Idee Salute
Tutela dei minori, gli psicologi: «Troppa confusione fra ambiti giudiziari, sociali e sanitari»
L'intervento del segretario generale di Aupi-Associazione Unitaria Psicologi Italiani: «Legge Cartabia da cambiare: servono nuovi assetti di intervento che mantengano il focus sui dati, sui riscontri verificabili e su modelli realmente fondati su evidenze scientifiche. Troppi minori con problematiche psichiatriche reali vengono costretti ad attendere nelle liste d’attesa, poiché i servizi sono obbligati a rispondere prioritariamente alle istanze dell’autorità giudiziaria»
di Ivan Iacob
Il documento del Garante per l’infanzia e l’adolescenza sul prelevamento dei minori, recentemente pubblicato, richiama con forza alcuni principi che possono apparire scontati, ma che proprio per questo meritano di essere ribaditi. Il fatto stesso che si renda necessario un richiamo puntuale all’applicazione della legge e a un’attenzione specifica alle condizioni che possono portare all’allontanamento dei minori racconta molto delle criticità attuali del sistema di tutela.
Il documento sottolinea in modo chiaro che l’ascolto del minore compete esclusivamente al giudice e che, anche nei casi in cui i servizi sociali rilevino un rifiuto del minore, è comunque il giudice a dover procedere direttamente all’ascolto. Viene inoltre ribadito con fermezza che ogni intervento di cura o di sostegno deve prevedere il consenso e la partecipazione attiva del minore, in coerenza con i principi di autodeterminazione e tutela dei diritti. Ancora una volta, un richiamo al buon senso giuridico e clinico.
Questi richiami, pur apparendo ovvi, evidenziano come nella prassi siano sempre più diffusi usi impropri di paradigmi non scientificamente fondati, spesso applicati senza una reale valutazione della loro efficacia. Il contesto della tutela dei minori risulta oggi caratterizzato da un’eccessiva psicologizzazione degli interventi e, parallelamente, da una preoccupante perdita di centralità dei fatti e delle evidenze oggettive.
Il lavoro nell’area della tutela-ossia l’insieme delle attività, delle decisioni e degli interventi che riguardano la protezione dei minori quando si ritiene che possano essere in una situazione di rischio- richiede invece un ripensamento metodologico profondo: servono nuovi assetti di intervento che mantengano il focus sui dati, sui riscontri verificabili e su modelli realmente fondati su evidenze scientifiche. Gran parte delle pratiche attualmente in uso non presenta infatti un solido riconoscimento scientifico.

Questa criticità si è ulteriormente accentuata a seguito dell’entrata in vigore della riforma Cartabia, che ha finito per sovrapporre e confondere ambiti giudiziari, sociali e sanitari, producendo di fatto una frammentazione e un’implosione dei ruoli e delle responsabilità, con ricadute significative sull’efficacia complessiva del sistema di tutela.
È sufficiente considerare come le attività dei servizi sanitari, chiamati a gestire delicate problematiche di tutela, risultino oggi fortemente condizionate: una quota rilevante delle prestazioni è infatti soggetta a prescrizioni giudiziarie che, allo stato attuale, non sono supportate da evidenze scientifiche in grado di validarne l’efficacia. In particolare, l’articolo 473-bis.27 della riforma Cartabia, norma che consente al giudice di imporre percorsi di “cura” obbligatori, nel tentativo di offrire una risposta ai numerosi conflitti presenti nelle famiglie contemporanee, ha di fatto depotenziato il sistema sanitario. Le prescrizioni imposte, spesso obbligatorie e impropriamente definite “spontanee”, finiscono per determinare il fallimento degli approcci terapeutici, svuotandoli del loro significato clinico e relazionale.
Il conflitto non costituisce una patologia, bensì una problematica di natura relazionale e sociale, che richiederebbe strumenti e contesti differenti
Si è così affermata l’assunzione, profondamente errata, che il sistema sanitario sia in grado di “curare” il conflitto. Tuttavia, il conflitto non costituisce una patologia, bensì una problematica di natura relazionale e sociale, che richiederebbe strumenti e contesti differenti. Il coinvolgimento forzato del sistema sanitario nel conflitto, attraverso l’obbligo di eseguire indicazioni talvolta incoerenti con i principi stessi della pratica clinica, ha prodotto unicamente un forte affaticamento dei servizi e una crescente esposizione dei professionisti sanitari a denunce e segnalazioni deontologiche. Il contesto così costruito non rappresenta più la dinamica terapeutica tra sanitario e paziente, ma piuttosto una relazione distorta tra sanitario e una delle parti in causa. Si assiste, di fatto, a un trasferimento indiscriminato del sistema sanitario all’interno del sistema giudiziario. Questo tentativo di risolvere i conflitti attraverso strumenti sanitari non ha fatto altro che distruggere, nei casi in cui ve ne fosse reale necessità, la possibilità stessa di cura. Da anni il sindacato segnala con forza questa criticità, denunciando l’esposizione dei sanitari a procedimenti deontologici e l’inefficacia delle misure adottate. Ci troviamo oggi di fronte a uno dei paradossi più gravi del sistema sanitario: minori con problematiche psichiatriche reali vengono relegati in secondo piano e costretti ad attendere nelle liste d’attesa, poiché i servizi sono obbligati a rispondere prioritariamente alle istanze dell’autorità giudiziaria. Il risultato è un danno concreto alla salute dei minori e una progressiva erosione della funzione terapeutica del sistema sanitario pubblico.
Foto di Marco Bianchetti su Unsplash
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