Idee Nonviolenza e responsabilità
Trump, il bullo che tutti insieme possiamo arginare: la lezione del primo ministro canadese a Davos
«L’intervento a Davos del primo ministro canadese Mark Carney impazza sui social, rimbalza di bacheca in bacheca senza alcun bisogno di "sponsorizzazioni", come solo la “forza della verità” sa fare», scrive Angelo Moretti, tra i fondatori del Mean - Movimento europeo di azione nonviolenta. «Il suo richiamo alle responsabilità “dei senza potere”, l’invito alle medie potenze di unirsi per smascherare i bulli e le false retoriche del vecchio ordine mondiale (su cui anche le medie potenze si erano adagiate), sono considerate già elementi di un discorso storico»
L’intervento a Davos del primo ministro canadese Mark Carney impazza sui social, rimbalza di bacheca in bacheca senza alcun bisogno di “sponsorizzazioni”, come solo la “forza della verità” sa fare. Il suo richiamo alle responsabilità “dei senza potere”, l’invito alle medie potenze di unirsi per smascherare i bulli e le false retoriche del vecchio ordine mondiale (su cui anche le medie potenze si erano adagiate), sono considerate già elementi di un discorso storico. Carney ha citato un saggio del drammaturgo Havel che nel 1978 chiedeva ai fruttivendoli di ergersi contro la dittatura sovietica che soffocava Praga, togliendo i cartelli della retorica comunista dalle loro vetrine. Ma perché il discorso di Carney ha fatto il giro del mondo, mentre di Macron si è parlato principalmente dei suoi occhiali scuri da aviatore e dell’ironia tagliente contro Trump? Perché Carney non ha risposto al bullo Donald come uno che ha il potere di fermarlo, ma come chiunque di noi che avverte la responsabilità di agire in modo diverso rispetto a ieri. L’Europa potrebbe mai vincere una competizione bellica e commerciale contro Usa e Brics insieme? Speriamo di non doverlo scoprire, ma è certo che sarebbe esposta ad una sconfitta se il vecchio continente dovesse difendersi con le stesse armi dei suoi avversari.
E non è solo un discorso filosofico o valoriale, è una posizione strategica e di sostanza. Il vecchio ordine ha creato le più grandi disuguaglianze sociali, mai state così profonde nella storia dell’umanità, con pochissimi individui che detengono la ricchezza di tre miliardi e mezzo di persone, mentre i Faraoni ed i Re erano al massimo i più potenti e ricchi di un loro circoscritto popolo di sudditi. Ma il vecchio ordine deve pur aver fatto qualcosa di buono se in cento anni, dal 1920 ad oggi, siamo passati da un miliardo di abitanti ad otto miliardi. Qualcosa di estremamente positivo deve essere accaduto, nella scienza, nella tecnologia, nella politica, se le persone nascono di più, muoiono di meno e vivono più a lungo.
Nel mondo che abbiamo costruito i problemi sono cambiati, diversificati, moltiplicati. Siamo passati dall’allarme delle morti per fame, che ancora riguardano ottocento milioni di individui, all’allarme sociale della morte per obesità e malattie correlate ai disturbi dell’alimentazione, che concernono circa un miliardo di persone. Dall’analfabetismo di massa di inizio secolo siamo atterrati sul fenomeno dei neet di inizio millennio, quei milioni di giovani che non cercano né formazione né lavoro, dopo essere usciti dalle scuole dell’obbligo europee. Dalle bande tutto sommato innocenti dei “Ragazzi della via Pal” siamo arrivati alle baby gang che infestano città e scuole. E tanto altro ancora.
Le soluzioni ai problemi generati dal “vecchio ordine” (che fino a ieri ritenevamo fosse l’unico modo per stare al mondo), di cui il bullismo non è nient’altro che un epifenomeno, non possono essere ricercate con gli stessi mezzi dell’ordine crollato su se stesso: la sola forza dell’economia (sanzioni, dazi, acquisizioni e così via) e la sola forza della legge (un diritto violato che non può essere ripristinato in alcun modo non è un diritto efficace) non risolvono i problemi che abbiamo di fronte. Se un bullo come Trump inizia a rompere le vetrine dei fruttivendoli, per prendersi forzatamente e platealmente la loro merce, non basta semplicemente dichiarare di non aderire alla retorica trumpista, serve che i fruttivendoli si uniscano. “Il potere dei senza potere” ha una parolina magica a suo sostegno: insieme. Tutti coloro che non sono bulli devono agire in gruppo e senza paura. In un gruppo coeso, va bene che la Meloni parli con Trump, che Macron alzi i toni, che Merz mostri i muscoli, che la Von Der Leyen tenga il punto sulle posizioni corrette, e così via. Ma ciò che più conta è che tutte le “potenze medie”, ed anche tutti noi, non facciano un passo indietro davanti alla violenza, davanti a Trump come a Putin. Se c’è un bullo in classe noi non cambiamo la scuola trasformandola in una zona militare, con metal detector al posto dei portoni di ingresso, trasformiamo i rapporti sociali, chiedendo a tutti di intervenire: preside, prof, collaboratori, primi ed ultimi della classe. È solo così che si può vincere contro il bullismo. Insieme, con l’unità di coloro che non hanno un coltello tra le mani.
Il discorso di Carney è un inno alla nonviolenza che, con il linguaggio contemporaneo, ricorda l’ “I Have a Dream”. Il sogno che lascia intravedere non è però luminoso come quello che pronunciò il pastore Martin Luther King, ma è profondamente vero. Il vecchio ordine muore con Trump e con l’aggressione all’Ucraina che da quattro anni nessuno organismo internazionale riesce a fermare, il vecchio ordine muore nell’ultima bambina deceduta assiderata a Gaza, negli schiavi Yemeniti che lavorano nei templi d’oro di Dubai e tra le donne sottomesse dell’Arabia Saudita, i cui diritti vengono molto dopo il peso del barile, muore nel Mar Mediterraneo e nelle varie connivenze criminose della finanza globale… Uscire da questo ordine è ormai un passo non più rinviabile. Dove si va ancora non è chiaro, ma, come dice Carney, importante è che le medie potenze camminino unite lungo i nuovi sentieri, e non per alzare muri.
“Questo è il compito delle medie potenze, che hanno più da perdere in un mondo di fortezze e più da guadagnare in un mondo di cooperazione autentica.I potenti hanno il loro potere. Ma anche noi abbiamo qualcosa – la capacità di smettere di fingere, di chiamare la realtà con il suo nome, di costruire la nostra forza in patria e di agire insieme”.
Questa è la postura più interessante di un Occidente che non si piega a Trump come a Putin, e che non sceglie la simmetria della loro stessa forza nucleare ed economica, ma che agisce per arginarli con la numerosità e la diversità di tutti noi “senza potere”’e “mediamente potenti”. Il forum del futuro non sarà più il g7, ma al massimo gli “M50”, le cinquanta potenze medie che insieme potrebbero cambiare la storia.
Il primo ministro canadese Mark Carney lascia Zurigo, Svizzera, mercoledì 21 gennaio 2026, dopo aver partecipato al Forum economico mondiale annuale di Davos. (Sean Kilpatrick/The Canadian Press via AP)
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