Idee Welfare

Se lo Stato mette solo soldi, il caregiver viene arruolato ma non sostenuto

La riforma promette risorse. Ma qui sta il nodo politico vero: le risorse non bastano. Non bastano oggi e non basteranno domani. E quando le risorse sono poche, si trasformano in bonus, in contributi selettivi, in diritti a estrazione

di Riccardo Sollini

Il riconoscimento del caregiver familiare è giusto, necessario, atteso da anni. Ma proprio per questo non può essere affrontato con ipocrisia. Perché c’è un rischio concreto, che nel dibattito pubblico viene spesso rimosso: che dietro il riconoscimento formale si nasconda una grande operazione di delega. Una delega alle famiglie di ciò che il welfare pubblico non riesce più a reggere. Il punto non è se riconoscere o meno il caregiver. Il punto è a cosa serve questo riconoscimento: a rafforzare il sistema pubblico della cura o a scaricare definitivamente sulle famiglie la presa in carico della fragilità.

La cura informale pilastro non dichiarato del welfare

Da anni il welfare italiano si regge su una gigantesca area grigia: quella del lavoro di cura informale. Il caregiver familiare assiste, organizza, coordina, supplisce. Senza contratto, senza tutele, senza orari. Non per scelta ideologica, ma perché non c’è alternativa. La retorica del “prendersi cura in famiglia” ha funzionato finché è stata gratuita. Oggi che se ne chiede il riconoscimento, emerge la contraddizione: il sistema ha bisogno del caregiver, ma non vuole pagare il costo reale della cura.

C’è un punto che nel dibattito resta sullo sfondo, ma che è centrale: al caregiver non viene chiesto solo di assistere, ma di sostituire pezzi interi del sistema sanitario. Terapie, presidi, monitoraggi clinici, decisioni delicate vengono progressivamente spostati dentro le case, sulle spalle di persone senza formazione strutturata e senza protezione. Il confine tra cura familiare e atto sanitario viene scientemente sfumato. Così il rischio non è solo il burnout, ma anche l’ansia costante di sbagliare, la solitudine decisionale, una responsabilità che non è mai stata davvero scelta. E insieme alle competenze, si scarica anche una responsabilità di senso: decidere cosa è giusto per la persona fragile, tenere insieme indicazioni dei medici, desideri della persona, aspettative della famiglia. Una funzione di regia che richiederebbe accompagnamento professionale, ma che viene esercitata in solitudine.

La copertina del numero di VITA magazine dello scorso aprile dedicata ai caregiver

Il mito del sostegno economico

La riforma promette risorse. Ma qui sta il nodo politico vero: le risorse non bastano. Non bastano oggi e non basteranno domani. E quando le risorse sono poche, si trasformano in bonus, in contributi selettivi, in diritti a estrazione. Il caregiver diventa così il protagonista dell’ennesima lotteria del welfare: chi ce la fa accede, chi non ce la fa resta solo. Il riconoscimento si riduce a una medaglia simbolica, buona per i comunicati, molto meno per la vita reale.

Cura in cambio di sussidio

Se il riconoscimento del caregiver si ferma qui, il messaggio implicito è chiaro: la cura resta in famiglia, lo Stato mette un contributo. Una forma elegante di privatizzazione del welfare. Il caregiver non viene sostenuto, viene arruolato. E quando le famiglie non reggono, il sistema non ha un piano B. Perché quel piano B è stato smantellato negli anni.

Il rischio di strutture sempre più residuali

C’è poi una conseguenza poco detta: la contrapposizione crescente tra domiciliarità e strutture. Se “stare a casa” diventa l’unica risposta possibile, le strutture rischiano di trasformarsi in luoghi residuali, iper-sanitizzati, destinati solo a chi non ha alternative. Non luoghi di vita, ma di parcheggio sociale. Il contrario di ciò che dovrebbe essere un sistema di accoglienza degno di questo nome.

La domanda che il dibattito evita

Nel dibattito sui caregiver si parla molto di chi cura. Molto meno di chi viene curato. Dove va la persona fragile? Che vita le viene offerta? Quale progetto oltre la sopravvivenza? Senza servizi territoriali forti, senza integrazione tra sociale e sanitario, senza comunità accoglienti, la casa rischia di diventare una gabbia e il caregiver il suo guardiano inconsapevole.

Il riconoscimento del caregiver è necessario, ma non sufficiente. Senza un investimento serio sui servizi, senza diritti esigibili, senza una visione pubblica della cura, il rischio è evidente: chiamare “riforma” ciò che in realtà è una resa. La cura non può essere barattata con un sussidio. O è una responsabilità collettiva, oppure resta un peso privato travestito da riconoscimento.

Credit foto: Unplash

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