Idee L'appello all'unione
Solo con un’alleanza tra il pubblico e il privato sociale i beni confiscati possono tornare davvero ai territori
Degli oltre 43 mila immobili sottratti alla criminalità organizzata, soltanto 1.132 sono gestiti da organizzazioni del Terzo settore per finalità sociali: si potrebbe fare molto di più. Ma quella dell'istituzione di un Fondo pubblico-privato, potrebbe essere davvero una risposta efficace ad un problema che rischia di vanificare gli importanti risultati ottenuti dalla Repubblica nelle azioni di contrasto alle mafie. Ecco come
di Luigi Lochi
Viviamo tempi in cui la paura, la paura dell’altro che non conosciamo, la paura del futuro che non riusciamo a scorgere, la paura che possiamo perdere quello che abbiamo, genera chiusura e un bisogno forte di protezione. Protezione in cambio di cosa, di meno diritti? Una società che accetta la logica dello scambio, cessa di produrre fiducia e alla fine la stessa coesione, che si fonda sul riconoscimento reciproco. Su Avvenire di qualche giorno fa Paolo Venturi invita a pensare alla “protezione non come il risultato di un bilanciamento tra diritti e ordine, ma come un progetto di cura. Cura delle persone, dei territori, delle fragilità visibili e invisibili. Cura come infrastruttura sociale, non come sentimento individuale”. Scendendo nel concreto, un esempio di cura dei territori e delle comunità è rappresentato per esempio dalle azioni di valorizzazione dei beni confiscati alle mafie. Azioni che diventano sempre più urgenti e soprattutto sempre più efficaci se non si vuole che gli ingenti asset immobiliari che entrano a far parte del patrimonio dei Comuni deperiscano, e con essi non solo il loro valore simbolico (restituzione alla comunità del maltolto) ma lo stesso valore economico (stimato intorno ai 32 miliardi, pari al 2% del Pil). Una opportunità di sviluppo partecipato, grazie soprattutto al coinvolgimento dell’associazionismo e delle cooperative sociali, e di consolidamento dei legami sociali, verrebbe così ad essere clamorosamente sprecata.
Degli oltre 43 mila immobili sottratti alla criminalità organizzata, soltanto 1.132 sono gestiti da organizzazioni del Terzo settore per finalità sociali (ultimo censimento di Libera). Si potrebbe fare molto di più. Ci sono i progetti, ma mancano le risorse. I soggetti pubblici e privati del territorio da soli non ce la fanno. Alcune buone pratiche, come per esempio quelle messe in campo da Fondazione con il sud, andrebbero valorizzate entro una logica di sistema: nel periodo 2007-2025, ha contribuito alla valorizzazione di 105 beni confiscati, stanziando oltre 27 milioni di euro. Le iniziative finanziate producono inclusione sociale e occupabilità di persone con fragilità; assicurano sostenibilità economica nel tempo; coinvolgono la comunità nelle attività di fruizione del bene.
L’esperienza fin qui svolta ha riaffermato la consapevolezza che sono almeno quattro i fattori che condizionano un uso efficace dei beni: il fattore tempo (si registra un periodo medio di 8 anni tra il sequestro e la confisca definitiva); il fattore trasparenza (la Piattaforma Unica delle Destinazioni rappresenta certamente un passo in avanti per una informazione puntuale, anche se l’obbligo per gli enti territoriali di pubblicazione dell’elenco dei beni destinati al loro patrimonio non sempre viene rispettato); il fattore capitale sociale e la co-progettazione (se da un lato occorre salvaguardare l’autonomia degli enti gestori, dall’altra risulta fondamentale che le attività siano svolte con il pieno appoggio e collaborazione degli enti locali) e il fattore cantierabilità dei progetti (riqualificazione strutturale e gestione dei beni); quest’ultimo è senz’altro il fattore decisivo: senza le necessarie risorse finanziarie, i progetti restano sul piano delle idee. Come reperirle?
È attualmente in atto una campagna di raccolta firme promossa da Libera perché il legislatore destini il 2% delle risorse finanziarie sequestrate e confiscate che, in forma di liquidità e di titoli, confluiscono nel Fondo Unico Giustizia (Fug), al finanziamento degli interventi di ristrutturazione e avvio della gestione dei beni confiscati. Il Fug presenta un ammontare di risorse pari 4,7 miliardi, con un rendimento annuo della loro gestione finanziaria di oltre 250 milioni. L’uso di questi fondi è riservato quasi esclusivamente al Ministero degli Interni e al ministero della Giustizia.
Si tratta, indubbiamente, di una possibile e auspicabile soluzione, che tuttavia apre ad ulteriori problemi. Chi sarebbe il soggetto pubblico che gestirebbe il 2% del Fug? Potrebbe essere l’Agenzia Nazionale per i beni sequestrati e confiscati (Anbsc). Questo ente possiede al suo interno le competenze e le procedure per valutare i progetti, erogare i finanziamenti e monitorarne l’impatto? Le buone pratiche oggi esistenti hanno sviluppato e consolidato efficaci modelli di valutazione, erogazione e monitoraggio. Naturalmente questi modelli potrebbero essere presi in considerazione su scala nazionale.
Non solo, sarebbe anche auspicabile che in tema di valorizzazione economica dei beni confiscati si definisse una alleanza tra il pubblico e il privato sociale che portasse alla creazione di un Fondo, alimentato appunto da risorse pubbliche e risorse private (provenienti per esempio dal mondo delle Fondazioni di origine bancaria, dai principali istituti di credito già attivi nel sociale, etc.), sull’esempio del Fondo per il contrasto alla povertà educativa e del Fondo per la Repubblica digitale, dotato delle necessarie competenze tecniche per svolgere non solo le funzioni erogative ma anche e prima quelle valutative delle proposte progettuali.
Questo strumento oltre ad assicurare la concreta cantierabilità delle iniziative progettuali finalizzate al riuso sociale dei beni confiscati, consentirebbe di superare l’isolamento degli Ets e dei Comuni. Il tema della valorizzazione degli immobili confiscati è infatti relegato in una dimensione “micro-localistica” e “iper-frammentata”. Oggi è praticamente impossibile ipotizzare interventi di ampio respiro, che comportino il coinvolgimento di più beni e di soggetti di rilievo regionale o nazionale. Si pensi, ad esempio, all’impatto che potrebbero avere i progetti aventi l’obiettivo di promuovere una rete regionale, se non nazionale, di strutture ricettive per il turismo sociale, localizzate presso beni confiscati, oppure una rete di centri di ricerca in partnership con le Università e sponsorizzati da grandi imprese.
Questo Fondo, inoltre, potrebbe innovare gli attuali modelli di erogazione, superando la logica dei bandi per sposare una modalità di erogazione “a sportello”, che potrebbe rivelarsi più utile al fine di assicurare una migliore qualità della progettazione e della composizione del partenariato, venendo meno la condizionalità del termine temporale di presentazione della proposta. Un ulteriore strumento per elevare la qualità stessa della progettazione potrebbe essere un servizio di accompagnamento che a livello territoriale faciliterebbe lo stesso processo valutativo e ridurrebbe i tempi di attuazione della proposta, in caso di approvazione della stessa. Quella dell’istituzione di un Fondo pubblico-privato, potrebbe essere davvero una risposta efficace ad un problema che rischia di vanificare gli importanti risultati ottenuti dalla Repubblica nelle azioni di contrasto alle mafie.
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