Idee Giornata persone con disabilità
Se la disabilità diventa una professione (misurata in follower)
Sui media le voci più in vista oggi sono di chi si racconta principalmente “come disabile”. Persone che non hanno costruito un riconoscimento professionale al di fuori della loro condizione. Non professionisti con disabilità. Non attivisti con disabilità. Ma semplicemente disabili che hanno trasformato la loro disabilità in visibilità, spesso misurata in like e follower più che in cambiamenti reali
Gli sguardi verso mio padre disabile, fin da quando sono nato, erano anche sguardi rivolti a me. Quegli sguardi ti segnano, soprattutto quando cresci come figlio, fratello o sorella di una persona con disabilità. E ancora di più quando scopri, col tempo, che quegli stessi sguardi possono diventare la misura di come la società percepisce il valore di una persona. Da bambino, quando i miei compagni parlavano del padre supereroe, facevo fatica a far capire che anche il mio lo era. Non perché non lo fosse — per me lo era eccome — ma perché lo sguardo degli altri si fermava alla disabilità. Uno sguardo che, dalle medie in poi, diventava pietistico, consolatorio. Ma la verità è che mio padre non era un supereroe solo per me: lo era per i suoi allievi che lo adoravano come maestro di musica, per i colleghi che lo stimavano come cantante lirico in Rai, per le tante persone che incontrava nel sociale. Era un professionista, e proprio per questo un punto di riferimento.

Ed è qui la differenza, quella vera: mio padre — come tanti altri della sua generazione, penso a Franco Bomprezzi — era prima un professionista, poi un attivista. Non si è mai presentato al mondo come “il disabile”. Si è fatto strada in un’Italia senza leggi, senza tutele, senza alcuna rete di protezione. Ha dovuto sudare il doppio, dimostrare sempre di più: mai un ritardo, mai un giorno di malattia, mai un passo falso che potesse confermare il pregiudizio. Solo così poteva affermarsi come persona, e solo così poteva diventare credibile come attivista.
Oggi, invece, vedo spesso l’opposto. Le voci più in vista sono di chi si racconta principalmente “come disabile”. Persone che non hanno costruito un riconoscimento professionale al di fuori della loro condizione. Non professionisti con disabilità. Non attivisti con disabilità. Ma semplicemente disabili che hanno trasformato la loro disabilità in visibilità, spesso misurata in like e follower più che in cambiamenti reali. I social hanno aperto possibilità enormi, ma anche rischi evidenti. Oggi basta mostrarsi per quello che si è — ciechi che raccontano come vivono da ciechi, persone in carrozzina che attraversano l’Italia con il proprio ausilio, chi partecipa ai Disability Pride come palcoscenico identitario, cantanti o performer applauditi più per la condizione che per il talento — per ottenere riconoscimento e perfino costruirsi una “professione” come influencer o politico con disabilità. Ma la differenza con ieri è sostanziale: prima i limiti da superare erano quelli che impedivano di essere riconosciuti come persone competenti e affidabili; oggi spesso ci si accontenta di essere visibili in quanto disabili, con il rischio che il pietismo e la compassione continuino a prevalere sulla cultura dell’inclusione.
Ma il problema non è solo di chi sceglie di raccontarsi così. È anche di chi li applaude, di chi avendo un ruolo nella società alimenta questo meccanismo. Applausi, sorrisi e considerazioni che sembrano riconoscimento, ma che in realtà nascondono molto pietismo: è come dire “ce la fai, bravo, già tanto che puoi interagire con noi che non abbiamo una disabilità”. È un modo sottile per invitare le persone con disabilità ad accontentarsi della propria condizione, a viverla dignitosamente ma senza pretese di andare oltre. Così li si invita nelle aziende a portare la loro testimonianza come “esempio di resilienza”, o li si mette al taglio del nastro di qualche iniziativa legata alla loro “impresa da disabili”, senza che vi sia dietro un reale riconoscimento di competenze e di contributo professionale. Non parlo del popolino che può commuoversi davanti a tali gesti — quello in parte è comprensibile — ma di chi ha potere decisionale e potrebbe incidere davvero sul cambiamento.
Ricordo una scena con mio padre che mi è rimasta impressa. Un ragazzo con disabilità si presentò dall’allora presidente della Cpd (Consulta per le persone in difficoltà) chiedendo di aiutarlo a trovare lavoro. Mio padre gli fece notare alcuni errori nel curriculum e la risposta fu: «Tanto sono disabile, c’è la legge 68 che mi tutela». Mio padre si arrabbiò moltissimo: quello era l’esempio di chi si accontentava di essere un disabile, non di diventare un professionista con disabilità. E quando si passa dalla ribalta social alla realtà dei convegni o dei gruppi di lavoro, ecco la sorpresa: invece di essere in prima fila a portare la propria testimonianza, tanto urlata sui profili, ti chiedono se è previsto un gettone di presenza o addirittura un cachet. Certo, ognuno può considerare il proprio tempo un lavoro — ma la differenza con la generazione di ieri sta tutta qui: quelle voci non chiedevano un compenso, si spendevano perché credevano che il cambiamento fosse un dovere civile, non una prestazione a tariffario.
Questa non è una sfumatura. È la differenza tra chi è riconosciuto per ciò che sa fare, per le competenze che porta, per la professionalità che incarna — e chi è riconosciuto solo per la propria condizione. I primi diventano professionisti e, se lo scelgono, attivisti autorevoli. I secondi rischiano di restare inchiodati a un ruolo fragile, quello di testimoni della propria disabilità e poco più. Ecco perché oggi la sfida non può essere solo alzare la voce. Serve costruire nuove forme di autorevolezza: formarsi, costruire esperienze professionali solide, intrecciare reti di collaborazione con istituzioni, imprese e associazioni, portare proposte che generano cambiamenti reali. Solo così il racconto personale diventa una leva per incidere davvero nella società.
Negli anni ’80 e ’90 si diceva “Nulla su di noi senza di noi”. Oggi quello slogan deve evolvere: “Nulla su di noi senza di noi, con competenza.”
Perché una società inclusiva non si costruisce con la spettacolarizzazione della disabilità, ma con il contributo concreto, qualificato e autorevole delle persone con disabilità. La generazione di mio padre non aveva alcuna protezione. Doveva guadagnarsi ogni centimetro di credibilità. Eppure da lì sono nate figure che hanno aperto strade, che hanno cambiato la società. Oggi, con tutele e leggi consolidate, con spazi di partecipazione aperti, rischiamo invece di avere molte chiacchiere e distintivo, e poche voci realmente capaci di incidere. E forse, mai come oggi, dovremmo ricordare che “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.” Non basta essere “semplicemente disabili”: occorre esserlo con competenza, perché solo così la promessa della Costituzione può diventare realtà.
Foto di apertura di Steve Gale su Unsplash
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