Idee Cortocircuiti

Se timbri il cartellino non sei un volontario, anche se fai del bene

Occorre fare chiarezza sia terminologica sia logica. Un’operazione di responsabilità d’impresa non è volontariato. Se definiamo tutto come se lo fosse il rischio è la confusione. E mentre l’Europa propone nuove direttive su sostenibilità e rendicontazione sociale Csrd, si potrebbe guardare all’esempio anglosassone. Col Matching Grant: l'azienda non paga il tempo, ma "premia" la passione con una donazione all'associazione in cui il dipendente opera nel weekend

di Emanuele Alecci

Un recente caso di cronaca locale, che ha visto una realtà produttiva del territorio vicentino scegliere di retribuire le ore dedicate dai propri dipendenti ad attività sociali durante il normale orario di lavoro, ci offre l’occasione per una riflessione necessaria. Al di là delle intenzioni – sicuramente lodevoli e pragmaticamente utili per chi riceve quell’aiuto immediato – si è acceso un corto circuito concettuale che non possiamo ignorare.

Il volontariato e la responsabilità d’impresa

Il punto non è criticare chi fa del bene, ma intendersi sulle parole. Perché se iniziamo a chiamare “volontariato” un’attività svolta timbrando il cartellino, coperta dallo stipendio e organizzata dall’azienda, stiamo tecnicamente parlando di altro: è lavoro. Un lavoro con finalità sociali, una forma di distacco retribuito, un’operazione di responsabilità d’impresa. Ma non è volontariato.

Il volontariato, per sua natura, si nutre di gratuità. È una scelta di libertà che comporta il dono del proprio tempo libero, sottratto al riposo o agli affetti, senza alcuna contropartita economica. È uno spazio “altro” rispetto alle logiche di mercato. Se confondiamo i piani, il rischio è corrosivo: se tutto diventa volontariato, il volontariato vero finisce per sparire.

Il rischio per le nuove generazioni

Si rischia di far passare un messaggio culturale pericoloso, soprattutto verso le nuove generazioni: che l’impegno civico abbia dignità e valore solo se c’è un ente che lo “copre” economicamente o se rientra in un pacchetto di benefit aziendali.

Questa chiarezza è urgente oggi più che mai. L’Europa, con le nuove direttive sulla sostenibilità e la rendicontazione sociale – Csrd, chiede alle imprese di misurare il proprio impatto sulla comunità. Siamo inoltre nell’Anno Internazionale del Volontariato per la Sostenibilità. La tentazione per le aziende di “risolvere” la pratica trasformando i dipendenti in volontari a ore, da inserire nel bilancio sociale, è forte.

Innoviamo il rapporto tra profit e non profit

Ma forse è il momento di osare strade più coraggiose e mature. Apriamo un dibattito su nuovi modelli, come quello del Matching Grant anglosassone: l’azienda non paga il tempo, ma “premia” la passione. “Tu dipendente doni le tue ore nel weekend gratuitamente alla tua associazione? Io azienda raddoppio il tuo impegno con una donazione economica a quell’ente”.

In questo modo si rispetta la gratuità del singolo e si mette la forza economica dell’impresa al vero servizio del Terzo settore, che ha bisogno di fondi strutturali più che di manodopera occasionale.

Sperimentiamo, innoviamo il rapporto tra profit e non profit, ma per favore, non cambiamo il nome alle cose. Lasciamo al lavoro la giusta retribuzione e al volontariato la sua insostituibile gratuità. Solo mantenendo questa distinzione salveremo il valore profondo del dono.

Gruppo di volontarie della San Vincenzo – foto Claudio Furlan/Lapresse

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