Idee Ddl immigrazione
Se la propaganda elettorale ci rende meno umani
Per il presidente dell'associazione Don Bosco 2000, il nuovo disegno di legge presentato dal governo è inefficace e tendenzioso: «Le misure introdotte non ridurranno in modo significativo gli arrivi, non aumenteranno i rimpatri in modo sostanziale, non renderanno il Mediterraneo più sicuro. Servono solo a intercettare consenso, non a governare la complessità»
Stiamo diventando meno umani. E questo è il vero problema. Il disegno di legge varato ieri dal governo in materia di migrazione – che introduce il cosiddetto “blocco navale” e rilancia il trasferimento dei migranti in Albania – rappresenta, ancora una volta, un passo indietro sul terreno dei diritti umani. Non è solo una scelta politica: è una scelta culturale. È il segno di un Paese che, di fronte alla fragilità, preferisce alzare muri invece di costruire ponti.
Ogni giorno incontriamo persone che hanno attraversato il deserto, subito torture in Libia, perso figli nel Mediterraneo. Quando sento parlare di “invasione”, mi chiedo di quali numeri stiamo parlando. Nel 2024 oltre 2.200 persone sono morte o scomparse nel Mediterraneo. In dieci anni, più di 30mila vite sono state inghiottite dal mare. Questo è il dato che dovrebbe occupare il centro del dibattito pubblico, non la propaganda. Il cosiddetto blocco navale non fermerà le partenze. Non fermerà la disperazione. Non fermerà chi scappa dalla fame o dalla guerra. Spingerà solo le persone verso rotte più pericolose.
Ogni volta che si restringe uno spazio di soccorso, aumenta il rischio di morte. È un principio tragicamente già verificato. E oggi il blocco navale viene giustificato anche per alimentare il trasferimento forzato dei migranti in Albania, un’operazione costata agli italiani oltre mezzo miliardo di euro e che, a mesi dall’annuncio, vede strutture sostanzialmente vuote. Un investimento enorme per un progetto che non incide sui flussi reali e che rischia di trasformarsi in un simbolo costoso più che in una soluzione concreta.
E poi ci sono i centri permanenti per i rimpatri (cpr), che continuiamo a chiamare “centri”, ma che nella sostanza sono carceri amministrative. Persone private della libertà senza aver commesso reati penali, trattenute per mesi in condizioni spesso critiche. Non è gestione, è detenzione. Non è accoglienza, è contenimento. Si parla molto anche di rimpatri. Ma i numeri raccontano un’altra storia. Secondo i dati ufficiali 2025, a fronte di circa 60mila arrivi via mare, i rimpatri effettivi sono stati pochissimi. Una quota minima rispetto agli ingressi e ancora più bassa rispetto agli ordini di espulsione emessi. Non è una strategia strutturale: è una narrazione politica. Serve a comunicare fermezza, non a risolvere il fenomeno.
La verità è semplice e scomoda: queste misure non ridurranno in modo significativo gli arrivi, non aumenteranno i rimpatri in modo sostanziale, non renderanno il Mediterraneo più sicuro. Servono a intercettare consenso, non a governare la complessità. Parlare di migrazione come emergenza permanente riempie le urne, ma svuota la coscienza collettiva. Noi, come società civile, abbiamo il dovere di ricordare che dietro ogni numero c’è una persona. Che il diritto internazionale non è un ostacolo, ma una conquista di civiltà. Che salvare vite non è un’opzione ideologica, è un obbligo morale. Se continuiamo a trasformare la paura in legge, rischiamo di perdere qualcosa di più dei confini.
Credit foto LaPresse
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