Idee Segnali deboli

Se la società civile (ri)parla di morte

Una fondazione filantropica e una ong organizzano, nello stesso momento, attività culturali per parlare della vita che finisce, la grande rimozione dei nostri tempi. Eppure non censurare il morire ci aiuterebbe ad amare di più il presente

di Giampaolo Cerri

Per una singolare coincidenza, due grandi realtà filantropiche, si trovano nello stesso periodo, a organizzare attività pubbliche che parlano di morte.

Una è la Fondazione Edoardo Garrone di Genova che propone una serie di incontri per aiutare a capire come questo grande tema sia stato affrontato dai grandi della letteratura. Conoscere come un Michel de Montaigne o un Lev Tolstoj, i primi autori della serie, abbiano raccontato la morte nella Francia del Cinquecento o nella Russia dell’Ottocento, può aiutare a capire la fine della vita oggi, in questo disordinato inizio di millennio.

A Milano, invece, Cbm Italia, storica ong internazionale nata per combattere la cecità nel Sud del mondo e che da noi ha allargato lo spettro dei propri interventi sociali soprattutto nel campo della disabilità, a Milano Cbm Italia, dicevo, ha importato dalla Svizzera i Death Cafè, inventanti oltre venti anni fa dal sociologo svizzero Bernard Crettaz , «quando ha capito», scrive l’ong «che la nostra società ha bisogno di uno spazio in cui condividere pensieri, angosce ed esperienze legate alla nostra finitezza, per provare a darle un senso». Incontri per piccoli gruppi, quasi intimi, con a tema il proprio congedo dal mondo.

Questioni di vita o di morte

A Milano l’hanno chiamata, più sobriamente, Questioni di vita o di morte e hanno invitato a parlare Marina Sozzi, filosofa e tanatologa, da anni dedita allo studio dei temi della morte e del morire nella nostra cultura, e don Mauro Santoro, sacerdote della Diocesi di Milano,  assistente spirituale della Fondazione don Carlo Gnocchi e presidente della Consulta Comunità cristiana e disabilità “O tutti o nessuno”. Il tre febbraio a Milano sarà la prima tappa di un tour che coinvolgerà anche le città di Torino e Roma (leggi qui).

È un segnale debole ma, come accade spesso, il Terzo settore in generale e la filantropia in particolare sono capaci di leggere più rapidamente i bisogni del nostro tempo e sono pronti a presidiarli, coi mezzi che possono ma certamente con la rapidità, la passione e spesso l’efficienza che lo Stato spesso non ha.

Siamo il Paese infatti che manda una task force di psicologi in un liceo milanese in cui, improvvisamente e tragicamente, muore un pugno di giovanissimi nel pieno della vita, e che apre stabilmente sportelli psicologici negli istituti ma che magari, nella pletora di iniziative post-scuola che ogni benedetto anno si mettono in piedi, non riesce a parlare di morte, magari nel timore che sia un’attività «divisiva», perché rischia d’esser connotata religiosamente.

Eppure, soprattutto i giovani e i giovanissimi dovrebbero essere aiutati a non dimenticare la morte. Anzi, dovremmo dare loro gli strumenti per farci i conti quando, inevitabilmente, la vita gliela pone dinnanzi. Non c’è bisogno di essere Vittorino Andreoli o Franco Rotelli, i primi due psichiatri che mi vengono in mente, per capire come un’omissione del genere, rimozione in psicoanalisi, finisca poi per nuocere alla salute mentale, dei più fragili e dei più giovani innanzitutto.

Attenzione, non si tratta di invocare l’utilizzo di categorie religiose – chi le può usare, perché confortato da una fede, lo faccia, ovviamente –  ma semplicemente di non censurare niente della realtà, perché farlo sarebbe un esercizio destinato sempre a renderci infelici. Si tratta cioè di non nasconderci nulla della vita, per amarla di più, difenderla meglio, per promuoverla con maggior passione.

Non soccombere all’astrazione

Scriveva infatti Riccardo Bonacina, l’uomo, il collega, l’amico cui dobbiamo la straordinaria avventura di questo giornale: «Abbiamo voluto chiamare il nostro giornale VITA, perché è questo il nome stesso del nostro obiettivo: fare irrompere nel dibattito sociale e politico i problemi, le ragioni, le speranze del nostro vivere concreto, quotidiano. VITA, come parola prima, sostantivo essenziale da cui bisogna sempre ripartire, se non si vuol soccombere alle astrazioni».

Riccardo lo scriveva 32 anni fa quasi profeticamente, ma cosa di più della parola astrazione potrebbe efficacemente definire i tempi che viviamo?

E allora, rallegriamoci se la società civile comincia a rimettere al centro la grande questione della morte. Esserne consapevoli, ci aiuterà ad amare la vita.

Nella foto di apertura, di Marco Ottico per la LaPresse, i funerali di Achille Barosi, una delle vittime italiane della strage di Crans-Montana a Capodanno 2026.

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