione intelligente.

Serve un neo-mutualismo energetico

Come ha sottolineato il direttore di Aiccon Paolo Venturi, l’alto tasso di alloggi vuoti e un mercato della locazione narcotizzato mostrano un sistema che produce rendita speculativa, non benessere generativo.
Da qui, perciò, la proposta di un “neo‑mutualismo energetico”: un modello che integri pubblico, mercato ed economia sociale per redistribuire valore, non estrarlo. Cooperative, imprese sociali, fondazioni e community trust possono ampliare l’offerta accessibile, rigenerando immobili, rifunzionalizzando quelli sottoutilizzati o abbandonati, accompagnando gli inquilini vulnerabili. 

Ed è qui che si innesta un elemento decisivo per il futuro dell’abitare: l’innovazione tecno-energetica come leva di coesione. Comunità energetiche condominiali, riqualificazione energetica profonda, gemelli digitali, piattaforme digitali di monitoraggio e gestione condivisa trasformano gli edifici in infrastrutture civiche capaci di ridurre costi, redistribuire risorse e rafforzare la resilienza.

Dall’abitare collaborativo all’efficienza energetica

Come realizzare, quindi, nel nostro Paese le ambizioni europee, considerando anche la direttiva europea Case Green in recepimento e il futuro pacchetto Ets2 con il Fondo sociale per il Clima?

Servirebbe una strategia nazionale che unisca rigenerazione urbana, affitto accessibile, abitare collaborativo, comunità energetiche e welfare di prossimità. Servirebbe una governance multilivello tra Comuni, Regioni, Stato ed Europa che riduca la burocrazia e favorisca la residenzialità. Servirebbero, infine, una fiscalità e una finanza di impatto capaci di premiare chi rimette in circolo il patrimonio esistente nei dettami dell’ecologia integrale e delle soluzioni basate sulla natura.

L’abitare collaborativo diventa così un cluster integrato socio‑tecnologico che unisce efficienza energetica, prosperità inclusiva e innovazione sociale.  La casa non è solo un bene: è un diritto, un’infrastruttura sociale e tecnologica, un luogo dove rinascono la speranza e la bellezza del futuro. 

In apertura photo by Alex Skobe on Unsplash

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